Caldo infernale, soluzioni possibili

Climatizzatori in una strada di Singapore, 2014 @ Rym De Coster. Fonte: Flickr.com
Climatizzatori in una strada di Singapore, 2014 @ Rym De Coster. Fonte: Flickr.com 

Newsletter quindicinale – 1° ottobre 2026

8 minuti di lettura

L’aria condizionata è l’unica soluzione possibile per le città sempre più calde?

Di Davide De Leo (Linguista, PhD)

Con estati sempre più torride e sempre meno gradevoli, il modo in cui le città si raffrescano sta diventando una questione di sopravvivenza urbana, giustizia sociale e innovazione tecnologica. In questa newsletter, il Prof. Carlo Ratti, architetto, ingegnere, docente al Politecnico di Milano e al MIT, nonché direttore della Biennale Architettura di Venezia 2025, ripercorre la storia sorprendente di un’invenzione di oltre un secolo fa, che oggi condiziona la vita di miliardi di persone. Ci dice inoltre come il sistema di climatizzazione predominante nelle nostre città, basato su milioni di unità private, sta generando effetti collaterali sempre più evidenti: consumo energetico crescente, surriscaldamento degli spazi pubblici e disuguaglianze sociali di fronte alle ondate di calore.

L’intervista invita a riflettere: mentre il clima cambia, le città continuano ad affidarsi a tecnologie concepite in un’epoca e per contesti molto diversi dai nostri. L’accademico sollecita una domanda cruciale: è ancora possibile immaginare un futuro urbano in cui il fresco non sia un privilegio privato, ma un bene comune, prodotto in modo sostenibile ed equamente distribuito? Buona lettura!

Il Dubai Creek. La città di Dubai, strappata al deserto, vive per 10 mesi anni all’interno, climatizzata @ Gmarcury. Fonte: opera propria
Il Dubai Creek. La città di Dubai, strappata al deserto, vive per 10 mesi anni all’interno, climatizzata @ Gmarcury. Fonte: opera propria 


Buongiorno Prof. Ratti, può presentarsi? Di cosa si occupa la Carlo Ratti Associati?

“Buongiorno a lei. Insegno al Politecnico di Milano e al MIT di Boston, dove dirigo il Senseable City Lab, un laboratorio che cerca di capire come i dati e le nuove tecnologie cambiano le città. Nel 2025 ho diretto la Biennale Architettura di Venezia, che abbiamo dedicato all’adattamento al cambiamento climatico, tema di cui, immagino, parleremo anche oggi.

Inoltre sono co-fondatore di CRA-Carlo Ratti Associati, un ufficio di design e innovazione con sedi a Torino e a New York. Negli ultimi anni ci è capitato di fare cose molto diverse tra loro: la trasformazione dell’ex ospedale Sant’Agostino a Modena in un polo culturale, con un tetto che si apre e si chiude sul cortile; la mensa e la residenza per la Mutti a Montechiarugolo, nella Food Valley emiliana; la torcia olimpica di Milano Cortina 2026; Hot Heart, un sistema di riscaldamento per Helsinki di cui le dirò tra poco, perché c’entra con il nostro tema. Se c’è un filo, è che ci piace partire da una domanda di ricerca e vedere dove porta un cantiere. Non sempre porta dove pensavamo”.

Nei suoi articoli parla del sistema di rinfrescamento utilizzato prevalentemente nelle nostre città come di un sistema a “scatola che sgocciola” (“dripping-box system”). Ce ne fa un po’ la storia?

“Volentieri, perché è una storia che comincia in modo poco glorioso: con la carta che si gonfia. Siamo a Brooklyn, estate del 1902. Una tipografia, la Sackett-Wilhelms, stampa a colori, e con l’umidità i fogli si dilatano, i colori passati uno dopo l’altro non si sovrappongono più e le riviste escono sfocate. Chiamano un giovane ingegnere della Buffalo Forge Company, Willis Carrier, venticinque anni, che fa passare l’aria attraverso serpentine raffreddate per togliere l’umidità. Che l’aria uscisse anche fresca fu quasi un incidente. Il brevetto, depositato qualche anno dopo, si intitola “Apparatus for Treating Air”, apparecchio per trattare l’aria. La parola “air conditioning” non è nemmeno sua: la inventò nel 1906 un ingegnere tessile della Carolina del Nord, Stuart Cramer, che aveva lo stesso problema con i filati di cotone.

Per una ventina d’anni l’aria condizionata resta una faccenda da fabbriche di sigari, di cioccolato, di pellicole. Nel 1925 Carrier installa un impianto al Rivoli Theatre di Times Square, e i cinema americani scoprono che d’estate la gente compra il biglietto per il fresco, e poi eventualmente guarda anche il film. Seguono i grandi magazzini, gli uffici, il Campidoglio di Washington.

