Amburgo, 22 giugno 1974, si gioca la terza giornata della fase finale del Mondiale di calcio. Per la prima e ultima volta nella storia si sfidano le nazionali della Germania Occidentale e della Germania Orientale. Non è soltanto una partita: è il confronto tra due realtà che erano e saranno unite, ma che per cinquantuno anni rappresenteranno le facce tragicamente opposte di una stessa medaglia. La Germania Ovest è la grande favorita del torneo: e infatti, il 7 luglio, conquisterà per la seconda volta il titolo mondiale, battendo in finale l’Olanda. Ma quella sera accade l’imponderabile, che si concretizza nel gol con cui Jürgen Sparwasser consegna la vittoria alla Germania Est. Buona lettura!
La storia di Sparwasser, da simbolo a traditore della DDR
Di Giovanni Tosco (Scrittore e saggista, Caposervizio di Tuttosport)
“Il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista”, scrive Francesco Piccolo nel suo libro autobiografico “Il desiderio di essere come tutti”. È la sintesi estrema del significato e del valore rappresentati dalla rete di Sparwasser, che quella sera diventa un eroe per chi crede negli ideali del socialismo reale. Ma è un ruolo che non ama e non gli appartiene, come vedremo.
Sparwasser nasce il 4 giugno 1948 a Halberstadt, cittadina del land della Sassonia-Anhalt a una cinquantina di chilometri da Magdeburgo. Il padre è stato prigioniero di guerra degli inglesi, dopo che l’incrociatore su cui si trovava venne affondato in Norvegia. Adesso lavora al reparto risorse umane di una fabbrica di motori, la madre fa la casalinga e si occupa del fratello di sei anni, Diethard. L’infanzia è come tutte le infanzie dell’epoca: la quotidianità è difficile, complessa, tra le macerie e il ricordo delle tante persone scomparse in ogni famiglia, tuttavia il desiderio di ricominciare, di cancellare la sofferenza con gli affetti e, inevitabilmente, con la produttività, aiuta ad andare avanti. Il giorno in cui compie sette anni, Jürgen torna a casa di corsa dalla scuola. Sa che ad aspettarlo c’è un regalo, e spera che sia quello che tanto desidera. I genitori lo attendono seduti attorno al tavolo, sorridenti. In un attimo capisce. Sì, è il pallone di cuoio! Lo prende tra le mani, lo accarezza. Soltanto chi da bambino ha amato veramente il calcio può capire il turbinio di sensazioni che lo avvolge. Ancora oggi, ha un posto d’onore nella sua villetta a Bad Vilbel.
Grazie alle doti naturali del ragazzo e all’abnegazione dello zio Kurt, ex calciatore e poi allenatore di squadre giovanili, a diciassette anni i progressi sono tali da attirare l’attenzione del Magdeburgo: o, più precisamente, della sezione calcistica dell’Aufbau Magdeburgo, come si chiamava all’epoca il club nel quale si sviluppò l’intera carriera di Sparwasser. Quando arriva la lettera di convocazione, il padre ha un fremito. Gli sembra impossibile. “Vogliono portare il nostro bambino a Magdeburgo”, dice alla moglie che, con la consueta flemma, risponde: “Il ragazzo resta qui. Magdeburgo dovrà aspettare un po’”. Ma i dirigenti del club hanno le idee chiare e soprattutto nessuna intenzione di arrendersi. Il pomeriggio in cui si accomodano nel salotto di casa Sparwasser, il presidente Groth, il direttore sportivo Behne e il responsabile del settore giovanile Holke non ci mettono molto a convincere i genitori che una risposta affermativa rappresenterebbe una svolta nella vita di Jürgen. “È uno dei più grandi talenti calcistici che abbia visto nella mia carriera di allenatore, ma soltanto venendo al Magdeburgo potrà sviluppare le sue qualità e diventare un calciatore di professione”, spiega Holke. Sì, d’accordo, è l’obiezione, però è importante che continui gli studi perché nella vita non si sa mai. “È il nostro stesso pensiero. E il collegio dove sono ospitati i ragazzi ha un ambiente familiare e attento proprio per aiutarli a crescere nel migliore dei modi”, li rassicura Groth. Jürgen ascolta con attenzione ogni parola, comincia a elaborare un proprio pensiero, ma rimane zitto fino a quando il padre lo guarda e gli chiede: “Bene, figliolo, cosa ne dici?”