L’Italia e il trionfo della Repubblica
di Ezio MauroNelle strade deserte, col silenzio e l’attesa presidiati dai blindati, dalle jeep di polizia, dagli squadroni a cavallo, dai rotoli di filo spinato che bloccavano l’ingresso principale del Viminale, spuntava alle otto di sera la moglie del ministro Romita, con una borsa a tracolla. Portava ogni giorno il cambio di camicia e di biancheria al marito, che non usciva più dal palazzo, dormiva in ufficio, aspettando i risultati del referendum nella confusione delle voci e dei sospetti: fino all’idea di un complotto monarchico per rapire proprio il ministro dell’Interno, ricattando poi il governo da una posizione di forza. Entrando al Viminale dalla porta posteriore, la moglie dell’ingegner Romita passava per la caserma della Celere dove tutto era in movimento, saliva le scale nell’andirivieni senza sosta del palazzo di governo, passava davanti alla sala degli specchi con la porta chiusa per le continue riunioni, si affacciava al centralino dove arrivavano chiamate a getto continuo perché tu…
Nelle strade deserte, col silenzio e l’attesa presidiati dai blindati, dalle jeep di polizia, dagli squadroni a cavallo, dai rotoli di filo spinato che bloccavano l’ingresso principale del Viminale, spuntava alle otto di sera la moglie del ministro Romita, con una borsa a tracolla. Portava ogni giorno il cambio di camicia e di biancheria al marito, che non usciva più dal palazzo, dormiva in ufficio, aspettando i risultati del referendum nella confusione delle voci e dei sospetti: fino all’idea di un complotto monarchico per rapire proprio il ministro dell’Interno, ricattando poi il governo da una posizione di forza. Entrando al Viminale dalla porta posteriore, la moglie dell’ingegner Romita passava per la caserma della Celere dove tutto era in movimento, saliva le scale nell’andirivieni senza sosta del palazzo di governo, passava davanti alla sala degli specchi con la porta chiusa per le continue riunioni, si affacciava al centralino dove arrivavano chiamate a getto continuo perché tutti volevano avere i primi segnali dal voto: e infine si affacciava al salotto dove il ministro cenava sempre con il generale Brunetti, comandante dei carabinieri, e il capo della polizia, Ferrari. Ma quella sera, quando si chiusero le urne, nessuno arrivò a tavola, e la cena preparata come sempre dalla trattoria “Cesare” rimase intatta. Il ministro era chiuso nel suo ufficio, sprofondato sulla poltrona, con la testa appoggiata a una mano, solo e silenzioso nel buio che avanzava. Non parlava nemmeno il commesso che portava i fonogrammi spediti dai prefetti per segnalare la chiusura regolare delle votazioni, con un’affluenza altissima, 89,1 per cento. Ora lo spoglio delle schede. In quelle 72 mila urne di legno, pensava Romita, era rinchiuso il destino dell’Italia.
Un destino che nella prima notte sembrava premiare la Corona. All’inizio lo scrutinio mostrava Repubblica e monarchia appaiate, con scarti minimi. Ma alle 11 di sera del 3 giugno la monarchia cominciò a segnare un leggero vantaggio, che aumentava man mano che arrivavano i dati. Quando si rovesciò nel Viminale il flusso di un blocco di sezioni del Sud, il distacco si fece più ampio, netto e vistoso. A mezzanotte Romita pensò che la partita fosse perduta, e informò il presidente del Consiglio e il vicepresidente. Il giorno dopo, martedì 4 giugno, De Gasperi alle 9 del mattino scrive una lettera riservata che fa consegnare subito a Falcone Lucifero: «Signor ministro, le invio i dati pervenuti al ministro degli Interni fino alle 8 di stamane. Come vedrà si tratta di risultati assai parziali che non permettono nessuna conclusione. Il ministro Romita considera ancora possibile la vittoria repubblicana, io personalmente non credo che si possa – rebus sic stantibus – giungere a tale conclusione. Cordialmente». Le telefonate che arrivano dalle sezioni elettorali ai partiti confermano la prevalenza monarchica per tutta la giornata. Alle 12,30 qualcuno parla di quota 57 per cento per la Corona. La regina è a cena da amici col presidente della Croce Rossa, il direttore della Banca d’Italia Menichella e il ministro Corbino, liberale e monarchico, che propone di passare allo champagne per un brindisi alla vittoria.
