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Brexit, dieci anni dopo

Lo strappo del Regno Unito nel referendum pro Brexit del 2006. Autore: Christoph Scholz. Fonte: https://www.flickr.com/photos/140988606@N08/33442067348/ 
Newsletter quindicinale – 29 ottobre 2026
14 minuti di lettura

John Major e la Brexit, dieci anni dopo: ci sono vincitori?

Di Davide De Leo (Linguista, PhD)

A dieci anni dal referendum dell’estate del 2016 che ha deciso l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, l’ex primo ministro John Major ha rilasciato un’intervista al Direttore del quotidiano The Independent. Major ha espresso un’opinione molto critica sugli effetti della Brexit, non solo dal punto di vista economico. In questo numero abbiamo riassunto i punti toccati dall’autorevole politico conservatore inglese e abbiamo chiesto al ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali Luca Cinciripini di analizzarli. Buona lettura!

Marcia anti-Brexit, Londra, 19 ottobre 2019. Autore: Ilovetheeu. Fonte: opera propria 

John Major sulla Brexit

La Brexit ha danneggiato senza dubbio il Regno Unito, non solo dal punto di vista economico.

Debolezza e isolamento: prima il Regno Unito era l’alleato principale degli USA e un leader dell’UE, che aveva 500 milioni di persone. Con 70 milioni di persone in un mondo di 9,5 miliardi, il RU ha molto meno peso e molti meno amici in un mondo divenuto molto difficile.

Il Primo Ministro John Major nel 1995, a Downing Street con Bill Clinton. Autore: Sharon Farmer. Fonte: https://clinton.presidentiallibraries.us/items/show/53553 

“Riprendiamo il controllo”: slogan vuoto per dire “Non ci piacciono gli stranieri. Facciamo tutto da noi”. Ma solo un Paese al mondo è completamente sovrano: la Corea del Nord, e non è certo un modello di società cui ispirarsi. Il RU dipende dalle alleanze: fa parte dei “Five Eyes”, delle Nazioni Unite, della NATO. In tutti questi casi condivide la sovranità con altri. Perché nel caso dell’UE non dovrebbe condividere la sovranità con i Paesi più vicini? Non ha senso. Michael Gove (uno dei brexiteer, coloro che volevano la Brexit) aveva detto prima del voto: “dopo che ce ne andremo dall’UE, avremo tutte le carte in mano”. Le sole carte che si ritrova in mano sono i tanti P45 (i moduli che vengono rilasciati a chi perde il lavoro). Margaret Thatcher aveva portato il RU dentro al mercato unico; alcuni di coloro che si dicono thatcheriani l’hanno spinto fuori, nonostante avessero detto il contrario.

Impatto economico/finanziario: un’ampia gamma di istituzioni, nell’arco degli ultimi dieci anni, ha stimato un calo del PIL britannico tra il 4 e il 6%. Secondo un recente sondaggio, la cifra sarebbe sottostimata e andrebbe dal 6 all’8%. Anche restando prudenti e tenendo in conto la cifra inferiore, l’economia britannica ha perso ogni anno circa £100 mld di attività commerciali, con l’evaporazione di £40mld di gettito fiscale ogni anno. Senza la perdita di queste imposte, molte delle misure fiscali impopolari varate negli ultimi anni non sarebbero state necessarie.

Sull’argomento dei brexiteer: uscire avrebbe accresciuto la libertà del RU di votare le proprie leggi, di uscire dal marasma finanziario determinato dai bilanci UE e sarebbe inoltre stato possibile controllare le frontiere nazionali. Come mai allora c’è la fila per aderire all’UE? Uno degli argomenti di chi voleva la Brexit era che una volta che il RU fosse uscito, l’intera costruzione europea sarebbe crollata e tutti avrebbero voluto uscire. Accade l’opposto. Quindi cosa riescono a vedere i brexiteer che nessun altro riesce a vedere? Chi sono i vincitori? Nessuna lo sa. È invece facile individuare i perdenti: ogni portafoglio e ogni bilancio del Paese. Ora i brexiteer dicono: discutiamo su come rendere un successo la Brexit. Pensare a come farne un successo significa ammettere implicitamente che finora ha fallito. E, secondo Major, continuerà a fallire.

