Chi vuole occuparsi del significato delle parole deve porsi molte domande del tipo della seguente: che differenza passa fra una persona e un personaggio? Le risposte non sono sempre facili ma cercarne è spesso un’esperienza assai istruttiva. Se partiamo dal teatro vediamo come lì il personaggio sia un ruolo della commedia: è insomma una persona fittizia, ricostruita dall’opera di un drammaturgo. Persona più ruolo. Da qui «personaggio» è passato a designare persone ragguardevoli, persone in vista su quella sorta di palcoscenico che è la vita sociale.
La parola ha poi avuto altre evoluzioni. Divertente il suo destino al diminutivo come «personaggino» o soprattutto «personaggetto», quest’ultima variante resa famosa da Vincenzo De Luca (inteso a sua volta come persona o personaggio politico o anche come personaggio…
Chi vuole occuparsi del significato delle parole deve porsi molte domande del tipo della seguente: che differenza passa fra una persona e un personaggio? Le risposte non sono sempre facili ma cercarne è spesso un’esperienza assai istruttiva. Se partiamo dal teatro vediamo come lì il personaggio sia un ruolo della commedia: è insomma una persona fittizia, ricostruita dall’opera di un drammaturgo. Persona più ruolo. Da qui «personaggio» è passato a designare persone ragguardevoli, persone in vista su quella sorta di palcoscenico che è la vita sociale.
La parola ha poi avuto altre evoluzioni. Divertente il suo destino al diminutivo come «personaggino» o soprattutto «personaggetto», quest’ultima variante resa famosa da Vincenzo De Luca (inteso a sua volta come persona o personaggio politico o anche come personaggio delle imitazioni di Maurizio Crozza). Il personaggetto sarebbe così una persona che si atteggia a personaggio senza però raggiungerne lo status completo.
La frecciata di Meloni: "Parità non è farsi chiamare presidenta assessora o falegnama"
Queste differenze di significati hanno lo scopo di mostrare che una parola ha una ragion d’essere, se non una necessità vera e propria. La questione spesso è controversa. Pensate che esistono linguisti che ritengono non necessaria e anzi fastidiosa la stessa parola «linguaggio». La ritengono un doppione di lingua, che allunga il termine proprio per darsi un tono, un po’ come capita quando si dice «fisicità» anziché «fisico», o «assolutamente sì» anziché «sì».
Di recente a «personaggio» è capitato qualcosa di ancor più strano e controverso. Se ne è inventata la versione femminile «personaggia», che nella critica letteraria teatrale e cinematografica marca una differenza dei ruoli femminili rispetto ai maschili. Come dicevamo la scorsa settimana, quello che oggi è un neologismo femminista ha avuto un precedente datato 1920 in un libro decisamente non femminista come La dolce calamita overo la donna di nessuno, riedito nel 1940 col nuovo titolo di Beato fra le donne, autore Antonio Baldini. Libro blandamente umoristico, blandamente erotico, blandamente patriarcale: «Più andavo e più ci pensavo, cercando anche di ricordarmi in quale mai racconto o libretto d’opera, in quale film di zingare o di bassifondi potessi aver rivisto “una personaggia” a quel modo».
La personaggia di Baldini è più vicina alla falegnama di Giorgia Meloni che alla personaggia di cui parla la saggistica accademica e pubblicistica contemporanea. Si tratta di rotture del codice linguistico o perlomeno delle abitudini linguistiche che per Baldini e Meloni hanno una funzione umoristico-satirica. Per la saggistica femminista si tratta invece di introdurre una marca di differenza nel metalinguaggio critico. Dal punto di vista della grammatica italiana «personaggia» è certamente una forzatura. È vero che esiste «selvaggia» come femminile di «selvaggio» ma si tratta in origine di aggettivi sostantivati, il caso non è il medesimo.
Ma davvero una forzatura lessicale ci scandalizza o comunque ci pare illecita? Davvero è il caso di ridursi a vagliare la correttezza grammaticale delle espressioni dell’avversario in una sorta di reciproca correzione di compiti in classe? Nella ipersensibilità contemporanea per il linguaggio bisognerebbe tenere conto dell'intrinseca duttilità del lessico, rispetto alla quale proteste del genere: «questo non si può dire» rilevano tutt’al più del galateo della conversazione. In fatto di lingua il codice non è certo penale o civile: se è una istituzione la lingua lo è in forma sempre provvisoria e istituenda. Nella polemica, nella propaganda, come nella comunicazione scientifica innovativa, parole come «falegnama» o «personaggia» non hanno bisogno di certificati di cittadinanza o di permessi di circolazione rilasciati da alcuna autorità. Si coniano e si impiegano a volontà dei parlanti ivi incluse le parlanti. A decretarne l’efficacia sarà il modo in cui verranno intese e accolte Non da cattedre di grammatici più o meno improvvisati ma dall’uso comune e dal discorso pubblico in lingua italiana.