Tra le undici di quella sera e la mezzanotte, lo spoglio si ribalta. Il primo ad essere avvertito è l’aiutante di campo di Umberto, Infante: al Viminale si è sparsa la notizia di un forte recupero repubblicano. Il generale vuole informare il re, ma non lo trova. Poi arriva una telefonata a Lucifero da De Gasperi, che lo cerca dal seminario romano, dove è a cena: «Sono il primo ad essere sorpreso, ma mi ha chiamato adesso Romita per dirmi che su 28.903 sezioni la Repubblica ha avuto 10.066.487 voti e la monarchia 8.134.364 mila, e che le settemila sezioni mancanti non possono cambiare l’esito del voto». C’è una pausa, poi De Gasperi aggiunge: «Forse è bene che lei avverta il re». Il ministro sa che deve farlo, e subito, ma ha il «cuore stretto per la tristezza di questa mission»”. Riesce a raggiungere Umberto, e rimanendo in piedi di fronte a lui gli comunica le cifre che certificano come Casa Savoia abbia perso il trono. Il sovrano non mostra emozioni: l’unico suo rammarico è per la condotta degli Alleati, che considera i veri responsabili del risultato. Si stringono la mano, entrando nella prima notte repubblicana d’Italia, anche se il Paese ancora non lo sa.
Cos’era successo? La mitologia del referendum, la radicalità dello scontro, l’epica di una contesa aperta fino all’ultimo voto hanno fatto fiorire la leggenda del “milione di voti nel cassetto” di Romita, con le schede fasulle già predisposte con l’indicazione per la Repubblioa, e pronte per essere gettate nel computo generale se la monarchia avesse raggiunto una soglia pericolosa, e occorresse una “correzione” fraudolenta in extremis. L’immagine di quel cassetto dell’inganno nasce dall’imprudenza e dall’irruenza del ministro degli Interni che due mesi prima, quando esaminava i risultati delle elezioni amministrative con il successo dei partiti di sinistra al Nord, facendo una proiezione mentale fino al referendum disse: «Ho la Repubblica nel cassetto». In realtà com’era inevitabile con una macchina amministrativa alla sua prima grande prova ma tutta da ricostruire, ci furono errori, pasticci, irregolarità, numeri che non tornavano, prepotenze. Ma non vi furono brogli organizzati, manipolazioni pilotate del voto, perché in realtà Romita (e con lui i socialisti) erano sicuri di vincere, dunque non cercarono scorciatoie, e poi perché sarebbe stato impossibile. Figlio di un devoto suddito del re, il ministro era dichiaratamente repubblicano, ma era circondato da una cintura monarchica di cui non aveva voluto disfarsi, che lo accompagnava passo dopo passo. Il meccanismo della conta ufficiale dei voti, in ogni caso, metteva fuori gioco il Viminale: i risultati di ogni singolo seggio venivano trascritti in un verbale a doppia copia, firmato dagli scrutatori e vistato dal presidente, che poi li trasmetteva materialmente alla Corte d’Appello della zona, insieme ai pacchi sigillati delle schede già contabilizzate. Da qui, dopo i controlli, la verifica dei conteggi e la somma dei risultati dell’area di competenza, tutto - numeri, schede, verbali, documentazione - veniva spedito a Roma alla Corte di Cassazione, cui spettava il computo dei dati nazionali e la proclamazione del risultato finale.
Il Viminale continuava a dire che non c’era nulla di definito, bisognava aspettare i dati ufficiali. Ma la notizia correva e nel corso della mattinata il distacco repubblicano si consolidò finché la vittoria apparve certa. Fu Radio Montevideo a bucare il silenzio e a dire per prima che la Repubblica aveva vinto. L’Avanti! e l’Unità non potevano più aspettare e nonostante le minacce di Romita ai direttori («Io vi faccio arrestare!») prepararono i grandi titoli sulla vittoria. Ma la valanga divenne subito incontrollabile, con i giornali di mezzogiorno che stamparono i risultati del referendum a lettere cubitali. Il governo decise che era ormai inutile tacere e alle 17,30 Romita diede al Paese la notizia ufficiale: nelle urne era stata scelta la Repubblica. Lesse i dati regione per regione, con un totale di 12.182.855 voti per la Repubblica (il 54,05 per cento) e 10.362.709 per la monarchia (45,95 per cento). Lo scarto era di 1.820.146 voti. Alla Costituente è prima la Democrazia Cristiana con quasi 9 milioni di voti (8.880.203) e il 33 per cento, seguita dai socialisti col 24,5 per cento e 4.756.635 voti, dal PCI con il 23 per cento, pari a 4.361.068 voti. I repubblicani arrivano al milione di voti, crollano gli azionisti, il Blocco della Libertà e l’Unione Nazionale Democratica, mentre l’Uomo Qualunque porta nell’assemblea 20 eletti. «Conclusione? Abbiamo fatto la Repubblica non solo contro il Quirinale, ma anche contro il Vaticano - commenta Nenni - e sulla cresta dell’onda del suffragio universale emerge vittorioso De Gasperi».
