Ad alimentare il discorso pubblico convergono i fattori semioticamente più disparati: le ideologie, le psicologie, le etnologie, le differenze sociali e culturali, forse le astrologie. Dargli poi sostanza di parola, detta o scritta, non è compito esclusivo della memoria lessicale e sintattica che ognuno di noi acquisisce, a modo suo, da famiglia, scuola e società.
A farci venire alla bocca e alla tastiera vocaboli e espressioni linguistiche varie è anche e soprattutto la moda. Non certo l'industria del fashion, ma l'impulso che rende caduca ogni moda come tutti i leopardiani costumi umani (e anche quelli leopardati, quando la fase animalier sarà passata). È a questo, ancor prima che al prestigio dell'anglismo mascherato, che si deve la sostituzione del vecchio «posto» (di lavoro) con «posizione»; a questo si deve la cancellazione di «posa» (in senso morale) a favore di «postura», eccetera. Lo stucchevole del presente sorpassato da ciò che stucchevole lo diventerà.
Alla moda si deve an…
Ad alimentare il discorso pubblico convergono i fattori semioticamente più disparati: le ideologie, le psicologie, le etnologie, le differenze sociali e culturali, forse le astrologie. Dargli poi sostanza di parola, detta o scritta, non è compito esclusivo della memoria lessicale e sintattica che ognuno di noi acquisisce, a modo suo, da famiglia, scuola e società.
A farci venire alla bocca e alla tastiera vocaboli e espressioni linguistiche varie è anche e soprattutto la moda. Non certo l'industria del fashion, ma l'impulso che rende caduca ogni moda come tutti i leopardiani costumi umani (e anche quelli leopardati, quando la fase animalier sarà passata). È a questo, ancor prima che al prestigio dell'anglismo mascherato, che si deve la sostituzione del vecchio «posto» (di lavoro) con «posizione»; a questo si deve la cancellazione di «posa» (in senso morale) a favore di «postura», eccetera. Lo stucchevole del presente sorpassato da ciò che stucchevole lo diventerà.
Alla moda si deve anche il fatto per cui l'aggettivo «inaccettabile» ora pare sbiadirsi, dacché il dissenso più netto viene ad esprimersi con l'impiego di irricevibile. «Un attacco irricevibile alla libertà di stampa e informazione» ha detto la premier di un'intimidazione camorristica contro un cronista, una settimana fa. E in questi stessi giorni, irricevibili sono stati dichiarati i voucher di Urso, la riforma elettorale in gestazione, i licenziamenti all'Electrolux, la scuola di Valditara, la tassa sui croceristi, le parole di De Luca (Erri), i metodi di De Luca (Vincenzo) secondo l'opposizione, una proposta di Fitto secondo De Luca (Piero).
La differenza fra «irricevibile» e «inaccettabile» consiste in una sfumatura di intensità: certamente la prima qualificazione è più forte della seconda. Una legge della moda (transitoria come lo è qualsiasi legge, tanto più in campi come questo) dice che oggi, nel lessico della polemica, se un'espressione appare di maggiore enfasi rispetto a un modo di dire già assestato, quella è destinata a sostituire questo. Ma la differenza non sta soltanto nella gradazione di intensità.
A questo proposito scavare nelle parole può fuorviare ma può anche dare qualche spunto di riflessione. Riducendo quasi algebricamente i due aggettivi ai minimi termini, si elidono gli elementi comuni (in + bile; negativo + «che si può») e si giunge così alla più maneggevole differenza fra «accettare» e «ricevere». Pensiamo a un dono: ci viene dato, lo estraiamo dalla confezione regalo, lo guardiamo e decidiamo che non possiamo accettarlo: perché non ci piace, perché è troppo generoso, perché è inopportuno, per mille possibili ragioni diverse. Ma lo abbiamo ricevuto: ricevuto e poi respinto. Un dono irricevibile non viene neppure estratto dalla carta colorata. Come Cassandra avrebbe voluto che i Troiani facessero col cavallo odisseico, l'irricevibile viene respinto prima ancora di sapere cosa sia. La proposta irricevibile è quella di cui non vogliamo neppure conoscere il vantaggio che ce ne verrebbe: è il «neanche per tutto l'oro del mondo».
In francese ha corso un'espressione giuridica, «fin de non recevoir», la cui traduzione letterale è goffa e solenne al tempo stesso: «fine di non ricevere». È una dichiarazione di inammissibilità formale di un'istanza qualsiasi, se presentata senza rispettare le condizioni per cui possa essere presa in considerazione. Questione di metodo, non di merito.
Naturalmente nel discorso pubblico, aizzato dalle amplificazioni sociale e innervato di umane e sovrumane meschinità, non è così. Si fa sempre un po' per dire. Le parole «irricevibili» sono state ricevute e non accettate. Ma dirle appunto irricevibili introduce un discrimine: io non accetto quanto tu affermi o chiedi; anzi, tu non avresti neppure dovuto affermarlo o chiederlo.
Quanto viene detto «irricevibile» ha superato una delle ennesime linee rosse, ha infranto uno degli ennesimi tabù e micro tabù disseminati nel territorio comune al fine (consapevole o inconsapevole, che è anche peggio) di frazionarlo e renderlo sempre meno comune. L'irricevibile è un irrigidimento: perentorio e vano, vano ma spaventoso. Coniuga i due opposti costituiti dal ridicolo dell'avviso con cui il condominio dichiara il recapito di volantini pubblicitari «severamente proibito» e dal gelido dell'annuncio: «Oggi il Dottore non riceve».