Il voto: bisognaaccettare il voto, il popolo britannico èpadrone del proprio destino. Ha ascoltato il dibattito che vi è stato e poi si è espresso e quindi bisogna accettare il voto. Ma Major si dice adirato dal fatto che il voto è stato falsato da promesse false: il RU sarebbe diventato una terra di “latte e miele”, più forte e sovrano. Niente di tutto ciò è avvenuto. I costi del voto, delle procedure di uscita, della creazione di risibili ministeri della Brexit. Questi costi sarebbero stati accettabili se avessero prodotto dei vantaggi misurabili per le vite dei britannici. Ma non è avvenuto.

Stendardi pro-Brexit davanti al Parlamento britannico, 26/09/2019. Autore: ChiralJon. Fonte: https://www.flickr.com/photos/69057297@N04/48797845046/ 

Sulla decisione di indire i referendum da parte di David Cameron e il ruolo dei Conservatori: si è trattata di una decisione complessa. Cameron l’ha indetto perché vedeva una domanda crescente da parte degli euroscettici e perché pensava di vincerlo. Non l’ha certo indetto per perderlo, ma come sappiamo è andato disastrosamente male. Il fatto che molti dei brexiteer fossero conservatori ha ancora un effetto negativo sul partito.

Instabilità politica: la Brexit ha contribuito all’instabilità politica. Si sono succeduti sette Primi ministri dal voto. Li stiamo cambiando come le squadre di calcio cambiano gli allenatori.

Concause della crisi: vi sono stati avvenimenti di grande rilievo come la guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente, nessuno dei quali è dovuto a scelte del governo britannico, ma la Brexit e i suoi effetti sono stati in assoluto il motivo principale della frenata dell’economia britannica. Solo una piccola parte delle imprese che aveva scambi commerciali con l’Europa continua ad averne. Un enorme numero di medie imprese ha cessato ogni scambio. Ora le imprese hanno a che fare con 27 procedure diverse, ognuna con le proprie norme, i propri moduli, la propria burocrazia. È diventato impossibile per le piccole imprese fare affari con l’Europa con tutti quegli impedimenti. Boris Johnson aveva dichiarato che non sarebbero aumentate le barriere (dazi esclusi) con l’Europa, ma è vero il contrario, l’aumento è stato enorme. Il risultato è un grande decremento degli scambi con l’UE.

Possibilità di rientrare: non è una cosa possibile al momento. Vi sono obiettivi a breve termine e a lungo termine. A breve, occorre ristabilire relazioni di fiducia con l’Europa. L’attuale governo ha fatto i primi passi, ma con troppa timidezza. L’Unione doganale non agevolerebbe più di tanto il RU. L’obiettivo dei prossimi cinque anni deve essere di rientrare nel mercato unico, pur con le difficoltà attuali. E qui bisogna essere onesti con il popolo britannico, mostrando i vantaggi che otterrà e i costi da pagare. Per quanto riguarda una nuova adesione all’UE, difficilmente avverrà a breve. C’è troppa sfiducia, troppa paura. Partiti come Reform infrangerebbero qualsiasi promessa fatta se andassero al potere. L’Europa sarebbe molto scettica, perché in passato ha concesso al RU vari vantaggi ed eccezioni, e nonostante tutto ha vinto la Brexit. Quindi sarebbero comprensibili le esitazioni dei membri UE.

La nuova generazione: gran parte dei voti “Leave” è venuta dalle vecchie generazioni. In questo momento (l’intervista è del giugno del 2026, ndr), sembra che il 68% ritiene che la Brexit sia stata un errore, mentre il 32% no. Credo che la Brexit sia stata una scelta nazionalista e che la nuova generazione sia più “internazionalista”. Tradizionalmente il sentimento nazionalista è estraneo al popolo britannico e probabilmente passerà. Ma non è troppo presto per iniziare a discuterne, perché la questione UE è molto complessa, nessuno riesce a coglierne completamente tutti i dettagli, inclusi gli ex Primi ministri come me. Specie perché sono stati sottolineati tutti gli svantaggi, ma non abbastanza i vantaggi dell’adesione all’UE.

L’Analisi di Luca Cinciripini

Abbiamo chiesto a Luca Cinciripini,ricercatore presso I’Istituto Affari Internazionali, di analizzare i punti toccati da John Major.