Eccolo, sul sedile posteriore dell’auto che sta entrando al Quirinale per portare al re la comunicazione ufficiale del governo che è stato battuto dal voto e deve lasciare il trono. De Gasperi confida al sovrano di essere commosso, e Lucifero vede che ha gli occhi lucidi. Umberto dice che sta pensando alla partenza, attende la proclamazione, ma intanto in quello stesso pomeriggio di martedì 5 giugno lasceranno l’Italia la regina e i figli. Maria José cerca di resistere, non vuole partire così all’improvviso come in una fuga, s’impunta, ma il re scuote la testa: «Ho dato la mia parola al governo». Alle 14,30 la regina scende nei giardini del Quirinale, i bagagli sono pronti da un pezzo, restano solo i saluti. Lucifero le bacia la mano, poi via verso Ciampino, quindi il volo in aereo per Napoli, da dove il giorno dopo l’incrociatore Duca degli Abruzzi la accompagnerà nell’esilio. Salirà in coperta al tramonto per salutare nel profilo della Sardegna, via via più indistinto, l’Italia che si allontana.
La sera Umberto riunisce la “Corte Nobile” a tavola, per l’ultima cena al Quirinale. Ma venerdì 7, mentre il re in visita ormai privata si congeda da Pio XII che saluta i suoi «giorni amarissimi», i monarchici sollevano un’eccezione sui risultati, sostenendo che la legge prevede la maggioranza dei votanti e non solo dei voti validi. Tutto torna in alto mare nella sala della Lupa a Montecitorio, dove alle sei di sera di lunedì 10 giugno sono arrivate anche le mogli di Nenni e di Romita, convinte di partecipare a una giornata storica. Ma il presidente della Corte di Cassazione, Pagano, dopo aver letto i verbali con il conteggio dei voti non proclama l’esito del referendum in attesa di esaminare «contestazioni, proteste e reclami», e annuncia che ci sarà «una nuova adunanza», prima di andarsene lasciando l’Italia in sospeso: la Repubblica è nata oppure no? I fedelissimi della Corona, ormai pronti alla sconfitta, rialzano la testa e convincono Umberto a non partire fino alla pronuncia definitiva. Sono giorni di passione, con il Consiglio dei ministri che siede in permanenza, anche fino alle 3 di notte, e De Gasperi che va e viene dal palazzo del governo al Quirinale, dove ha uno scontro con Falcone Lucifero, alzando la voce e battendogli sul petto gli occhiali chiusi nella mano: «A questo punto, domattina verrà lei a trovare me a Regina Coeli, o verrò io a trovare lei».
Tutto è pronto perché la crisi precipiti. E il momento sembra arrivare quando i bassi di Napoli insorgono contro lo Stato inneggiando a Masaniello, con tram rovesciati, barricate, bombe e falò a sbarrare la strada, in un assalto organizzato alla sede del Partito comunista che provocherà 7 morti e 70 feriti. Il Viminale teme una vera e propria insurrezione monarchica, e si trova davanti i manifesti appesi ai muri per annunciare addirittura la secessione, col proposito, «sia pure col cuore straziato per gli eventi che infrangono l’unità d’Italia, di ridare alle regioni del Mezzogiorno quella libertà e quell’indipendenza politica ed economica che già le resero tranquille e prospere». Nel vuoto istituzionale il governo giudica un equivoco pericoloso la permanenza di Umberto al Quirinale, soprattutto di fronte alle voci di un golpe organizzato con due battaglioni di carabinieri pronti a mobilitarsi insieme con ufficiali dell’esercito e della Marina (mentre l’Aeronautica è repubblicana). Nella notte, il Consiglio dei ministri fa la mossa finale decidendo che nel regime transitorio «le funzioni di Capo dello Stato spettano al Presidente del Consiglio in carica».
È la notte dell’azzardo. Togliatti dorme all’ambasciata sovietica, Umberto cena a casa dell’amico Luigi Barzini, giornalista e vicedirettore del Tempo. La scena dell’ultima cena è precaria, informale, quasi penitenziale: la padrona di casa ha avuto un incidente, ha una gamba ingessata e non può alzarsi dal letto, quindi avvicinano un tavolino da bridge e si fanno portare piatti freddi, veloci, mentre la conversazione gira al largo dal vero nodo che avviluppa quelle ore cruciali. Alle undici di sera, anche se l’etichetta dice che nessuno può alzarsi da tavola prima del re, Barzini deve assentarsi, per passare dal giornale e visionare l’edizione che uscirà due ore dopo. Qui viene a conoscenza della svolta decisiva, con la decisione del governo di dichiarare decaduto il re e di trasferire i poteri di Capo dello Stato a De Gasperi. A mezzanotte chiama casa dalla redazione, si fa passare Umberto, gli comunica la scelta del Consiglio dei ministri. È una telefonata concitata, breve. Il re decide di passare la notte fuori palazzo, per prudenza. Un amico, l’ingegner Corrado Lignana, lo ospita in via Verona 3, un indirizzo che non conosce nessuno, certamente non il governo che in quelle ore perde le tracce del re, e nemmeno Lucifero, che verrà convocato il mattino dopo alle sette nell’appartamento-rifugio.