. La risposta è immediata: “Accetto”. Nella stanza cala lo stupore: nessuno, considerate le premesse, si aspettava tanta convinzione. Non ancora diciottenne, il 26 febbraio 1966 Sparwasser esordisce in Oberliga, la Serie A della Germania Orientale. Ma già ha indossato la maglia della nazionale e un anno prima, con l’Under 19, ha conquistato il prestigioso Uefa Junior Tournament battendo in finale l’Inghilterra per 3-2: Jürgen segna la prima rete. Tra il 1969 e il 1973 il Magdeburgo vince il campionato (non era mai accaduto in precedenza) e due edizioni della Coppa nazionale, diventando una delle squadre più importanti del paese. Sparwasser entra a far parte della selezione tedesco orientale con la quale partecipa ai Giochi Olimpici del 1972, a Monaco di Baviera. Vince la medaglia di bronzo, ma quell’edizione della più importante competizione sportiva mondiale rimane nella storia soprattutto per il terribile attentato dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero nei confronti della delegazione israeliana che provoca diciassette morti: undici israeliani, cinque terroristi e un poliziotto tedesco.
Il 1974 è l’anno d’oro del calcio tedesco orientale, del Magdeburgo, di Sparwasser. I biancoblù festeggiano il secondo titolo in campionato e pochi giorni dopo, l’8 maggio a Rotterdam, disputano la finale della Coppa delle Coppe contro il Milan. Un autogol di Lanzi e una rete di Seguin consegnano il trofeo al Magdeburgo: mai una squadra della Germania Est aveva vinto una competizione internazionale e mai un’altra squadra ci riuscirà. Non c’è il tempo per festeggiare, perché inizia l’avventura mondiale, che il 22 giugno prevede il derby contro il quale inizialmente si era opposto il segretario del Partito Socialista Unificato, Erich Honecker. “La Repubblica Democratica Tedesca non deve partecipare alla competizione perché il sorteggio è stato truccato”, era sbottato in una delicatissima riunione nella quale Erich Mielke - uno dei fondatori della Stasi, la polizia politica - lo lascia sfogare per poi spiegargli con pazienza l’importanza di far conoscere al mondo il valore e la potenza della Repubblica Democratica Tedesca nel calcio, dopo che l’Olimpiade del 1972 ne aveva evidenziato la forza complessiva dell’attività sportiva. Honecker si lascia persuadere. Alla sfida del 22 giugno le due squadre arrivano con la certezza di essere già qualificate per il turno successivo. Malgrado una pressione costante e un palo colpito, la Germania Ovest non riesce a segnare. Al 33’ del secondo tempo, Hamann effettua un lungo lancio per Sparwasser, che sfiora la palla con la guancia, la controlla, salta in palleggio Höttges e Vogts e poi effettua un leggero pallonetto che scavalca il portiere Maier. Lo stadio di Amburgo ammutolisce. Il risultato non cambierà. Al triplice fischio dell’arbitro Barreto Ruiz è il delirio. Breitner - l’unico giocatore della Germania Ovest con idee politiche dichiaratamente di sinistra: è soprannominato il maoista - si avvicina a Sparwasser e gli chiede di scambiare la maglia. Il viaggio di ritorno è un canto continuo, battute, commenti scherzosi. Più che una nazionale di calcio, sembra un gruppo di liceali in gita. Il commissario tecnico Buschner chiede l’attenzione: “Vi faccio le congratulazioni di un intero paese, orgoglioso di voi e dell’impresa che avete appena compiuto. Quando saremo in albergo telefoneranno politici e dirigenti, e noi li ringrazieremo. Però sappiate che la gioia più grande l’avete regalata a chi ricorderà per sempre questa partita, a chi tra un anno, tra dieci, tra venti, incontrando un amico gli domanderà: E tu dov’eri quella sera?”. Trentaquattro anni dopo, quel gol diventa il cuore dello spettacolo teatrale dell’attore svizzero Massimo Furlan: si intitola 22 giugno 1974: 21.03 e va in scena al Kurt-Wabbel-Stadion di Halle. Tremilacinquecento spettatori, quasi tutti con indosso la maglia blu della Ddr, si lasciano coinvolgere da un’opera unica. La performance di Furlan culmina, al minuto 78, nella riproposizione perfetta della rete che valse la storica vittoria. In precedenza è scesa un po’ di pioggia, ma in quel preciso attimo il sole illumina lo stadio e, nel momento in cui la palla finisce alle spalle dell’immaginario Maier, l’arcobaleno desta in tutti un’infantile meraviglia. Uscendo dallo stadio, Sparwasser prende Christa sottobraccio e le sussurra: “Sulla mia lapide potrebbero scrivere Amburgo 1974. Tutti saprebbero chi giace lì”.