Ricercatore allo IAI, Luca Cinciripini ha conseguito un dottorato presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sull’interazione tra Ue e Nato nel regime europeo di difesa. In precedenza ha svolto soggiorni di ricerca presso lo University College London (Ucl) e l’Università di Edimburgo. Si è laureato in Giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli e ha poi ottenuto un Master di I livello in International Relations presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (Aseri) dell’Università Cattolica. I suoi interessi di ricerca includono la Politica estera e di sicurezza dell’Ue, i rapporti tra organizzazioni internazionali nel settore della difesa euro-atlantica, i rapporti tra Ue e Regno Unito in ambito di difesa e sicurezza, il terrorismo internazionale e la sicurezza climatica. Foto gentilmente fornita dall’autore 

Effetti: Isolamento e indebolimento del Regno Unito

A dieci anni dal referendum del 23 giugno 2016, uno degli effetti più evidenti di Brexit riguarda il ridimensionamento del peso politico e diplomatico del Regno Unito nel contesto europeo e, più in generale, internazionale. Londra non ha cessato di essere una potenza di rilievo, rimane un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, una potenza nucleare e uno degli attori centrali della NATO. Tuttavia, la capacità britannica di influenzare le principali dinamiche internazionali appare oggi più limitata, soprattutto se considerata alla luce delle trasformazioni intervenute nell'ordine globale. Il progetto di Global Britain, che avrebbe dovuto rappresentare la principale risposta strategica all'uscita dall'Unione Europea, si è progressivamente scontrato con un contesto internazionale molto diverso da quello immaginato dai suoi promotori. L'idea di fondo era che il Regno Unito potesse compensare la perdita della propria appartenenza al mercato unico e alle istituzioni europee attraverso un rafforzamento delle relazioni commerciali e diplomatiche con partner extraeuropei, accompagnato da una maggiore libertà nella definizione della propria politica estera. In questo disegno, un ruolo fondamentale era attribuito alla special relationship con gli Stati Uniti. Nel 2016, tuttavia, l'asse transatlantico sembrava poggiare su presupposti di stabilità che gli sviluppi successivi hanno progressivamente messo in discussione. L'ascesa di Donald Trump e il ritorno di politiche commerciali più protezionistiche hanno evidenziato quanto fosse rischioso immaginare che il rapporto privilegiato con Washington potesse rappresentare un'alternativa sufficientemente solida all'integrazione europea. La relazione tra Londra e Washington rimane naturalmente rilevante, soprattutto in ambito militare e di intelligence, ma ciò non comporta automaticamente in un trattamento privilegiato sul piano economico e commerciale. Parallelamente, il tentativo britannico di costruire una rete alternativa di partenariati bilaterali ha prodotto risultati reali, ma insufficienti a compensare la perdita dei vantaggi associati all'appartenenza all'UE. Da membro dell'Unione, il Regno Unito poteva contribuire direttamente alla definizione delle posizioni europee, esercitando un'influenza significativa anche attraverso la propria rete diplomatica e le alleanze con altri Stati membri. Oggi deve invece confrontarsi con decisioni europee sulle quali dispone di strumenti di influenza molto più limitati. Questa perdita assume un significato ancora maggiore in un sistema internazionale caratterizzato dal ritorno della competizione tra grandi potenze. In un mondo nel quale il peso economico, la dimensione dei mercati e la capacità di mobilitare risorse industriali e tecnologiche costituiscono elementi centrali della proiezione internazionale, agire individualmente comporta costi crescenti. Brexit ha quindi sottratto a Londra uno dei principali moltiplicatori della sua influenza internazionale, proprio mentre la competizione globale rendeva sempre più importante poter agire all'interno di aggregazioni politiche ed economiche di dimensioni più ampie di quelle offerte dal modello di stato-nazione (soprattutto se non si rientra nel paradigma della grande potenza). Non sorprende, in questo quadro, che il riavvicinamento all'UE sia tornato al centro dell'agenda di politica estera britannica. Il partenariato strategico avviato nel maggio 2025, in particolare nei settori della sicurezza e della difesa, rappresenta il riconoscimento che molte delle sfide principali per Londra non possono essere affrontate efficacemente senza una stretta cooperazione con Bruxelles. È forse questo il paradosso più significativo del primo decennio post-Brexit: il Regno Unito continua ad aver bisogno dell'Europa, ma ha rinunciato a una parte considerevole degli strumenti attraverso i quali poteva determinarne le scelte.