Ed è qui, davanti al letto matrimoniale sfatto di una notte insonne, che Umberto esamina con Lucifero le quattro strade che decideranno il suo futuro: dichiarare decaduto il governo e procedere alla nomina di un nuovo capo dell’esecutivo, in uno scontro aperto, con la possibilità di dover ordinare l’arresto dei ministri se si ribellano alla decisione sovrana; tacere e aspettare la pronuncia definitiva della Cassazione, prevista per il 18; attendere la proclamazione finale, ma denunciare intanto l’abuso di potere del governo, rimanendo a Roma anche per pesare sulla Cassazione; lasciare subito l’Italia, ma protestando contro la decisione arbitraria del governo. «Sono quattro scenari - ragiona il re - ma la scelta in realtà è tra il primo e l’ultimo»: dichiarare battaglia, o partire per l’esilio con un’accusa al governo che diventi un fatto politico, eviti l’abdicazione e impedisca il riconoscimento della Repubblica. Umberto ha già scelto, dice a Lucifero che non vuole scatenare una guerra civile e versare sangue, dividendo l’Italia che la sua Casa ha unito. In realtà in questo modo la questione resta aperta, il risultato del referendum viene impugnato e il re sfiduciato conserva il titolo in esilio. C’è in questa scelta il rifiuto dello scontro armato, ma c’è anche la volontà di non rinunciare al trono nonostante il voto popolare, con la speranza affidata alla protesta.
Da questo momento tutto corre verso l’esito, all’aeroporto di Ciampino. Si preparano due stesure del proclama al Paese, Umberto sceglie il messaggio che denuncia l’atto del governo come una rivoluzione, cancellando l’accusa di “colpo di Stato”: «Italiani, ho dichiarato che mi sarei inchinato al voto del popolo. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Non volendo opporre la forza al sopruso lascio il suolo del mio Paese. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta». L’ultimo atto è la decisione di sciogliere tutti dal giuramento di fedeltà al Re. De Gasperi replica definendo il proclama «un documento penoso, su basi false e argomentazioni artificiose. Ameremmo credere che quanto di fazioso e di mendace vi è in questa sciagurata edizione sia prodotto dal clima passionale e avvelenato degli ultimi giorni. La responsabilità tuttavia è gravissima e un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna. Il governo e il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto disgregatore rinsaldando la loro concordia per l’avvenire democratico della Patria». Sarà la Cassazione, nel pomeriggio del 18 giugno a concludere la vicenda proclamando i risultati definitivi con 12.717.923 voti validi per la Repubblica e 10.719.284 per la monarchia, 1.498.136 schede nulle.
Ma quel 13 giugno, l’ultimo giovedì, doveva ancora finire. Alle tre del pomeriggio Umberto scende nel cortile del Quirinale col cappello in mano, pronto a partire. Passeggia ancora una volta lungo i giardini, saluta i collaboratori, stringe le mani al personale del palazzo che lo attende alla vetrata. Poi sale sull’auto che innalza il gagliardetto sabaudo, e si ferma davanti ai corazzieri schierati. Umberto scende e passa in rassegna il drappello, finché il duca Riario Sforza ordina l’ultimo “saluto al re”. A Ciampino sulla pista c’è una piccola folla di amici, cortigiani, collaboratori, insieme con il ministro dell’Aeronautica Cevolotto e quello della Marina, De Courten venuti per il saluto del governo al sovrano decaduto, che rifiuta di incontrarli. Sono le 4 e 7 minuti. L’ex re, ormai conte di Sarre, sale la scaletta del Savoia Marchetti 95 nel suo abito grigio con la giacca abbottonata, il cappello pronto, un mezzo sorriso. È già entrato nell’aereo quando si volta nel commiato, sporge ancora la testa fuori, reggendosi con la mano sinistra al bordo superiore della porta: è un ultimo sguardo. In quel momento dalla torre del Quirinale scende il tricolore con lo stemma dei Savoia.
«Calma assoluta in tutto il Paese», scrive nel suo diario Nenni. E aggiunge: «Ci sarebbe da arguirne che si può perfettamente fare a meno del re e del Capo dello Stato. Però l’Italia è un ben curioso Paese».
(Fine)