Lapsus memoriae. Che il personaggio di Thomas Mann si chiamasse in realtà «Tadzio» (quasi come Nuvolari) l’ho appurato un po’ prima della scomparsa, recentissima, di Björn Andrésen, l’attore che lo aveva interpretato nel film di Luchino Visconti. Nella mia memoria il suo nome era invece «Tadzlo», credo proprio per sovrapposizione con l’ungherese «László». Quest’ultimo, per quanto inusuale a orecchi e occhi italiani, mi era stato inculcato quando ero bambino dall’impresa di quel László Tóth che nel 1972 aveva martellato la figura della Madonna nella Pietà di Michelangelo, nella basilica di San Pietro, gridando «Io sono il Cristo risorto». Il suo caso mi aveva impressionato.
Posso dimenticare il nome del mio vicino di casa, ma quello del martellatore László Tóth cred…
Lapsus memoriae. Che il personaggio di Thomas Mann si chiamasse in realtà «Tadzio» (quasi come Nuvolari) l’ho appurato un po’ prima della scomparsa, recentissima, di Björn Andrésen, l’attore che lo aveva interpretato nel film di Luchino Visconti. Nella mia memoria il suo nome era invece «Tadzlo», credo proprio per sovrapposizione con l’ungherese «László». Quest’ultimo, per quanto inusuale a orecchi e occhi italiani, mi era stato inculcato quando ero bambino dall’impresa di quel László Tóth che nel 1972 aveva martellato la figura della Madonna nella Pietà di Michelangelo, nella basilica di San Pietro, gridando «Io sono il Cristo risorto». Il suo caso mi aveva impressionato.
Posso dimenticare il nome del mio vicino di casa, ma quello del martellatore László Tóth credo sia fissato indelebilmente nei miei circuiti mnestici, sino a che essi persisteranno. A tale fissazione contribuì anche la mia prima emozionata visita alla Basilica e alla Pietà, che avvenne nel 1974, a Pietà ormai restaurata. Di non molti anni successivi fu la visione di Morte a Venezia, il film di Visconti (il romanzo originale di Mann ha l’articolo determinativo: «La morte da Venezia») e deve essere stato allora che nel mio magazzino mentale registrai erroneamente il nome «Tadzlo». La registrazione non fu poi corretta dalla lettura né dalle riletture successive che feci del gran testo di Thomas Mann, che di recente avevo ascoltato in audiolibro Emons.
A fare la differenza è una «l» al posto di una «i» e nei testi a stampa è del resto facile leggere come la prima la seconda, se in qualche oscuro modo lo si desidera. È passato meno di un mese da quando, non senza fierezza, ho infilato lo pseudo-nome «Tadzlo» in un cruciverba per Repubblica: quando ricapiterà una sequenza come «-dzl-»? Per quello scrupolo di prudenza che occorrerebbe attivare sempre ma che a volte invece si omette, al momento di definire il cruciverba ho fatto un controllo. Con che sorpresa ho scoperto che il personaggio si chiama «Tadzio» (quasi come Nuvolari) e non «Tadzlo» (quasi come László Tóth).
Ho anche ricontrollato, sono risalito all’originale dopo aver assurdamente ipotizzato che «Tadzio» fosse una semplificazione dell’adattamento viscontiano. Mi sono quindi rassegnato: il nome vero è proprio quello e oltre allo smacco morale mi è toccata la penitenza materiale di emendare in tutta fretta il cruciverba guasto. La confusione di chiamare «Lucia» molte «Luisa» la capisco, su una base fonetica; quella che mi fa chiamare «Marcello» alcuni «Giacomo» meno. Ci saranno ragioni psichiche, mi diranno i freudiani.
E in quanto all’efebo polacco che turba Gustav von Aschenbach nel capolavoro di Mann, non so che implicazioni potrebbe avere che il fatto nel mio foro interiore il suo nome si fosse condensato, e per lunghi anni, con quello di un ungherese vandalo e pazzo. Sui nomi, ma sulle parole in genere, costruiamo certe convinzioni del tutto individuali che possono rivelarsi incrollabili, anche dopo che ne abbiamo appurato l'infondatezza. Edifici fantasma più solidi di quelli che dovrebbero ergersi su laterizi fatti di realtà ma che, anzi, di fronte a loro si smaterializzano.
Questa è Lapsus del 2 novembre 2025, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento