Pur senza saperne garantire la fedeltà, la memoria ripropone il ricordo di un magistrale articolo di Beniamino Placido a proposito del verbo «slittare». Il critico si era accorto che il verbo aveva acquisito una sgraziata variante transitiva, nel linguaggio soprattutto della Tv: «abbiamo slittato la messa in onda del programma...», sullo stesso modello dell’efferato «scendo il cane e lo piscio» (attribuito per il solito alla Minkia Sabbry della giovane Luciana Littizzetto ma che sempre la memoria assegnerebbe piuttosto alla comica Margherita Antonelli, nel personaggio della donna di servizio Sofia Matuonto). Malgrado i voti di Placido, l’accezione transitiva di «slittare» ha continuato a diffondersi: non so di vocabolari che l’abbiano già registrata, anche solo per sconsigliarla, ma vedrete che prima o poi succederà.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Addio a Beniamino Placido uomo di mille culture]]
Slittare, scivolare: in latino, «lābi». È il verbo di cui «lapsus» è il participi…
Pur senza saperne garantire la fedeltà, la memoria ripropone il ricordo di un magistrale articolo di Beniamino Placido a proposito del verbo «slittare». Il critico si era accorto che il verbo aveva acquisito una sgraziata variante transitiva, nel linguaggio soprattutto della Tv: «abbiamo slittato la messa in onda del programma...», sullo stesso modello dell’efferato «scendo il cane e lo piscio» (attribuito per il solito alla Minkia Sabbry della giovane Luciana Littizzetto ma che sempre la memoria assegnerebbe piuttosto alla comica Margherita Antonelli, nel personaggio della donna di servizio Sofia Matuonto). Malgrado i voti di Placido, l’accezione transitiva di «slittare» ha continuato a diffondersi: non so di vocabolari che l’abbiano già registrata, anche solo per sconsigliarla, ma vedrete che prima o poi succederà.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Addio a Beniamino Placido uomo di mille culture]]
Slittare, scivolare: in latino, «lābi». È il verbo di cui «lapsus» è il participio passato. L’etimo è lo stesso di «lasso» (di tempo), «labile», di «prolasso» e di «relapso» («ricaduto nell’eresia o nel peccato»). Il lapsus è infatti uno «scivolone», uno dei tantissimi modi di dire che derivano dall’idea che parlare sia un po’ come camminare: «portare avanti» un «discorso» o anche un «excursus», «errare», «perdersi», «andare a parare», persino «prendere un granchio» o «una cantonata».
La presente rubrica Lapsus è scivolata di settimana in settimana, o anche slittata, e ora cerca di riprendere il suo corso ripartendo proprio dal suo nome. Oltre che un errore, commesso per caso o «pour cause» (nel caso: «freudienne»), il lapsus sta infatti diventando una specie di genere discorsivo a sé, nell’incuria o nell’entropica stratificazione di strategie retoriche che infestano il discorso pubblico. Ci sono infatti le affermazioni, le ironie, le metaironie, le tontaggini, le fintotontaggini e non sempre è facile assegnare all’errore la sua giusta genesi, e categoria. Ad applicarsi a questa materia è Adriano Sofri, che nel farlo più che a Sigmund Freud pare ispirarsi a Leonardo Sciascia e a Sebastiano Timpanaro. Nei suoi libri ha dedicato strenue disamine a formulazioni linguistiche, specialmente riguardo a testimonianze e atti in genere dei processi in cui è stato coimputato e alternatamente assolto e condannato.
Processi a parte a Una variazione di Kafka ha poi dedicato (e intitolato) un intero libro. Pochi giorni fa, invece, ha elencato nella sua rubrica Piccola Posta sul Foglio una serie di lapsus (di vario genere) incorsi nel discorso pubblico: una gaffe televisiva di Massimo Giannini e tre errori storici. Il primo era di Mirella Serri, che ha collocato Richard Wagner nell’epoca nazista (era morto nel 1883).
Gaffe del ministro Valditara: "Piersanti Mattarella ucciso dalle Brigate rosse"
Quelli davvero significativi sono però gli ultimi due. Nel giro di pochi giorni il ministro della scuola («dell’Istruzione e del Merito», ricorda Sofri con puntiglio non proprio spassionato) Giuseppe Valditara ha attribuito l’omicidio di Piersanti Mattarella alle Brigate Rosse e il giurista Gustavo Zagrebelsky ha definito «ex brigatista» Ovidio Bompressi, imputato e condannato con lo stesso Sofri per l’omicidio di Luigi Calabresi. Memorie labili? Scivoloni o prolassi linguistici? Eresie relapse? Eccessivi lassi di tempo passati da quei fatti lontani ai dubbi che su di loro continuiamo a nutrire? Sì, perché nella sua stizzita rettifica, a chi riteneva significativo il suo strafalcione il ministro ha controbattuto di avere più volte in passato attribuito l’omicidio Mattarella alla mafia.
E questo è un altro mezzo lapsus, visto che gli storici continuano a ricordarci che quel delitto è avvenuto in un contesto di collegamenti fra la mafia e il terrorismo di destra (il quale è esistito, come molti esponenti e sostenitori dell’attuale maggioranza di governo probabilmente ricordano, anche se non pubblicamente). Da non molto è scomparso il giudice Pietro Calogero, che nel 1979 applicò il teorema a cui diede il proprio nome, perseguendo come brigatisti (apicali e telefonisti) esponenti di Autonomia Operaia: fu la prima volta che il metodo del calderone in cui riversare elementi da tenere invece ben distinti venne messo in pratica nell’azione giudiziaria e non soltanto nella stravaganza analitica dei discorsi in libertà.
Crozza-Valditara e i lapsus sulla storia italiana: da Falcone a Ustica ogni ricostruzione è gaffe
Il finto lapsus degli storpiatori dei nomi, da Emilio Fede a Silvio Berlusconi sino a Marco Travaglio, ha chiari intenti sarcastici e radici nell’umorismo infantilmente popolare. I lapsus, veri o finti che siano, che pullulano nell’infosfera possono avere cause diverse: la franca ignoranza, la parola che scappa per eccesso di esternazione o momentaneo difetto di autocontrollo critico, il surrettizio lancio di un ballon d’essai... Se ne vedono ogni giorno di tutti i colori. È stato chiamato «lapsus» anche il richiamo da parte del vicepremier, ministro degli esteri e attuale leader di Forza Italia Antonio Tajani a una possibile «manovra correttiva» - evocatrice di ulteriori sacrifici nel momento in cui il governo vuole invece apparire (almeno, non potendolo essere) generoso di prebende verso l’elettorato del 2027.
Dirlo lapsus significa assegnarlo a una zona di involontaria espressività, tentare di depotenziarne la carica negativa, scolorarne la vistosa sembianza. In ognuno dei casi elencati lapsus reali, asseriti o simulati hanno in comune un effetto collaterale: la confusione, appunto il calderone in cui tutti i delitti sono rossi e tutte le parole possono dire il contrario di quel che dicono. Col suo immancabile lapsus la dichiarazione scivola nell’opaco.