L’importanza della Manica e la sua perigliosa traversata
Di Davide De Leo (Linguista, PhD)
La Manica è molto più di una via d’acqua che separa l’Inghilterra dalla Francia. Nella storia britannica ha rappresentato una frontiera, una via di passaggio, una difesa naturale e un corridoio commerciale. È anche, da sempre, considerata il “Monte Everest” del nuoto di fondo. In questa newsletter vi raccontiamo una storia iniziata in Inghilterra con l’impresa il 24 agosto 1875. Quel giorno Matthew Webb divenne il primo uomo a riuscire ad attraversare la Manica a nuoto senza ausili artificiali. Buona lettura!
Storia del Canale della Manica
Il Canale della Manica è un braccio di mare che collega il Mare del Nord all’Atlantico attraverso lo Stretto di Dover. È anche uno stretto lungo circa 560 chilometri che separa Inghilterra meridionale e Francia settentrionale, con il punto più stretto tra Dover e Calais, dove la distanza scende a circa 34 chilometri. La Manica è pertanto una via di navigazione relativamente breve ma non per questo semplice: maree, correnti e traffico marittimo ne fanno uno degli spazi nautici più complessi e frequentati al mondo. Proprio per questa posizione, il Canale ha avuto un ruolo decisivo nelle migrazioni antiche e nelle invasioni. Britannica Kids ricorda che già nell’età della pietra gli uomini attraversavano lo Stretto di Dover e che più tardi Giulio Cesare usò quella rotta per l’invasione romana del 55 a.C. In seguito, Guglielmo il Conquistatore navigò dalla Normandia a Hastings nel 1066. Più in generale, il Canale fu a lungo un’area di scambi e di conflitti, in cui si intrecciavano movimenti di uomini, merci e culture.
Questa ambivalenza emerge con forza nel Medioevo e nell’età moderna. Il Canale non fu soltanto la via delle invasioni riuscite, ma anche il luogo delle minacce respinte. La formulazione dell’idea di “isola britannica” è legata proprio a questa massa d’acqua, percepita come un “fossato” difensivo attorno al Paese. In tale prospettiva, la Manica contribuì a fare della Gran Bretagna una potenza navale, capace di controllare i mari circostanti e di utilizzare il Canale come cuscinetto strategico contro i conflitti continentali.
Nel tardo medioevo e nell’età dei grandi scontri europei, il Canale fu teatro di battaglie e tentativi di invasione. Nella memoria collettiva britannica, il 1588 fu l’anno della vittoria contro l’Invincibile Armada spagnola, quando il Canale divenne il principale scenario della difesa inglese; l’età napoleonica, inoltre, viene ancora ricordata come un momento in cui l’invasione della Gran Bretagna fu nuovamente temuta e poi evitata. La storiografia inglese insiste sul fatto che il Canale funzionò come barriera naturale solo in combinazione con il potere navale: non bastava l’acqua, serviva il controllo del mare.
Nel XIX secolo il Canale assunse anche un ruolo economico e sociale sempre più importante. L’enciclopedia Britannica osserva che, dalla fine del Settecento, le località costiere della Manica crebbero come stazioni balneari grazie all’attrattiva paesaggistica e climatica, mentre i porti divennero nodi centrali dei traffici commerciali e passeggeri. La Manica non era più soltanto il mare degli eserciti e delle flotte, ma anche quello della mobilità borghese, del turismo e dello sviluppo portuale. Nel Novecento il Canale tornò al centro della storia militare europea. Evidente il ruolo ricoperto nelle due guerre mondiali: il “miracolo di Dunkerque” prima, nel 1940, e lo sbarco in Normandia nel giugno del 1944.
Infine, la storia del Canale non può essere separata dalla modernità infrastrutturale. Il Channel Tunnel, aperto nel 1994, ha trasformato simbolicamente e materialmente il rapporto fra Gran Bretagna ed Europa continentale, rendendo il passaggio stabile e continuo sotto quel che per secoli era stato un confine marittimo. La Britannica definisce questo collegamento una delle più importanti innovazioni del periodo contemporaneo, perché ha convertito una barriera storica in una via di transito permanente.
