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Così ho ritrovato il dipinto perduto di Caravaggio

Attribuito a Caravaggio, Giovane con caraffa di rose

 

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Era nel retrobottega di una galleria parigina: una delle massime esperte mondiali svela in esclusiva come ha scoperto e attribuito il celebre e finora mai visto “Giovane con caraffa di rose”
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Mi sono trovata davanti a questo magnifico Giovane con caraffa di rose in una grigia giornata d’inverno, nel retrobottega di una galleria parigina. Benché coperto di sporcizia, ho subito riconosciuto il dipinto di Caravaggio che da quasi un secolo ha fatto sognare. Quattro copie antiche, una delle quali conservata nientedimeno che al Museo di Atlanta, da quasi un secolo avevano infatti destato il presentimento e il desiderio di ritrovare l’originale. Ed eccolo incredibilmente davanti ai miei occhi, ma anche in quest’opera Caravaggio (e con lui la realtà) ha superato la fantasia.

Un giovane moro e ricciuto è ritratto a mezzo busto da sotto in su, indossa una candida camicia sormontata da una banda di stoffa scura che gli attraversa il petto (parte di un ma…

Mi sono trovata davanti a questo magnifico Giovane con caraffa di rose in una grigia giornata d’inverno, nel retrobottega di una galleria parigina. Benché coperto di sporcizia, ho subito riconosciuto il dipinto di Caravaggio che da quasi un secolo ha fatto sognare. Quattro copie antiche, una delle quali conservata nientedimeno che al Museo di Atlanta, da quasi un secolo avevano infatti destato il presentimento e il desiderio di ritrovare l’originale. Ed eccolo incredibilmente davanti ai miei occhi, ma anche in quest’opera Caravaggio (e con lui la realtà) ha superato la fantasia.

Un giovane moro e ricciuto è ritratto a mezzo busto da sotto in su, indossa una candida camicia sormontata da una banda di stoffa scura che gli attraversa il petto (parte di un mantello?). Si appoggia a una tavola ingombra di vegetali, tra cui un carciofo, delle bacche e due bellissimi limoni, uno dei quali mezzo sbucciato. Sul piano troneggia poi una caraffa di rose. Le mani afferrano il carciofo, la bocca schiusa, il sopracciglio alzato, il giovane sembra sul punto di esprimersi con fare teatrale. Lo sfondo della scena è caratterizzato da una lama di luce che invade la parete, rifrangendosi anche nelle trasparenze della caraffa e dell’acqua che restituiscono in lontananza l’immagine di una finestra e di un altro giovane in abito scuro e colletto bianco, probabilmente l’autoritratto dello stesso Caravaggio, in un gioco straordinario di specchi. Sinora nessuna delle composizioni di fiori inserite nei quadri del giovane Merisi era andata tanto vicina alla descrizione di quanto il pittore realizzò per il suo mecenate, il cardinal Del Monte: «Dipinse una caraffa di fiori con le trasparenze dell’acqua, e del vetro, e co’ i reflessi della finestra d’una camera, sparsi li fiori di freschissime rugiade», come, a denti stretti, scriverà il suo rivale Giovanni Baglione, che a distanza di trent’anni ricordava ancora la tela. Gocce irrorano infatti la caraffa e i boccioli di rose, nel dipinto tutto è acqua e luce: siamo davanti all’enigma di un significato celato, ma inequivocabile nella sua fragranza.

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La qualità altissima della pittura, apprezzabile non solo nell’invenzione compositiva: un magico accordo di giovinezza (il ragazzo in camicia e le rose in boccio), ma anche nello straordinario volto del ragazzo, negli occhi umidi, nei bianchi cangianti della camicia, e nella meravigliosa natura morta, non lascia dubbi sull’autografia della tela. Essa va immediatamente a collocarsi tra i capolavori di un Caravaggio ventenne da poco giunto a Roma da Milano, riconsegnando tutte le altre versioni allo statuto di copia.