A metà degli Anni 70, Sparwasser è diventato uno dei calciatori più celebri d’Europa. Tante squadre lo vorrebbero, ma nessun calciatore della Germania Est può trasferirsi all’estero. Il controllo paranoico della Stasi agisce nella quotidianità di tutti, anche degli sportivi. Nel marzo del 1977 il Magdeburgo affronta la Juventus nei quarti di Coppa Uefa. Al termine della partita di Torino, Tardelli si avvicina a Jürgen e gli consegna la maglia, ricevendo in cambio la sua. Negli spogliatoi, il capo delegazione riceve una telefonata da Berlino: “Sparwasser non ha rispettato le istruzioni. Non va bene! Ha commesso un danno gravissimo e sarà punito con una multa severissima”. Già, perché ai calciatori della Germania Orientale era vietato scambiare la maglia con un avversario di un paese capitalista. Quando il dirigente lo affronta, Jürgen scuote la testa: “Ma di cosa stiamo parlando? Si è trattato di un normale gesto sportivo tra due calciatori: ci si scambia la maglia e ci si dà una stretta di mano. Non c’è altro da aggiungere, se non che pagherò volentieri la sanzione”.
La sua storia di calciatore finisce presto a causa di un grave infortunio all’anca. Il 9 giugno 1979 gioca l’ultima partita. Quando l’arbitro fischia la conclusione della partita, un’ovazione parte dallo stadio e attraversa l’intera città. C’è la consapevolezza che un’epoca, la più bella nella storia del Magdeburgo, è alla fine. Gli anni Settanta restano indelebili nella mente di tutti i tifosi che hanno vissuto quell’epoca meravigliosa. Così come indelebili restano le imprese e i numeri di Sparwasser con la maglia biancoblù: 381 partite e 173 reti. A questo bilancio, vanno aggiunte le 48 presenze in nazionale con 14 gol. Quando rincasa, a tarda notte, Jürgen sussurra alla moglie Christa: “Mi sono divertito, malgrado tutto”. Il ritiro dall’attività agonistica consente a Sparwasser di concentrarsi finalmente sulla famiglia, di dedicare a Christa - con lui da quando erano quindicenni - e alla figlia Silke più tempo e di maggiore qualità. Comincia a lavorare all’Università dell’educazione di Magdeburgo, dove insegna Teoria e pratica dei giochi sportivi. La vita scorre serena, fino a quando gli viene chiesto di abbandonare l’università per diventare allenatore del Magdeburgo. Dice di no e d’improvviso diventa un uomo solo. Attorno, gli viene fatta terra bruciata. Non vedono vie d’uscita, Jürgen e Christa, se non la fuga in Germania Occidentale. Ci vuole tempo per organizzarla. All’inizio del 1988, Sparwasser deve recarsi a Saarbrücken per una partita tra ex calciatori. Christa è autorizzata a raggiungere Hannover per fare visita ad alcuni parenti. Silke non parte: è incinta e il pericolo di perdere il bambino è troppo grande. Jürgen e Christa si ritrovano alla stazione di Francoforte sul Meno, entrambi con il batticuore e il terrore di essere stati seguiti. Ma non è successo: il regime ha iniziato a sgretolarsi e ventidue mesi dopo collasserà con la caduta del Muro di Berlino, consentendo a Silke di raggiungere i genitori nella villetta di Bad Vilbel, il sobborgo di Francoforte dove vivono tuttora.