L’apparecchio da finestra, la nostra scatola, arriva nei primi anni Trenta e costa quanto una casa. Il boom è del dopoguerra: nel 1947 negli Stati Uniti si vendono decine di migliaia di unità a prezzi accessibili, nel 1953 se ne superano il milione all’anno. Da lì in poi l’aria condizionata non raffresca più soltanto le stanze, ridisegna la mappa. Houston, Phoenix, Miami, tutta la Sun Belt americana: senza il condizionatore non esisterebbero come le conosciamo”.

Decina di migliaia di climatizzatori cercano di rinfrescare l’aria calda e umida di Kuala Lumpur @ Tinou Bao. Fonte: https://www.flickr.com/photos/tinou/453530668/
Decina di migliaia di climatizzatori cercano di rinfrescare l’aria calda e umida di Kuala Lumpur @ Tinou Bao. Fonte: https://www.flickr.com/photos/tinou/453530668/ 
“L’Europa è arrivata tardi, e con qualche buona ragione. Il clima era più mite, le case avevano muri spessi e persiane, l’energia dopo il 1973 costava cara, e c’era un certo sospetto verso un aggeggio che sembrava fatto per i grattacieli di Manhattan. L’Italia, come spesso capita, ha risposto con un compromesso ingegnoso: il Pinguino della De’Longhi, il condizionatore portatile lanciato nel 1986, una macchina su ruote con un tubo alla finestra, per chi non voleva o non poteva bucare la facciata. Un oggetto molto nostro.

Quello che mi colpisce, da ingegnere, è che in centoventi anni il principio non si è mosso. Un condizionatore è un frigorifero rovesciato: un fluido che evapora e si condensa, un compressore, un ventilatore che soffia il caldo fuori e il fresco dentro. Il calore non sparisce, cambia indirizzo. Esce dal salotto e va in strada, insieme alla condensa che gocciola sulla testa dei passanti. Ecco la scatola che sgocciola”.

Alberi fioriti ai piedi della Torre Eiffel a Parigi, 2008 @ Jorge Royan. Fonte: opera propria
Alberi fioriti ai piedi della Torre Eiffel a Parigi, 2008 @ Jorge Royan. Fonte: opera propria 
“Su scala urbana questo trasloco si misura. Gli studi fatti su Parigi mostrano che durante un’ondata di calore i condizionatori possono alzare la temperatura delle vie fino a due gradi, soprattutto di notte, proprio quando il corpo avrebbe bisogno di riprendersi. Il circolo vizioso lo vede da solo: più fa caldo fuori, più le macchine lavorano, più calore buttano fuori. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia oggi nel mondo girano circa due miliardi di condizionatori, e saranno più di cinque miliardi nel 2050, in gran parte in India, in Indonesia, in Africa. Il raffrescamento si mangia già un decimo dell’elettricità del pianeta. Carrier voleva salvare una tipografia. Ci siamo tenuti la sua soluzione per un secolo, e adesso arriva il conto”.

Lei auspica che l’Europa, contrariamente a quanto fatto negli USA, non adotti questo sistema. Non è troppo tardi? Quali sono le alternative?

“Troppo tardi no, direi anzi che siamo in tempo. Negli Stati Uniti circa nove case su dieci hanno l’aria condizionata, in Europa una su cinque, con grandi differenze tra nord e sud. Per decenni abbiamo vissuto questo ritardo come un’arretratezza, con i cugini d’america che d’estate ci guardano con compassione. Oggi è un vantaggio. Chi non ha ancora costruito l’infrastruttura può costruirla in un altro modo. Gli economisti lo chiamano leapfrogging, il salto della rana: pensi ai Paesi che sono passati direttamente al cellulare senza mai posare i cavi del telefono fisso.

Mi lasci dire una cosa prima, per non essere frainteso. Quando fuori ci sono 42 gradi, il raffrescamento meccanico serve, e i morti di queste estati ce lo ricordano ogni anno. La diffidenza europea verso l’aria condizionata non può diventare un’ideologia. La domanda vera è quale aria condizionata”.

Unità esterne dei climatizzatori, 2023 @ Dinkun Chen. Fonte: opera propria
Unità esterne dei climatizzatori, 2023 @ Dinkun Chen. Fonte: opera propria 
“La prima alternativa è cambiare il posto dove si scarica il calore. Invece di buttarlo nell’aria, che d’estate è già bollente, lo si può cedere all’acqua o al sottosuolo. A pochi metri sotto i nostri piedi il terreno e la falda stanno tutto l’anno intorno ai 15 gradi. L’acqua poi ha una capacità termica enorme, assorbe molto calore scaldandosi pochissimo. Non è un caso che quasi tutte le grandi città siano nate su un fiume, un lago o il mare: i nostri antenati la termodinamica la conoscevano per istinto.

