A Mai dire gol la Gialappa’s Band istituì un contatore per stabilire con esattezza quante fossero le volte in cui un certo giornalista sportivo Mediaset aveva fatto un cenno d’assenso con la testa mentre porgeva il microfono al presidente - non solo del Milan - Silvio Berlusconi durante l’intervista che gli stava facendo. Erano davvero moltissime. Qualcuno deve aver fatto lo stesso per quante volte durante la conferenza stampa di fine anno (trasferita a inizio) la più recente successora a Palazzo Chigi di Berlusconi ha usato l’intercalare «diciamo». Il numero deve essere stato anche superiore, considerata la durata dell’incontro con i giornalisti.
A parte il fascino particolare che può esercitare in ambienti milanisti (con propensioni enigmistiche) un «intercalare» non sembra agg…
A Mai dire gol la Gialappa’s Band istituì un contatore per stabilire con esattezza quante fossero le volte in cui un certo giornalista sportivo Mediaset aveva fatto un cenno d’assenso con la testa mentre porgeva il microfono al presidente - non solo del Milan - Silvio Berlusconi durante l’intervista che gli stava facendo. Erano davvero moltissime. Qualcuno deve aver fatto lo stesso per quante volte durante la conferenza stampa di fine anno (trasferita a inizio) la più recente successora a Palazzo Chigi di Berlusconi ha usato l’intercalare «diciamo». Il numero deve essere stato anche superiore, considerata la durata dell’incontro con i giornalisti.
A parte il fascino particolare che può esercitare in ambienti milanisti (con propensioni enigmistiche) un «intercalare» non sembra aggiungere nulla di importante alla comunicazione. È una specie di segno di punteggiatura promosso a espressione linguistica ed è comune considerarlo come un espediente del locutore per «prendere tempo» mentre sceglie le parole più significative che seguiranno. Diventa fastidioso quando è molto insistito e pare rivelare una debolezza del locutore stesso, un'incertezza, un’esitazione come sopra una pietra d’inciampo, mentre il discorso dovrebbe essere, secondo un’analogia che si riscontra nell’etimologia del nome, scorrevole, corrente, fluido. Diciamo.
Molti trascrivono il «diciamo» presidenziale con una S interposta che vorrebbe rendere la particolare pronuncia romanesca meloniana: lo facevano già con un altro di lei predecessore nell’ufficio di Palazzo Chigi, Massimo D’Alema, che pure indulgeva nello stesso vezzo. Quanti indizi occorrono per fare una prova? Fra i leader giunti a quell’incarico apicale, D’Alema e Meloni certo non rappresentano i più timidi ed esitanti nell’oratoria. I loro rispettivi e distinti eloqui sono, diciamo, tosti. L'intercalare rappresenterebbe allora un’esibita volontà di apparire meno assertivi?
Ogni interpretazione in chiave psicologica sembra in realtà fuorviante. Invece dal punto di vista linguistico quel «diciamo» sembra in bilico fra il plurale maiestatico e un’offerta di possibile condivisione. Semplifica un pensiero che si vuole troppo complesso per l’uditorio in modo che possa essere assimilato e fatto proprio. Interlocutore, elettore o giornalista: ti dico come potresti pensarla, come faresti bene a pensarla, ti offro un punto di approdo. E mentre il «diciamo» porge la montaliana «formula che mondi possa aprirti», il leader, all’opposto del poeta degli Ossi di seppia, aggiunge: «codesto solo non possiamo non dirti: ciò che siamo, ciò che vogliamo».