Promesse della Brexit: ripresa del controllo

Uno degli slogan più efficaci della campagna referendaria del 2016 era Take Back Control. La promessa era apparentemente semplice: restituire alle istituzioni britanniche la piena capacità di decidere autonomamente su legislazione, immigrazione, commercio e politica economica, sottraendo tali ambiti all'influenza delle istituzioni europee. Sotto un profilo strettamente formale, è innegabile che la Brexit abbia consentito al Regno Unito di riacquistare competenze precedentemente esercitate o condivise nell'ambito dell'Unione. Se però ci concentriamo su quanto questa maggiore autonomia si sia tradotta in un'effettiva capacità di conseguire risultati migliori, il quadro risulta ben più fosco per il Regno Unito. La distinzione tra sovranità formale e capacità sostanziale di esercitarla rappresenta probabilmente una delle principali contraddizioni dell'esperienza britannica. Londra è oggi libera di adottare normative differenti da quelle europee, ma continua a dipendere economicamente da un mercato con il quale intrattiene relazioni commerciali profondissime. Per le imprese britanniche che intendono esportare nell'UE, la conformità agli standard europei rimane spesso una condizione imprescindibile. Di conseguenza, una parte della libertà regolamentare acquisita si traduce in un dilemma: divergere dalle regole europee accettando maggiori costi commerciali, oppure mantenere un elevato grado di allineamento senza poter partecipare pienamente alla definizione di quelle stesse regole. È in questo contesto che emerge il rischio di trasformare il Regno Unito in un rule taker, ovvero un Paese che finisce per recepire, almeno in determinati settori, regole elaborate altrove. La progressiva ricerca di nuovi accordi con Bruxelles rende questa contraddizione particolarmente visibile. Le iniziative volte a ridurre gli ostacoli agli scambi agroalimentari, a rafforzare la cooperazione energetica o a collegare i rispettivi sistemi di scambio delle emissioni implicano necessariamente forme di coordinamento e, in alcuni casi, di allineamento normativo. Un discorso simile riguarda la politica commerciale. L'uscita dall'UE ha permesso a Londra di negoziare autonomamente nuovi accordi, tra cui quelli con Australia, Nuova Zelanda e India, oltre all'adesione al partenariato transpacifico CPTPP. Tuttavia, la maggior parte degli accordi commerciali britannici ha sostituito intese già esistenti durante l'appartenenza all'Unione, mentre i benefici attesi dai nuovi partenariati rimangono relativamente contenuti rispetto ai costi derivanti dall'introduzione di nuove barriere commerciali con il mercato europeo. Anche il controllo dell'immigrazione offre un esempio significativo della distanza tra promesse e risultati. L'interruzione della libera circolazione ha effettivamente ridotto gli arrivi netti di cittadini europei, che sono diventati negativi nelle stime a partire dal 2022. Tuttavia, questa diminuzione è stata più che compensata, almeno inizialmente, dall'aumento dell'immigrazione proveniente da Paesi extraeuropei. Secondo i dati riportati dalla House of Commons Library, il saldo migratorio dei cittadini non appartenenti all'area UE+ ha raggiunto circa 1,05 milioni nel 2023, prima di diminuire negli anni successivi. La Brexit ha dunque modificato profondamente la composizione dei flussi migratori, senza produrre automaticamente la riduzione complessiva che molti sostenitori dell'uscita si aspettavano. Il bilancio della sovranità riconquistata appare quindi ambivalente. Il Regno Unito dispone certamente di una maggiore autonomia giuridica e regolamentare, ma ha scoperto che la capacità di esercitarla efficacemente è condizionata da interdipendenze economiche e geopolitiche difficilmente eliminabili.

La scelta dei cittadini britannici. Autore : Christoph Scholz. Fonte: https://www.flickr.com/photos/140988606@N08/33442062658/ 

Impatto economico/finanziario. Ci sono dei vincitori?

