Elezioni sortilegio, intelletto elegante, prediligere negligenze, leggere florilegi, accogliere lezioni... O, ridistribuendo gli elementi: intelletti prediletti, elezioni negligenti, letture eleganti... Le parole della giocosa cantilena sono tutte accomunate da una particolarità che forse si può intuire sentendole appunto una dopo l'altro. Nell'etimo di ognuna di esse ha un ruolo il verbo latino «l?gere», nel cui significato si concentra una quantità di accezioni: «scegliere», «raccogliere», «legare», «leggere».
Ha a che fare persino con «legno», evocando la raccolta della legna da ardere. Del resto, dice la grammatica scolastica, si tratta di una «radice». Non sempre è facile interpretare la derivazione, cioè per quali vie la radice abbia dato questo o quel frutto: diligenza e negligenza dipendono da una scelta, (o «elezione»), dal fatto di prendersi a cuore o no qualcosa: l'intelligenza è una capacità di leggere o di stabilire nessi; l'eleganza, ancora una volta, sceglie e predilig…
Elezioni sortilegio, intelletto elegante, prediligere negligenze, leggere florilegi, accogliere lezioni... O, ridistribuendo gli elementi: intelletti prediletti, elezioni negligenti, letture eleganti... Le parole della giocosa cantilena sono tutte accomunate da una particolarità che forse si può intuire sentendole appunto una dopo l'altro. Nell'etimo di ognuna di esse ha un ruolo il verbo latino «l?gere», nel cui significato si concentra una quantità di accezioni: «scegliere», «raccogliere», «legare», «leggere».
Ha a che fare persino con «legno», evocando la raccolta della legna da ardere. Del resto, dice la grammatica scolastica, si tratta di una «radice». Non sempre è facile interpretare la derivazione, cioè per quali vie la radice abbia dato questo o quel frutto: diligenza e negligenza dipendono da una scelta, (o «elezione»), dal fatto di prendersi a cuore o no qualcosa: l'intelligenza è una capacità di leggere o di stabilire nessi; l'eleganza, ancora una volta, sceglie e predilige.
Esiste una specie di concezione zodiacale dell'etimologia, per la quale nelle circostanze in cui una parola è insorta si trova un suo carattere permanente, alla fine: una sua verità. È un atteggiamento sostanzialmente opposto a una visione storica o anche soltanto memoriale della lingua e delle parole. Così come lo è il pensiero della Tradizione, per il quale ciò che è stato continua a essere e sempre sarà: negligendo ogni considerazione evolutiva. Ma fosse soltanto la lingua!
Il medesimo atteggiamento si verifica anche a proposito di ogni altra cosa, ivi comprese le persone. Per esempio in quei casi in cui un figlio prosegue in qualche modo l'operato di un genitore, nel bene o nel male - diciamo come nei casi della famiglia Maldini e in quella di Wanna Marchi. Il detto, proverbiale o quasi, per cui le mele, le pere, i frutti in genere non cadono mai troppo lontano dall'albero introduce un'analogia fra generazione vegetale e umana che peraltro prolunga ed estende quella ancor più classica delle radici e che è molto più bizzarra di quanto non appaia. (Mi chiedo se gli esseri umani non siano sempre stati un po' troppo ossessionati da quello che avviene, o non avviene, sottoterra).
È comprensibile il legame che ciascuno sente con il proprio passato e con le tradizioni che ha assunto ed è persino consolante (ma soltanto entro certi limiti) che si consideri la propria identità in funzione delle usanze della famiglia e del territorio di provenienza. Ma ritenere che si tratti di «radici» forse concede un po' troppo alla pur necessaria elasticità del pensiero analogico. Già il fatto che si parli di famiglie e territori di «provenienza» dovrebbe ammonire a non trascurare del tutto la differenza fra l'obbligata giacenza della mela, della pera e del frutto in genere sulla porzione di terreno in cui è arrivata dopo il distacco dal ramo e invece la benedetta mobilità degli esseri umani, ivi compreso quello che in certe circostanze si chinerà per raccogliere il frutto e posarlo in una cesta per magari fargli cominciare uno spostamento di chilometraggio variabile dallo zero all'indeterminato.
È appunto la mela che non può cadere troppo lontana dall'albero; non analogamente ma proprio al contrario delle mele e delle pere ogni essere umano ha la facoltà di allontanarsi anche parecchio dall'albero genealogico che pure lo ha deposto sulla Terra. E allora, queste radici? Dove starebbero? «La casa sui confini dei ricordi...»: è il primo verso della canzone Radici di Francesco Guccini, canzone che nel 1972 ha dato il titolo a un album totemico del guccinismo (sette canzoni, fra cui La locomotiva, Piccola città, Incontro, Il vecchio e il bambino - altro o lascio così?).
I suoi ascoltatori erano perlopiù giovani e quindi ascoltando la canzone conclusiva si immedesimavano più nel bambino che nel vecchio, vecchio che pareva la voce narrante della prima canzone, appunto Radici. Oltre mezzo secolo dopo le cose sono cambiate: oggi ci è molto più apprezzabile e il senso lirico di quel dialogo con sé stessa di una persona che guarda il fiume che scorre vicino alla casa in cui sono vissuti e morti i suoi antenati.
Ma a ciglio asciutto bisognerebbe capire quanto quel titolo abbia influito poi su una mitologia delle radici che di lì a poco avrebbe invaso le generazioni che vedevano declinare il boom economico e gli entusiasmi immemori per il futuro. Nel '73 Amarcord di Fellini; nel '74 le «foto virate seppia» di De Gregori e nel '75 le sue Storie di ieri con Fabrizio De André; e anche qui: altro o lascio così? Del 1975 è anche quel Roots - Radici, il libro di Alex Haley da cui la serie televisiva che nel 1977 avrebbe reso popolare il mito di Kunta Kinte e il rimorso post-coloniale.
Ma negli stessi anni i pensatori Gilles Deleuze e Félix Guattari si accingevano a sostituire alla mitologia della radice il modello non gerarchico e non nostalgico del rizoma. Una più accurata radicologia dovrebbe quindi applicarsi a inseguire le sotterranee diramazioni e provare a liberarci dall'incantesimo -incatenamento che ci fa sentire connessi necessariamente a un'identità statica e secolare. Noi stessi, e poi le cose e le parole. Il caso delle parole è, come è giusto che sia, emblematico dell'intero processo.
Basta aprire il dizionario etimologico alla voce «etimo». Come in un rivolto raffinatissimo del paradosso del mentitore cretese, ci dice che l'etimo di «etimo» è: «vero significato di una parola». Spetta a noi crederci o, nel caso, considerare meglio probante il frivolo anagramma per il quale «etimo = è mito». E comportarci di conseguenza: salutando il pensiero delle radici, senza bisogno di tagliarne alcuna.