La traversata
La Manica quale prova estrema La storia della traversata della Manica a nuoto comincia quando il mare, da ostacolo naturale, diventa una misura del limite umano. Prima ancora che esistesse uno sport vero e proprio, il Canale era già un luogo simbolico: stretto abbastanza da sembrare domabile, ma abbastanza difficile da trasformare ogni tentativo in una sfida quasi irreale. Il Museo di Dover ricorda che dal 1875 in poi migliaia di nuotatori hanno cercato di attraversarlo, ma proprio questa abbondanza di tentativi conferma la natura eccezionale dell’impresa: la Manica non è solo una distanza, è un sistema di correnti, freddo, fatica, navigazione di supporto e resistenza psicologica. L’attraversamento a nuoto nasce dunque dentro la modernità, ma conserva qualcosa dell’epica antica. Non si tratta soltanto di spostarsi da un punto all’altro: si tratta di resistere per ore a un mare che non resta mai uguale a sé stesso. Le correnti cambiano direzione circa ogni sei ore, costringendo il nuotatore a compiere una traiettoria obliqua, spesso molto più lunga della distanza in linea retta. Questo vuol dire che attraversare la Manica non significa mai “andare dritti”: significa saper abitare l’errore imposto dal mare, correggerlo continuamente e continuare a nuotare.
Webb e l’origine del mito Il nome che dà inizio alla storia è inevitabilmente quello di Matthew Webb. Royal Museums Greenwich lo definisce il primo uomo ad aver attraversato la Manica a nuoto senza ausili artificiali; l’impresa avvenne il 24 agosto 1875. Webb era un marinaio mercantile, nato a Dawley nello Shropshire nel 1848, e non un atleta nel senso contemporaneo del termine. Proprio questa origine gli conferì una singolare autorevolezza: non un campione da palestra, ma un uomo di mare che cercava di sfidare le insidie dell’ambiente cui apparteneva.
L’impresa fu il risultato di una preparazione e di una ostinazione fuori dal comune. Webb annunciò l’intenzione di attraversare la Manica nel 1874, si allenò a Dover e a Lambeth Baths, fece un primo tentativo, fallito, e poi ripartì il 24 agosto 1875 da Admiralty Pier, Dover. Si cosparse di grasso di focena, affrontò l’acqua per quasi ventidue ore, fu spinto fuori rotta dalle correnti, punto da una medusa e sostenuto da barche di assistenza che gli offrirono caffè caldo, ale e brodo di carne. Quando toccò la spiaggia di Calais il 25 agosto, era esausto e in stato confusionale, ma aveva compiuto un’impresa che cambiò per sempre la percezione della traversata. La traversata durò da mezzogiorno del 24 agosto alle 10.41 del mattino successivo, per un totale di 21 ore e 45 minuti, come ricordano il Royal Museums Greenwich e il reperto che certifica il record. Quasi ventidue ore in acqua sono di per sé già un’impresa storica.
Dopo Webb Per lungo tempo, oltre trent’anni, l’impresa di Webb fu ineguagliata. Il secondo uomo a riuscirci, Thomas William Burgess, compì la traversata solo nel 1911. Questa lunga distanza temporale dice molto: non basta volere attraversare la Manica, bisogna imparare a farlo. La traversata diventa così un sapere pratico, fatto di esperienza, strategie di alimentazione, lettura delle maree, gestione del freddo e della mente. Il graduale passaggio dall’eccezione alla continuità si legge nelle statistiche. Il Museo di Dover afferma che, dal 1875, migliaia di persone hanno nuotato tra Dover e Calais, e il sito dei record di Dover mostra oggi una storia densa di nuovi primati. Non siamo più nel campo di un singolo atto eroico, ma in quello di una tradizione sportiva con genealogie precise: primo attraversamento, primo attraversamento femminile, primo doppio passaggio, primo triplo, record di velocità, record di durata, primati legati all’età.
La specializzazione del secondo Novecento Nel secondo dopoguerra la traversata cambiò nuovamente. Non fu più soltanto una conquista iniziale: diventò una disciplina con record e sottocategorie. Dover UK elenca i primati principali e mostra come i limiti si siano progressivamente spostati. Tra i più importanti c’è il record maschile in solitaria di Trent Grimsey, fissato a 6 ore e 55 minuti nel 2012, e quello femminile di Yvetta Hlavacova, con 7 ore e 25 minuti nel 2006.
