I social network sono indubbiamente la semiosfera più parolaia che gli esseri umani siano mai riusciti ad allestire: più dei bar sport - di cui sono l'evoluzione su scala globale e a distanza (forse bisognerebbe dire «smart», ma non ce la faccio) -; più dei convegni e dei parlamenti, più delle assemblee studentesche degli anni Settanta, più dei capannelli di uomini nella milanese Piazza del Duomo degli anni Cinquanta e di quelli di donne, ognuna con la sua sedia, fuori dalle case di paese. Ebbene, i verbosissimi social network sono stati presi da incantamento per un silenzio. Un silenzio che valeva i loro miliardi di parole; un silenzio perturbante, costante in una bolgia urlante. Il silenzio implacabile di una donna bionda, e forse malvagia.
Su una parete del chiostro del convento di San Marco a Firenze, Beato Angelico iscrisse in una lunetta di insuperabile perfezione San Pietro Martire che ingiunge l'osservanza di uno dei capisaldi dell'ordine domenicano: la regola del silenzio. Lo…
I social network sono indubbiamente la semiosfera più parolaia che gli esseri umani siano mai riusciti ad allestire: più dei bar sport - di cui sono l'evoluzione su scala globale e a distanza (forse bisognerebbe dire «smart», ma non ce la faccio) -; più dei convegni e dei parlamenti, più delle assemblee studentesche degli anni Settanta, più dei capannelli di uomini nella milanese Piazza del Duomo degli anni Cinquanta e di quelli di donne, ognuna con la sua sedia, fuori dalle case di paese. Ebbene, i verbosissimi social network sono stati presi da incantamento per un silenzio. Un silenzio che valeva i loro miliardi di parole; un silenzio perturbante, costante in una bolgia urlante. Il silenzio implacabile di una donna bionda, e forse malvagia.
Su una parete del chiostro del convento di San Marco a Firenze, Beato Angelico iscrisse in una lunetta di insuperabile perfezione San Pietro Martire che ingiunge l'osservanza di uno dei capisaldi dell'ordine domenicano: la regola del silenzio. Lo fa con un gesto il cui significato si impara tuttora sin da bambini: il dito davanti alla bocca. «Quando mi chiami non ci sono più»: uno degli indovinelli della Vita è bella di Benigni e Cerami si risolve appunto con il silenzio. Questo perché dire «silenzio!» lo si rompe, e così, almeno in parte, anche sibilando l'antipatico «sssst!». A «chiamarne» l'osservanza con il gesto del dito, invece, si invoca il silenzio senza turbarlo, ma anzi rispettandolo.
Nel video rifratto dagli specchi di milioni di reel anche la donna bionda accompagna il suo silenzio con un dito: ma non lo mette alla bocca, non ha la velleità di ridurre al silenzio un intero palasport ululante. No, il dito è puntato contro un'avversaria sleale. E allorché l'avversaria si muove, avanza minacciosa, indietreggia, il dito stesso si alza, si muove, si orienta, non cessa di puntare verso la figura, seguendola come una telecamera montata su un braccio meccanico, se non su un drone. È il dito di una muta accusa: tanto più «accusa» proprio in quanto muta.
A puntare l'indice è stata Sophie Cunningham, una famosa cestista americana, e il suo gesto è stato ripreso dalla propaganda trumpiana e messo in relazione con quello di indicare qualcuno dal palco dei suoi comizi, abituale per Donald Trump (di cui Cunningham sarebbe una simpatizzante). Il significato in verità pare tutt'altro, ma non importa: sembra che lei sia diventata l'eroina dei Maga anche per motivi razziali (bionda accusatrice di una reproba nera). Non importa neanche questo e neppure sapere da che parte stesse la ragione, era uno scontro di gioco e quando vorremo discuterne andremo, casomai e appunto, al bar sport.
Quel che è da sottolineare è che la ragione quel dito puntato l'abbia fatta perdere alle avversarie, come la più violenta delle provocazioni nonviolente possibili. Era un dito certo «iconico» ma «non cinetico», come i voli logistici consentiti dalle basi italiane agli aerei americani in guerra. Era un dito che non voleva sfiorare neppure con sé stesso le carni delle avversarie, che non aveva neppure necessità di tenere a bada il pugno retrostante. Era un indice che intendeva soltanto indicare, continuare a indicare, ieratico - quasi (non esageriamo) - come il dito di Gesù che indica e sconcerta Matteo nel dipinto di Caravaggio a San Luigi de' Francesi, cappella Contarelli. Era il dito che, avesse indicato pure la Luna, andava guardato attentamente. Lo spettacolo dell'accusa che seleziona l'accusata, le punta addosso come un faro che la isola da tutto il buio circostante e la mostra, la addita alla pubblica ignominia. È il dito delle intercettazioni pubblicate dai giornali (magari nel silenzio formale degli inquirenti), della gogna del web, dei titoli scandalistici e scandalizzati.
La bionda puntatrice si è poi detta pentita del suo gesto ma per i suoi fan vecchi e nuovi è come se un'attrice si volesse rammaricare dell'Oscar vinto, o un atleta del record mondiale conquistato. Trasportato dalla bolgia del palasport a quella del bar sport globale, quel gesto ha suscitato una quantità massiva di commenti e, si teme, nessun silenzio.