Sono passati tanti anni da quel giorno, da quell’abbraccio. Ogni attimo è scolpito nella mente di Jürgen e di Christa. La sera, talvolta, si sorprendono a raccontarsi ancora qualche episodio, ritrovando nella mente dettagli che credevano perduti. E si rendono conto di avere avuto una vita da romanzo. “Magari prima o poi qualcuno la racconterà”, pensano. Ma, per pudore, tacciono.
La storia dei 38 anni di vita della nazionale della DDR
Di Davide De Leo (Linguista, PhD)
La nazionale di calcio tedesco-orientale rappresentò la Repubblica Democratica Tedesca (o DDR, secondo l’acronimo tedesco) dal 1952 al 1990, diventando uno dei simboli sportivi dello Stato socialista durante la Guerra fredda. Pur non raggiungendo mai il prestigio della Germania Ovest, la squadra visse momenti importanti, vincendo importanti sfide.
Dopo la Seconda guerra mondiale dalla Germania nacquero due Stati distinti: la Germania Ovest, filoccidentale, e la Germania Est, che rimase per sempre sotto l’influenza sovietica. Anche il calcio venne separato. La federazione calcistica della DDR fu riconosciuta dalla FIFA nel 1952 e iniziò a partecipare alle competizioni internazionali. Nei primi anni la nazionale faticò a competere ai massimi livelli, soprattutto perché molti giocatori di talento erano emigrati a ovest prima della costruzione del Muro di Berlino nel 1961.
Il sistema sportivo della Germania Est era fortemente controllato dallo Stato. Lo sport veniva considerato uno strumento di propaganda politica e di prestigio internazionale. Per questo motivo il governo investì molto nella preparazione atletica e nelle strutture sportive. Sebbene il Paese eccellesse soprattutto nelle discipline olimpiche come atletica, nuoto e ginnastica, anche il calcio poté beneficiare della buona organizzazione.
Negli anni settanta arrivò il periodo migliore della nazionale. La DDR riuscì a qualificarsi per il Campionato del Mondo del 1974, disputato proprio in Germania Ovest. Fu l’unica partecipazione della Germania Est a una fase finale mondiale. Il torneo assunse subito un enorme significato politico perché, come sopra ricordato, il sorteggio mise di fronte le due Germanie nello stesso girone. La vittoria della DDR del 22 giugno 1974 contro i tedeschi occidentali rappresentò per il regime comunista un trionfo simbolico sul rivale occidentale e venne utilizzata come grande successo propagandistico. Ironia della sorte, la Germania Ovest proseguì il torneo e vinse il Mondiale, mentre la DDR venne eliminata nel secondo girone.
Il più grande risultato della nazionale di calcio della Germania Est arrivò nel 1976, quando la selezione olimpica conquistò la medaglia d’oro ai Giochi di Montréal. In generale, durante gli anni Settanta e Ottanta, i club della DDR e la nazionale produssero diversi giocatori di talento, apprezzati per disciplina tattica e preparazione fisica. Negli anni Ottanta, però, la squadra non riuscì più a qualificarsi per Mondiali o Europei. Ciononostante, alla fine del decennio emerse una generazione molto promettente, guidata da Matthias Sammer e Ulf Kirsten. La nazionale sfiorò la qualificazione ai Mondiali del 1990, ma perse la partita decisiva contro l’Austria proprio nei giorni successivi alla caduta del Muro di Berlino, sicuramente anche distratta dagli eventi.
Con il crollo del regime comunista, anche il calcio della DDR entrò rapidamente in crisi. I migliori giocatori si trasferirono nei club della Bundesliga occidentale e molti persero interesse verso una nazionale destinata a scomparire. L’ultimo atto della nazionale avvenne il 12 settembre 1990.