A questo si aggiunge il filone delle traversate multiple. Il sito dei record segnala che Philip Rush stabilì sia il miglior doppio attraversamento maschile, sia il miglior triplo attraversamento maschile; Alison Streeter è invece la regina della Manica con 43 traversate di successo e detiene anche il primato femminile per la tripla traversata. Questi dati sono importanti perché mostrano come la sfida non sia più solo “arrivare dall’altra parte”, ma ripetere l’impresa, tornare indietro, resistere per un tempo sempre maggiore. Qui la storia sportiva cambia natura. La Manica non è più solo un luogo di record singolari, ma una palestra di continuità. Il nuotatore esperto non vince contro il mare una volta soltanto: impara a conoscerlo, quasi a frequentarlo. E proprio in questo rapporto reiterato con il mare si crea una cultura specialistica, fatta di rituali, allenamento, assistenza tecnica e conoscenza della meteorologia.
Il corpo, il freddo, il tempo La BBC insiste su un elemento spesso sottovalutato: la Manica è una sfida temporale prima ancora che spaziale. Le correnti e le maree costringono a nuotare di sbieco; il tragitto reale può diventare molto più lungo di quello previsto. A ciò si aggiunge l’acqua fredda, se non gelida, che non è un dettaglio ma una variabile decisiva per la sopravvivenza e per la tenuta psicologica. In questo senso la traversata della Manica è una forma di resistenza prolungata, un confronto tra il ritmo biologico umano e un ambiente che impone il proprio tempo. Per questo il Channel swimming conserva un fascino particolare anche nel XXI secolo. Non si tratta di una sfida superata dalla tecnologia: è vero che i natanti di supporto, il monitoraggio, la pianificazione e la preparazione sono evoluti, ma il nuotatore resta solo in acqua. Per quanto il contorno sia moderno, il gesto rimane arcaico: un corpo che avanza, spinto solo dalla propria energia, mentre il mare tenta di deviarlo.
La Manica oggi Le fonti inglesi concordano nel presentare la traversata della Manica come una tradizione ancora viva e statisticamente impressionante. Il Museo di Dover parla di migliaia di attraversamenti riusciti, mentre il Guinness World of Records ricorda che nel 2018 Lewis Pugh divenne il primo a nuotare la lunghezza della Manica a tappe, da Land’s End a Dover, in 49 giorni e 560 chilometri complessivi. Anche quando il gesto cambia forma, la logica rimane la stessa: misurarsi con un confine marittimo che continua a essere carico di significato simbolico.
Bepi Cazzorla, tra i pochi italiani che hanno sfidato la Manica
“Vi racconto la mia impresa”
Dopo aver affrontato sfide storiche come lo Stretto di Messina e la traversata del Bosforo, sentivo il bisogno di spingere l'asticella ancora più in alto. Cercavo qualcosa di unico e, approfondendo sul web la storia della traversata della Manica, ho capito che quella era la mia meta. La preparazione fisica richiede mesi di sacrifici, ma la vera difficoltà risiede nell'adattamento termico: un conto è fare un tuffo invernale, un altro è sostenere due o tre ore continue di bracciate in acque tra i 13 e i 14 gradi. Ho superato la prova di qualificazione ufficiale per la mia staffetta proprio a Dover, nel primo weekend di giugno 2024: due ore in acqua a 14 gradi, il lasciapassare fondamentale preteso dalla Channel Swimming Association.
La mia traversata era stata originariamente programmata per la fine di giugno, ma il meteo nella Manica non accetta programmi rigidi. La sera del 25 giugno, mentre stavo guardando la partita dell'Italia agli Europei, ricevo una chiamata di preallerta: le condizioni meteo impongono di anticipare di cinque giorni e la partenza viene fissata per la notte successiva. La conferma definitiva arrives la mattina dopo alle 7:00 dal capitano della barca, l’unico a cui spetta l'ultima parola: "Today is the day". Ho risposto solo con un "Ok" e da quel momento è scattata una folle corsa contro il tempo.
