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Maranza

Tommaso Labranca (ansa)

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A dieci anni dalla sua scomparsa verrebbe voglia di chiedere tante cose a Tommaso Labranca, teorico del trash e autore di “Andy Warhol era un coatto”
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Si potesse ancora chiamarlo o scrivergli - anzi, a essere più precisi: si potesse ancora ricevere una sua risposta - verrebbe voglia di domandare tante cose a Tommaso Labranca. Visti i disegni di legge e i moniti governativi, la prima cosa oggi sarebbe: «Ma alla fine non è che Andy Warhol fosse più che altro un maranza?».

Per chi non conoscesse Labranca, che in effetti pareva destinato al più ingeneroso degli oblii, esce ora, a dieci anni dalla sua scomparsa (è morto nel 2016, come Umberto Eco; ma Tommaso di anni ne aveva soltanto 54), un formidabile strumento editoriale, che è anche omaggio del tutto inatteso da parte della cultura alta e accademica a uno scrittore davvero estraneo al canone - a differenza dei normali trasgressori in attività. Infatti questo postumo Tommaso Labranca Dal pop al popolo. Opere scelte (Mondadori, Oscar Saggi Baobab) esce per impulso e curatela dell'italianista Claudio Giunta, che in precedenza sempre per Mondadori (i Meridiani e poi gli Oscar) aveva cura…

Si potesse ancora chiamarlo o scrivergli - anzi, a essere più precisi: si potesse ancora ricevere una sua risposta - verrebbe voglia di domandare tante cose a Tommaso Labranca. Visti i disegni di legge e i moniti governativi, la prima cosa oggi sarebbe: «Ma alla fine non è che Andy Warhol fosse più che altro un maranza?».

Per chi non conoscesse Labranca, che in effetti pareva destinato al più ingeneroso degli oblii, esce ora, a dieci anni dalla sua scomparsa (è morto nel 2016, come Umberto Eco; ma Tommaso di anni ne aveva soltanto 54), un formidabile strumento editoriale, che è anche omaggio del tutto inatteso da parte della cultura alta e accademica a uno scrittore davvero estraneo al canone - a differenza dei normali trasgressori in attività. Infatti questo postumo Tommaso Labranca Dal pop al popolo. Opere scelte (Mondadori, Oscar Saggi Baobab) esce per impulso e curatela dell'italianista Claudio Giunta, che in precedenza sempre per Mondadori (i Meridiani e poi gli Oscar) aveva curato un'altra raccolta di autore italiano: le Rime di Dante Alighieri. Verrebbe detto che, fatte le dovute proporzioni, sarebbe come immaginare Gianfranco Contini raccogliere e introdurre una silloge di scritti di Luca Goldoni. Ma le proporzioni sono in realtà anamorfosi; Giunta non è Contini, Labranca non è Goldoni e la cultura italiana ha spostato i suoi assetti in modo da rendere sballate ogni tentativo di analogia.

Già nel 2020 Giunta aveva dedicato a Labranca una monografia (Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca, il Mulino), che è l'ideale complemento al volume mondadoriano il quale, travestito da Oscar per ragionevole opportunità, è a tutti gli effetti il Meridiano Labranca di cui non ci saremmo mai sognati di poter disporre. Comprende cinque libri pubblicati da Labranca in vita, una selezione di testi inediti o pubblicati in sedi appartate, apparati vari tra cui una cronologia curata da Luca Rossi, stretto collaboratore e amico di Labranca.

Ma i maranza? Chi di Labranca sa una cosa sola sa che è stato il teorico del «trash»: categoria sfuggente a cui ha dato una declinazione personale. Questo accadeva soprattutto nei suoi primi due libri, ora compresi nel companion di Giunta, e usciti da Castelvecchi rispettivamente nel 1994 e nel 1995, con i titoli: Andy Warhol era un coatto e Estasi del pecoreccio. Forse un elenco parziale degli argomenti darà un'idea dei contenuti più di qualsiasi descrizione: Renato Carosone (esempio positivo), Gialappa's Band (negativo), Blob (buono, divenuto non buono), Madonna (buono), i film di Bernardo Bertolucci (i primi buoni, gli ultimi non buoni), la Nutella (buono), il mensile Astra (buono), Elvis Presley (buono) in confronto agli emuli (la crema Niger, il mensile Astri, Little Tony)... Titoli come: «Franco Franchi era meglio di Lyotard» sino all'apice costituito da «Come si diventa Fiorello» (in Estasi del pecoreccio), una lettera aperta indirizzata a Roberto Calasso per spiegare al direttore editoriale, e anima, dell'Adelphi la necessità di diventare un po' meno anti-pop, a partire dal prendere atto dell'esistenza di Rosario Fiorello e dei suoi successi (che all'epoca includevano una versione dance di «San Martino» di Giosue Carducci).