Quel giorno, mentre a Mosca veniva firmato il trattato che avrebbe sancito ufficialmente la fine della Repubblica Democratica Tedesca, un gruppo di calciatori dell’Est si preparava a scendere in campo a Bruxelles per un incontro destinato a entrare nella storia. La Germania Est stava disputando le qualificazioni per gli Europei del 1992. Diventando ormai chiaro che lo Stato sarebbe presto scomparso, però, la partita contro il Belgio fu trasformata in una semplice amichevole. Questo creò un problema enorme all’allenatore: molti dei giocatori più importanti, ormai impegnati nella Bundesliga, non volevano rischiare infortuni per una gara considerata inutile. In totale, ben ventidue giocatori rifiutarono la convocazione, fornendo le motivazioni più varie: alcuni dissero di essere infortunati, altri ammisero apertamente di non avere motivazione, uno dichiarò di non possedere più il passaporto e un altro sostenne di non considerarsi più cittadino della Germania Est.
Tra i pochi grandi nomi presenti spiccava Matthias Sammer, già affermato e sotto contratto con lo Stoccarda. Anche lui inizialmente pensò di lasciare il ritiro quando si rese conto che quasi tutti gli altri campioni avevano rinunciato. Cercò perfino un volo per tornare a Stoccarda, ma non ne trovò nessuno. L’allenatore riuscì allora a convincerlo a restare e a guidare la squadra come capitano. In seguito, Sammer dichiarò di essere felice che non ci fossero voli disponibili, perché quella decisione si rivelò importante e significativa. La rosa presente a Bruxelles era ridotta al minimo: soltanto quattordici giocatori, di cui due portieri, e tre esordienti. Nonostante ciò, i calciatori affrontarono la partita con enorme determinazione, essendo quella partita anche un’occasione per mettersi in mostra davanti agli osservatori della Bundesliga. La Germania Est giocò sorprendentemente bene e vinse 2-0. Sammer segnò entrambe le reti, dimostrando leadership e qualità eccezionali. Negli ultimi secondi l’allenatore fece entrare il portiere Jens Adler, che non aveva mai giocato in nazionale e non avrebbe mai più avuto un’altra occasione. Adler divenne così l’ultimo calciatore a ottenere una presenza con la maglia della Germania Est, pur senza toccare il pallone.
Pochi giorni dopo, il 3 ottobre 1990, la Germania Est cessò ufficialmente di esistere e la sua federazione calcistica venne assorbita da quella della Germania unificata. Alcuni giocatori dell’Est continuarono a brillare nella nuova nazionale tedesca, soprattutto Sammer, che in seguito vinse il Pallone d’Oro nel 1996.
SEGNALAZIONI
Libri
Sparwasser. L'eroe che tradì, di Giovanni Tosco, 2024, Minerva Il 22 giugno 1974, ad Amburgo, Germania Ovest e Germania Est si affrontano per l’unica volta ai Mondiali. La favorita è la Germania Ovest, che diventerà campione del mondo, ma la partita entra nella storia grazie al clamoroso gol di Jürgen Sparwasser al 78’, che regala la vittoria alla Germania Democratica e ammutolisce lo stadio. Quel successo assume un enorme valore simbolico nella Guerra fredda. Sparwasser diventa un’icona del socialismo reale, ma rifiuta il ruolo imposto dal regime e, anni dopo, sceglie la fuga verso l’Ovest.
La mia DDR-Oberliga. Città, stadi e squadre trent'anni dopo l'ultimo campionato, di Carlo Cartacci, 2022, Elpo Edizioni Un viaggio da Berlino a Berlino attraverso i Länder di Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia, Brandeburgo e Meclemburgo-Pomerania toccando le città di Dresda, Chemnitz, Zwickau, Gera, Jena, Magdeburgo, Brandeburgo e Rostock, visitando gli stadi d’epoca che hanno fatto la storia del calcio tedesco e nuovi impianti sportivi moderni dove si potrà viverne il futuro.
Sito web www.juergen-sparwasser.de Sito in tedesco interamente dedicato a Sparwasser, con biografia, foto e curiosità