Ho trovato al volo un volo Bari-Londra nel pomeriggio. L'aereo accumula purtroppo quattro ore di ritardo; atterrato in Inghilterra, incastro febbrilmente due treni e un autobus, riuscendo a varcare la porta dell'albergo a Dover solo alle 00:45. Non c'è nemmeno il tempo di realizzare: infilo il costume e corro al molo. All'1:00 di notte siamo già a bordo del peschereccio, pronti a partire dalle White Cliffs. I miei compagni, conoscendo la mia odissea di viaggio, mi concedono di riposare un paio d'ore per terra sul ponte. Poi tocca a me. Tuffarsi nel buio pesto da una barca da pesca – tutt'altro che uno yacht confortevole – e impattare con l'acqua gelida è uno shock fortissimo. Le prime bracciate sono traumatiche per il freddo e per il disorientamento visivo: nel mare nero l'unico riferimento è la luce della barca.
Poi entri nel “flow” della nuotata e la concentrazione prende il sopravvento. In acqua perdi completamente la percezione del tempo. Per giostrare lo sforzo avevamo concordato che al cinquantesimo minuto la barca ci avrebbe mostrato una bandiera, il segnale che restavano gli ultimi dieci minuti per dare tutto.
Paradossalmente, la parte più dura dell'impresa è la permanenza sulla barca d'appoggio. Si sta stipati all'aperto, esposti al vento, al freddo accumulato e all'incubo del mal di mare, che è la prima causa di abbandono. La chiamata dell'osservatore ufficiale della CSA per il proprio turno è il momento a più alta carica d'adrenalina: smetti di pensare, ti spogli al molo del vento e ti prepari al cambio. Superare il compagno in acqua senza toccarlo, di notte, è un'operazione da eseguire con massima precisione perché in quell'istante sei completamente solo nel buio.
La mia ora si è conclusa a circa 300 metri dalla costa francese, quando la barca ha dovuto fermarsi per il fondale basso. Pur dovendo cedere il turno all'ultima compagna – arrivata a terra appena 8 minuti dopo – la gioia è stata travolgente. Con il tempo di 12 ore e 8 minuti abbiamo registrato la staffetta più veloce dell'intera stagione 2024. Il ritorno a Dover, lo champagne a bordo e la birra la sera al pub per lasciare la mia firma sul muro dei campioni hanno sigillato un'esperienza indimenticabile.
SEGNALAZIONI
Siti Channel Swimming Association (CSA): channelswimmingassociation.com *(Sito ufficiale per regolamenti, albo d'oro e documentazione)
Channel Swimming & Piloting Federation (CS&PF): cspf.co.uk *(Federazione partner per la navigazione e certificazione nel Canale)
Marathon Swimmers Federation (MSF): marathonswimmers.org (Database globale e cultura del nuoto in acque libere)
Museo DOVER MUSEUM Per storia, indirizzi, ecce cc: https://www.dovermuseum.co.uk/Home.aspx
Libri Young Woman and the Sea, di Glenn Stout, Houghton Mifflin Harcourt, 2009 Nel 1926 la giovane americana Trudy Ederle divenne la prima donna a nuotare attraverso il Canale della Manica, battendo persino il record maschile e smentendo i pregiudizi dell'epoca sulla forza fisica femminile. Trasformatasi in un'icona globale, tornò in patria acclamata come la donna più famosa al mondo, per poi svanire rapidamente dai riflettori. Dal libro di Glenn Stout è stato tratto il film Disney+ del 2024.
Swimming the Channel: A Memoir of Love and Loss, di Sally Friedman, Vintage, 1998 Autobiografia che racconta la storia dei tentativi di Sally Friedman di attraversare la Manica. Alla vigilia della nuotata, suo marito fu ucciso, costringendola a raccogliere la forza necessaria per affrontare sia le sfide autoimposte che quelle inattese della sua vita
Film Vindication Swim (2024) – Film incentrato sull'impresa storica di Mercedes Gleitze del 1927. Regista: Elliott Hasler. Con: Kirsten Callaghan, John Locke, Victoria Summer.