Il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere, nel decennio tra il 2006 e il 2015. È quella che gramscianamente si chiama età di crisi. Le prime pagine appaiono come fotografie contraddittorie di un periodo di transizione in cui la storia non va avanti né torna indietro ma cambia binario, imboccando direzioni impreviste.
Il racconto si apre con Giorgio Napolitano al Quirinale, il primo ex comunista eletto al Colle, suggello della “fine del Novecento politico italiano, una storia che non sapeva chiudersi”, scrive Ezio Mauro nell’editoriale.
Il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere, nel decennio tra il 2006 e il 2015. È quella che gramscianamente si chiama età di crisi. Le prime pagine appaiono come fotografie contraddittorie di un periodo di transizione in cui la storia non va avanti né torna indietro ma cambia binario, imboccando direzioni impreviste.
Il racconto si apre con Giorgio Napolitano al Quirinale, il primo ex comunista eletto al Colle, suggello della “fine del Novecento politico italiano, una storia che non sapeva chiudersi”, scrive Ezio Mauro nell’editoriale.
Due anni dopo l’America democratica festeggia Barack Obama, il primo nero alla guida della Casa Bianca. E nel marzo del 2013 il capo della Chiesa cattolica è Francesco, il papa rivoluzionario scelto dal Conclave dopo le dimissioni di Benedetto XVI: altra clamorosa novità in un’epoca segnata dalle “prime volte”. Sono tutti alfieri di un tempo nuovo, di un mondo più equo e inclusivo, mentre trasformazioni di segno opposto stanno ridisegnando in peggio lo scenario globale.
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Il nostro paese continua a far notizia per le iniziative spericolate del presidente del Consiglio, sotto lo sguardo beffardo dell’opinione pubblica internazionale. Nel maggio del 2006 Silvio Berlusconi deve cedere la guida del governo a Romano Prodi, ma non gli è difficile due anni dopo riprendersi Palazzo Chigi, favorito da una coalizione avversaria scombinata e agonizzante. Siamo al capitolo finale del cosiddetto “ventennio berlusconiano”, un epilogo agitato da scandali, gaffes, prepotenze dissennate. Non solo conflitto di interessi, leggi ad personam, attacchi sempre più violenti contro la magistratura, ma anche la beffa di “Ruby rubacuori”, una minorenne egiziana frequentatrice dei “bunga bunga” spacciata per la nipote del presidente egiziano Moubarak (con il voto complice di 314 parlamentari). A denunciare la disonorevole deriva di Berlusconi era stata la stessa moglie, Veronica Lario, con una lettera a Repubblica poi circolata nella stampa internazionale: “Mio marito mi deve pubbliche scuse”. La vera egemonia culturale di questi anni, annota Michele Serra, è segnata dalla scomparsa della vergogna. Regnano illegalità e sfiducia diffusa. E Palazzo Chigi medita di chiudere la bocca ai giornalisti.
Lo racconta una prima pagina diversa dalle altre, completamente bianca. Solo un post it giallo con su scritto: “La legge bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati”. E’ l’11 giugno del 2010, il Senato ha approvato una legge sulle intercettazioni telefoniche che è “una legge che limita la libertà”, scrive Mauro. “La libertà di cercare le prove dei reati e la libertà dei cittadini di accedere alle informazioni necessarie per conoscere e sapere, dunque per giudicare”. Informazione, no al guinzaglio è lo slogan della protesta in Piazza del Popolo, dove centinaia di migliaia di cittadini indignati sfilano davanti al gazebo di Repubblica, che da mesi incalza Berlusconi con le dieci domande di Giuseppe D’Avanzo. Ad accoglierli il direttore Mauro e il fondatore Eugenio Scalfari. Per il giornale è un riconoscimento importante, ma anche la spia di un ruolo di supplenza nel vuoto della sinistra politica, sempre più smarrita e senz’anima.
Alla fine del 2010 il Censis fotografa un’Italia “senza più legge né desiderio”. Ad aggravare povertà e diseguaglianze era intervenuto nel 2008 un terremoto economico mondiale, con il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers. Nel 2011 l’Istat segnala che una persona su 4 è a rischio povertà. Sorvegliato speciale dell’Europa e dell’Occidente, il mago Berlusconi non è più in grado di incantare i sudditi con le sue promesse miracolistiche. Il 9 novembre del 2011 lo spread segna il picco di 575 punti. Tre giorni dopo il premier deve salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. E’ la fine di un lungo regno che ha cambiato il Paese. Non in meglio.
Sta per nascere il governo dei professori, presieduto da Mario Monti: un governo tecnico per uscire dall’emergenza e recuperare la fiducia dell’Europa. Ma ha vita breve, già dimissionato dopo poco più di un anno. In un’Italia impoverita e spaesata, dove precipita la credibilità dei partiti, comincia a serpeggiare un nuovo populismo che ha il volto del comico Beppe Grillo, abile nell’animare le piazze con il Vaffa Day.
Nel 2013 è il trionfatore inatteso di elezioni assai poco partecipate, con la metà degli italiani che rinuncia al voto: segno di una democrazia usurata, incapace di mantenere le promesse costituzionali. Non appaiono risolutivi né il timido governo guidato da Enrico Letta né quello più intraprendente del suo successore Matteo Renzi.
Nel marzo del 2015 sale al Quirinale un galantuomo della Repubblica, Sergio Mattarella, destinato ad avere un ruolo fondamentale per gli equilibri democratici del successivo decennio.
Sull’onda della crisi economica, crescono ovunque in Europa nazionalismi e sentimenti xenofobi di cui si fanno paladine le nuove destre. Questo è anche il periodo delle grandi migrazioni: nel secondo decennio del XXI secolo sono circa sessanta milioni nel mondo le persone costrette a fuggire da casa. Nel 2014 in centosettantamila approdano in Italia, provenienti prevalentemente dalla Siria, dall’Eritrea e dalla Somalia. L’anno successivo, nelle acque dello stretto di Sicilia, la più grave delle tragedie del mare, con oltre mille morti annegati.
L’Europa sovranista reagisce innalzando muri, mentre ai suoi confini comincia l’avanzata di Putin: prima in Georgia, poi in Crimea. Sono le prime prove espansionistiche dello zar russo che ha dichiarato guerra alle democrazie liberali. La geografia politica viene riscritta anche dal terrorismo islamico che moltiplica in rete l’esibizione di barbe e scimitarre. Ma una foto in particolare colpisce al cuore. Ritrae l’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, sequestrato in Afghanistan dai talebani. Tra tutte le prime pagine, quella del 7 marzo del 2007 è la più difficile da scrivere e titolare. Dopo quattordici giorni d’angoscia Daniele viene liberato, ma l’autista e l’interprete cadono sotto le lame degli uomini di Dadullah.
Ed è la guerra santa a chiudere questo quarto decennio di Repubblica, con le fotografie insanguinate del settimane satirico Charlie Hebdo, vittima a Parigi di un attacco jihadista che si ripete alla fine dell’anno tra lo Stade de France, il Bataclan e vari bistrot della città. E’ l’aggressione più violenta al cuore dell’Europa. Un epilogo di sangue che annuncia i traumi della successiva età della prepotenza, con nuove guerre alle porte di casa.