Nei tre anni trascorsi da quel primo incontro ho avuto modo di appurare che il dipinto si trovava a Parigi almeno dal principio del Novecento e apparteneva a un libraio, la cui vedova nel 1909 decise di metterlo all’asta come opera di un anonimo pittore italiano, per la fortuna dei proprietari attuali, i cui antenati lo acquistarono in quella occasione. La composizione però era ben nota ed apprezzata dai contemporanei di Michelangelo Merisi. Il primo agosto del 1607, infatti, essa è registrata nell’elenco dei dipinti di proprietà del grande artista ed imprenditore, il cavaliere Giuseppe Cesari d’Arpino, nella cui bottega Caravaggio aveva lavorato otto mesi intorno al 1596. Arpino era stato accusato di avere brutalmente sfregiato un collega, Cristoforo Roncalli detto Pomarancio, e pertanto processato. Per sfuggire alle maglie della giustizia pontificia il pittore patteggiò la libertà in cambio della confisca della sua bellissima collezione che finì nelle mani di papa Paolo V, che prontamente donò i quadri al nipote, il cardinale Scipione Borghese. Presso la Galleria Borghese, infatti, la tela è registrata ancora nel 1693, nella stessa stanza dove si trovava un’altra celeberrima opera caravaggesca il Fruttaiolo (che ancora è collocata nel Museo), e presso i principi Borghese rimase certamente fino al 1831 (lo documentano alcune copie ottocentesche), quando, esclusa dal fidecommesso, il vincolo che l’avrebbe indissolubilmente legata alla raccolta, l’opera fu libera di camminare per altre vie.

La tela è concettualmente e formalmente legata a un altro capolavoro giovanile, il Ragazzo morso dal ramarro, tanto che è stato ipotizzato che i due dipinti (quello di cui discutiamo noto solo attraverso le copie) facessero parte di una serie dedicata alla rappresentazione allegorica dei cinque sensi, un tema caro alle botteghe di pittori frequentate da Caravaggio appena giunto a Roma. In questo caso il Ramarro sarebbe l’allegoria del tatto e ilGiovane con caraffa di rose quella dell’olfatto. Dall’amico e biografo di Merisi, il medico Giulio Mancini, sappiamo che il pittore aveva realizzato il Ragazzo morso dal ramarro «per vendere», cioè per il mercato, dunque, senza un preciso committente, ma sull’onda del successo che i suoi quadri di mezze figure avevano riscosso nell’ambiente pittorico romano, tra i più vivaci dell’Europa del tempo.

In effetti la strettissima vicinanza dei due dipinti lascia intendere che l’origine e il destino delGiovane con la caraffa di rose fossero i medesimi, e che l’opera fu eseguita a stretto giro, nel 1596-1597, sull’onda del successo del Ramarro, acclamato dai contemporanei come il dipinto all’origine della fama di Caravaggio, che inizialmente ne ricavò pochi spicci, ma di lì a breve la tela raggiunse quotazioni stellari.

L’aura lirica e sognante che spira nel Giovane con caraffa di rosesembra in realtà costituire un passo ulteriore rispetto al Ragazzo morso dal ramarro, un testo dove la meditazione sui moti improvvisi dell’animo, risulta così dirompente da prevalere quasi sulla rappresentazione della natura morta. Più pacato e suadente, il volto del Giovane è invece venato di malinconia. La rosa, nella lirica barocca simbolo d’amore per eccellenza, diventa qui protagonista tra boccioli e sfioriture che cadenzano il tempo che corre. Si tratta di una natura tutt’altro che morta, ma viva e palpitante. Anche in questo caso Caravaggio lascia aperta l’opera a più livelli di lettura, essa è polisemantica come la realtà stessa. Il fiore con le spine racchiude l’ambivalenza dell’amore che attrae irresistibilmente e al tempo stesso ferisce. Siamo davanti ancora una volta al connubio inscindibile tra il piacere e l’amaro, tra il diletto e l’insidia in esso racchiusa, se non altro quella dell’amara fine di ciò che innamora, nell’istante presente o in quello supremo della morte. In questo quadro abbiamo ritrovato l’anello mancante tra il Merisi presente e quello futuro. Nel dolore della giovinezza che fugge, dell’amore che punge scorgiamo infatti il preludio del dramma del Caravaggio maturo, che non può fare a meno di interrogarsi sulla fine e sul senso della realtà e della vita stessa.

L’autrice, storica dell’arte e docente a Roma Tre, è tra le massime autorità mondiali su Caravaggio

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