Se si considera Brexit attraverso una prospettiva prevalentemente economica, è difficile individuare veri vincitori. L'UE ha certamente subito conseguenze commerciali e politiche dall'uscita britannica, ma è riuscita nel complesso a contenerne gli effetti sistemici. Il Regno Unito, al contrario, ha dovuto confrontarsi con costi strutturali significativi, che hanno contribuito ad aggravare debolezze economiche già presenti prima del referendum. Nei mesi successivi al voto del 2016, una delle principali preoccupazioni europee riguardava il possibile effetto domino che la decisione britannica avrebbe potuto innescare. In una fase caratterizzata dalla crescita dei movimenti euroscettici, esisteva il timore che l'uscita di una delle principali economie del continente potesse incoraggiare processi analoghi in altri Stati membri. Questo scenario non si è materializzato. Al contrario, le complessità del negoziato e le difficoltà economiche emerse negli anni successivi hanno contribuito a rendere meno attraente la prospettiva di una fuoriuscita dall'Unione. Per Londra, il bilancio appare decisamente più oneroso. La quantificazione esatta dell'impatto di Brexit rimane oggetto di dibattito, anche perché è impossibile conoscere con certezza quale sarebbe stata la traiettoria economica britannica in assenza del referendum. Tuttavia, un'ampia parte della letteratura economica concorda sul fatto che l'economia del Regno Unito sia oggi significativamente più piccola rispetto a quello scenario ipotetico. L'Office for Budget Responsibility, l'organismo indipendente responsabile delle previsioni economiche ufficiali, continua a stimare che Brexit comporterà una riduzione di circa il 4% della produttività e del PIL nel lungo periodo. Altri studi riportati dalla House of Commons Library indicano effetti negativi compresi tra il 2% e l'8%, a seconda delle metodologie e degli indicatori utilizzati. Minore crescita significa, a parità di altre condizioni, minori entrate fiscali, minore capacità di finanziare investimenti pubblici e margini più ristretti per affrontare le esigenze di spesa dello Stato, soprattutto in un contesto internazionale sempre più critico a partire dal 2022. A pesare sono soprattutto le nuove barriere commerciali con l'UE, che hanno aumentato i costi per le imprese e contribuito a scoraggiare investimenti. L'OBR prevede inoltre che, nel lungo periodo, esportazioni e importazioni britanniche risultino entrambe inferiori del 15% rispetto a uno scenario di permanenza nell'Unione. Gli accordi commerciali conclusi con partner extraeuropei, pur importanti sul piano diplomatico, non sembrano in grado di compensare queste perdite. Tali conseguenze vanno inoltre inserite in una traiettoria economica già complessa. Gli anni dell'austerità avviata sotto David Cameron avevano ridotto significativamente la capacità di investimento pubblico, mentre la pandemia e lo shock energetico successivo all'invasione russa dell'Ucraina hanno ulteriormente aggravato la situazione. Una crescita economica strutturalmente più debole ha reso ancora più difficile affrontare questi problemi, specialmente nelle aree del Paese caratterizzate da minori livelli di produttività e investimenti. Il risultato è quindi profondamente asimmetrico. L'UE ha perso un partner economico e politico di primo piano, ma ha mantenuto la propria dimensione di mercato e capacità regolamentare. Il Regno Unito ha invece rinunciato a una parte dei benefici dell'integrazione senza riuscire a costruire un modello economico alternativo capace di compensarli.

Calais, controlli alla frontiera all’uscita dalla Francia e dall’Area Schengen, prima del Terminal Eurotunnel. Autore: Chris Sampson. Fonte: https://www.flickr.com/photos/lodekka/4912950606/ 

Il voto. È stato saggio indire il referendum? Vi sono state influenze russe?

David Cameron annuncia le dimissioni da Primo Ministro dopo il referendum, 24/06/2016. Autore: Tom Evans. Fonte: https://www.flickr.com/photos/number10gov/27798459571/ 