Aprendo Dal pop al popolo sono corso al capitolo che dà titolo al primo libro di Labranca, cioè Andy Warhol era un coatto, e ho ritrovato a pagina 60 la scheggia verbale di mio massimo interesse odierno: «Mi resi conto di quanto, dentro e fuori, Wharol [sic!] fosse meravigliosamente coatto (sostituire le ultime sei lettere con maranzo se si è a Lodi, tamarro se si è a Milano e dasai se si è a Tokyo)». Sulla lezione «*Wharol»: è la gag «ma dove va l'h?», di Labranca, che scrive anche «*Warolh» e «Hwarol». Ricordo che imparai allora per sempre che il cognome dell'artista era una sciarada fra guerra e buco (parziale): war + hol e non ebbi più esitazioni. Ora, a distanza di tanti anni, le mie certezze vacillano come quell'h labranchiana e non posso escludere del tutto che quanto segue sia un ricordo deformato. Conoscendo Labranca subito dopo l'uscita dei suoi primi due libri gli avevo sottoposto un dubbio a cui lui aveva dato risposta positiva.

In originale lui aveva scritto che Andy Warhol era un «tamarro» ed era stato l'editore, romano (e peraltro linguista di formazione), a fargli sostituire l'appellativo gergale settentrionale, e anzi milanese, con l'equivalente o comunque succedaneo romanesco. «Coatto», a Milano, non lo dice nessuno; o almeno non lo diceva nessuno, prima del libro di Labranca. Del resto, era anche impensabile mangiare la cacio e pepe che ora invece alligna persino a Lambrate. Sull'attribuzione di «maranzo», con la O, a Lodi non so giudicare. Ma Labranca abitava a Pantigliate, che è più o meno fra Milano e Lodi: avrà avuto le sue ragioni. «Maranza», con la A, è peraltro registrato dal vocabolario Zingarelli come voce entrata nel lessico italiano già nel 1989 (compare infatti in un brano di Jovanotti di quell'anno).

La prima definizione è perfettamente labranchiana: «gergale, specialmente negli anni '80 del Novecento, giovane delle periferie urbane dai gusti e comportamenti rozzi e volgari, che si muoveva per lo più in gruppo Cfr. coatto, tamarro». Ne segue una aggiornata alla cronaca degli ultimi anni: «appartenente a bande di ragazzi, spesso in tuta nera con cappuccio, che importunano la gente per le strade» («tuta nera con cappuccio» sembra però un'interferenza coi black bloc).

In quanto alla derivazione, si dice: «etimo incerto; forse è il meridionale maranza ‘melanzana’, con possibile sovrapposizione razzistica di marocchino». Mah. Io ci sento dentro più che altro lo «zanza», gergale lombardo per «ladro» e personaggio scaltro e infido in genere; ma se l'etimologia è una disciplina congetturale già nel caso del lessico codificato, figuriamoci nel caso dei gerghi. Resta il fatto che mentre noialtri accademici nella nostra torre d'avorio ci sollazziamo con i già dispersi scritti di Labranca, il suomaranzo lodigiano derivato in maranza è arrivato agli uffici legislativi di Palazzo Chigi. Trovarci una chiave che apra uno spiraglio sulle assurdità del presente non è facile e forse non è neppure utile. Certo è che Tommaso Labranca (che Giunta proclama sic et simpliciter «il miglior critico delle arti di massa dell'ultimo mezzo secolo») avrebbe da dircene.

Questa è Lapsus del 26 luglio 2026, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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