Il principio funziona per il singolo edificio, con le pompe di calore geotermiche, e funziona per quartieri interi. Parigi ha la più grande rete di teleraffrescamento d’Europa, Fraîcheur de Paris, che sembra il nome di un profumo: acqua della Senna che raffresca il Louvre e centinaia di edifici attraverso tubi sotto i marciapiedi, con un piano per arrivare a più di 250 chilometri entro il 2042. Ginevra usa il suo lago, anche se ha dovuto inventare raschiatori meccanici per liberare le condotte dalle cozze invasive, un dettaglio che trovo bellissimo. Molte città europee, comprese le nostre, hanno già reti di teleriscaldamento che d’estate si possono usare al contrario. Il fresco diventa un servizio di rete, come l’acqua potabile, invece di milioni di macchine private che si contendono la stessa corrente e si scaldano a vicenda.

L’acqua permette anche di fare accumulo. Si produce freddo di notte, quando l’energia abbonda e costa poco, e lo si rilascia nelle ore di punta, quando le reti elettriche saltano. Con qualche sensore e un buon algoritmo si può orchestrare tutto in tempo reale, parlando con la rete elettrica. Ecco Hot Heart, che le promettevo: è il progetto con cui nel 2021 abbiamo vinto l’Helsinki Energy Challenge, la gara con cui la capitale finlandese cercava un modo per riscaldarsi senza carbone. Abbiamo proposto un arcipelago di grandi bacini galleggianti di acqua di mare, scaldati con pompe di calore quando eolico e solare abbondano, che tengono il calore in serbo per il teleriscaldamento della città. Una batteria termica, in sostanza, con qualche isola tropicale sopra per i cittadini. A Helsinki il problema è il freddo, a Roma è il caldo, ma la fisica è la stessa: l’acqua è il miglior magazzino di energia che abbiamo, e ce l’abbiamo gratis.

Poi c’è tutto quello che viene prima della macchina, cioè l’architettura. Il Mediterraneo sapeva raffrescare senza elettricità: muri spessi, cortili in ombra, fontane, vicoli stretti che incanalano la brezza. Pensi ai patii di Cordova e Siviglia, o alle strade di Palermo. Oggi ci aggiungiamo vetri selettivi, tetti chiari che rimandano il calore al cielo, ventilazione notturna. Gli alberi, di cui parlerò tra poco, sono la parte più importante della ricetta e anche la più facile da realizzare, perché piantare è reversibile. Vale la pena sedersi con le soprintendenze e discutere serenamente di come portare il verde nelle piazze storiche”.

Toronto, Canada. Una ragazza si riposa nell’ombra in una calda giornata di estate @ Maksimsokolov. Fonte: opera propria
Toronto, Canada. Una ragazza si riposa nell’ombra in una calda giornata di estate @ Maksimsokolov. Fonte: opera propria 
“C’è infine un argomento che piace ai ministri dell’economia. La domanda mondiale di raffrescamento crescerà enormemente, soprattutto nel Sud globale, e l’Europa ha ancora aziende leader nel settore: Ariston, Danfoss, Bosch, Schneider Electric, per citarne solo alcune. Ogni euro pubblico speso per raffrescare Milano o Roma con sistemi di nuova generazione è anche ricerca e sviluppo su tecnologie che potremo vendere altrove. Fraîcheur de Paris potrebbe diventare Fraîcheurs du Monde.

Sui costi, terrei separate le due cose. Il verde si paga con i bilanci che i Comuni già hanno per la piantumazione, purché si spendano con un criterio climatico. Le reti di raffrescamento sono infrastrutture, come l’acquedotto o la metropolitana, e si finanziano come tali, spesso con partnership tra pubblico e privato. Sono cifre grosse, finché non si fa il conto per intero: ricoveri evitati, produttività recuperata, notti in cui si dorme. Mandare in pensione lo scatolotto un giorno ci sembrerà ovvio come oggi ci sembra ovvio aver mandato in pensione la lampadina a incandescenza”.

Ci illustra la sua ricerca con la Dubai Future Foundation?

“Nel febbraio 2023 abbiamo aperto a Dubai la prima sede del Senseable City Lab in Medio Oriente, insieme alla Dubai Future Foundation, l’ente del governo di Dubai che si occupa di innovazione. Studiare il caldo dove il caldo è estremo ha una sua logica: d’estate si superano i 45 gradi, e Dubai è una città costruita interamente nell’era dell’aria condizionata, dove si passa dal parcheggio climatizzato al centro commerciale climatizzato. Se si riesce a far camminare la gente all’aperto lì, si può fare ovunque.

Il progetto che le potrebbe interessare di più si chiama Re-Leaf. La domanda era da bambini: quanto raffresca davvero un albero, e quale albero raffresca di più? Abbiamo messo insieme un archivio di oltre duemila alberi in quattro città, Dubai, Amsterdam, Los Angeles e Roma, con immagini satellitari, fotografie dalla strada e riprese con telecamere termiche, e li abbiamo analizzati con l’intelligenza artificiale. I risultati sono netti. La chioma può essere fino a 15 gradi più fresca delle superfici intorno, e un filare di alberi maturi abbassa la temperatura di una strada in maniera significativa. Abbiamo portato Re-Leaf alla Biennale di Venezia del 2025, con un’installazione che mostrava città per città quanto verde abbiamo e quanto ce ne manca”.

Un quartiere verde nella contea del Warwickshire, Inghilterra, 1895 @ George Morley, Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14776673621/
Un quartiere verde nella contea del Warwickshire, Inghilterra, 1895 @ George Morley, Fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/14776673621/ 
“Il verde, insomma, è un’infrastruttura e non un ornamento. Uno studio uscito su The Lancet ha stimato che portare la copertura arborea al 30% nelle città europee, contro una media attuale intorno al 15%, eviterebbe più di 2.600 morti premature all’anno. Un albero è l’unico impianto di climatizzazione che aumenta di valore invecchiando”.

Una questione in più: il fresco come questione di giustizia

“Vorrei aggiungere una cosa su chi muore di caldo, perché le vittime sono quasi sempre le stesse. Anziani, poveri, gente che vive all’ultimo piano di palazzi senza isolamento, in quartieri senza alberi. Il condizionatore privato, visto così, è una risposta regressiva: raffresca chi se lo può permettere e scalda la strada di chi non può. Nell’estate del 2003, quella delle decine di migliaia di morti in Europa, a Parigi le vittime si concentrarono nelle chambres de bonne sotto i tetti di zinco, le stanze delle domestiche dell’Ottocento affittate a studenti e anziani soli. La mappa del caldo coincide con la mappa della povertà, e in qualunque città europea la si legge quartiere per quartiere.

Nell’Ottocento fu il colera a costringere le città europee a costruire fognature e acquedotti, e a decidere che l’acqua pulita era un diritto e non una merce. Il caldo è la questione igienica del nostro secolo, e le città che lo capiranno per prime ne trarranno anche un vantaggio molto concreto. Con l’inverno demografico dovranno contendersi i giovani, e nessuno va a vivere in un posto dove d’estate si esce solo all’alba. Il verde, tra l’altro, non ha colore politico. A Parigi piantare alberi ha messo d’accordo elettori di destra e di sinistra, e non a caso tutti in giro per il mondo stanno copiando Anne Hidalgo, la sindaca”.


SEGNALAZIONI

Libri (a cura del Prof. Ratti)

Il primo è un libro che cito spesso e che rileggo ogni tanto: Reyner Banham, lo storico dell’architettura inglese, The Architecture of the Well-Tempered Environment (1969), in italiano Ambiente e tecnica nell’architettura moderna (Laterza). Banham capì per primo che il Novecento aveva consegnato a una macchina in cantina la responsabilità più antica dell’architettura, quella di tenerci al fresco e al caldo, e che gli impianti fanno la storia dell’architettura almeno quanto le facciate. Il secondo è il suo contrario: Bernard Rudofsky, Architecture Without Architects (1964), il catalogo di una mostra al MoMA di New York, in italiano Architettura senza architetti. Le mashrabiyya del Cairo, le torri del vento di Yazd, i trulli: tutto il raffrescamento passivo che il mondo caldo conosce da mille anni, fotografato prima che ce ne dimenticassimo. Il terzo è più antico ancora, Marc-Antoine Laugier, Essai sur l’architecture (1753), con la sua capanna primitiva: l’architettura nasce come risposta al clima, e ogni tanto conviene ricordarselo. Per la storia americana della macchina, Gail Cooper, Air-Conditioning America (Johns Hopkins University Press, 1998), che racconta come un apparecchio da fabbrica sia diventato un elettrodomestico e poi un’abitudine. Se poi mi concede un po’ di autopromozione, in Atlas of the Senseable City (Yale University Press, 2023), scritto con Antoine Picon, storico dell’architettura a Harvard, c’è il modo in cui al MIT proviamo a leggere le città con i dati, comprese le loro febbri.

Articoli

Il Prof. Carlo Ratti scrive regolarmente sul Financial Times. I suoi articoli sono reperibili qui.

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