La decisione di indire il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'UE rappresenta probabilmente uno degli errori di valutazione politica più rilevanti della storia britannica recente. David Cameron aveva annunciato nel 2013 l'intenzione di consultare gli elettori sull'appartenenza all'UE, in un contesto segnato dalle divisioni interne al Partito conservatore e dalla crescente pressione elettorale esercitata dallo UK Independence Party di Nigel Farage. La consultazione avrebbe dovuto contribuire a ricomporre le fratture del fronte conservatore e a neutralizzare, almeno temporaneamente, la questione europea come principale elemento di conflitto politico interno. La scommessa di Cameron si basava sull'idea che una vittoria del fronte favorevole alla permanenza avrebbe potuto chiudere definitivamente il dibattito, rafforzando la sua leadership. L'errore principale di Cameron è stato probabilmente quello di interpretare una questione radicata nel tessuto sociale britannico soprattutto attraverso le esigenze della competizione politica interna. Il referendum finì per diventare il contenitore di una serie di insoddisfazioni che andavano ben oltre la relazione con Bruxelles. In molte aree segnate dalla deindustrializzazione, dalle disuguaglianze territoriali e dalla progressiva riduzione delle opportunità economiche, il voto per Brexit rappresentò anche una forma di protesta contro un sistema politico percepito come distante. Bruxelles divenne così il bersaglio di un malcontento le cui origini erano almeno in parte riconducibili a scelte e trasformazioni interne al Regno Unito. Naturalmente, ridurre il voto Leave a una manifestazione di disagio economico sarebbe altrettanto semplicistico. Le questioni legate all'identità nazionale, all'immigrazione e al recupero della sovranità hanno avuto un peso rilevante, così come la crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche tradizionali. A questo quadro si aggiunge il dibattito sulle possibili interferenze russe nel processo referendario. La questione non è nuova, ma è tornata al centro dell'attenzione nell'ottobre 2026, quando il primo ministro Andy Burnham ha dichiarato di aver ricevuto conferma dell'esistenza di interferenze da parte di Mosca nel voto del 2016. Le sue parole rappresentano un passaggio politicamente significativo, soprattutto considerando che i precedenti governi conservatori avevano sostenuto di non disporre di prove di interferenze capaci di alterare il risultato. Al momento, Burnham non ha fornito dettagli pubblici sulla natura delle attività russe né elementi sufficienti a valutarne l'impatto sul risultato finale. Già nel 2020, il rapporto dell'Intelligence and Security Committee aveva sollevato interrogativi sull'insufficiente attenzione riservata dalle autorità britanniche al fenomeno, senza però stabilire se le attività russe avessero inciso sull'esito referendario. La più recente revisione indipendente, guidata da Philip Rycroft, ha ulteriormente evidenziato la persistenza delle vulnerabilità britanniche rispetto alle interferenze straniere nella vita politica. La questione rimane politicamente delicata poiché se è vero che eventuali nuove evidenze potrebbero alimentare il dibattito sulla qualità e trasparenza del processo democratico, dall’altro lato difficilmente eliminerebbero le profonde divisioni che continuano a caratterizzare la società britannica a dieci anni dal voto.

Il futuro: è possibile una nuova adesione? – Il ruolo della nuova generazione

“Ero troppo giovane per votare, ho 20 anni”. Marcia anti-Brexit, Londra, 19 ottobre 2019. Autore: Ilovetheeu. Fonte: opera propria 

Nonostante il crescente consenso nei confronti di un riavvicinamento a Bruxelles, considero l'eventualità di un ritorno del Regno Unito nell'UE una prospettiva difficilmente realizzabile nel breve e medio periodo. Non escluderei che la questione possa tornare concretamente nell'agenda politica britannica, ma ritengo che un'adesione effettiva richiederebbe un cambiamento politico e culturale profondo, probabilmente destinato a svilupparsi nell'arco di almeno una generazione. Le trasformazioni dell'opinione pubblica indicano che il rapporto con l'Europa è tutt'altro che cristallizzato. Secondo un sondaggio Ipsos pubblicato nel giugno 2026, il 52% dei britannici si dichiarava favorevole a presentare una nuova domanda di adesione, con una quota che saliva al 68% tra i giovani di età compresa tra 18 e 34 anni. I dati suggeriscono quindi una crescente distanza tra le generazioni più giovani, generalmente favorevoli a un'integrazione europea più stretta, e una parte importante dell'elettorato più anziano, che continua a considerare Brexit una scelta da difendere. Sarebbe tuttavia prematuro tradurre automaticamente queste tendenze in una prospettiva concreta di rientro. Esiste una differenza sostanziale tra dichiararsi favorevoli in linea di principio alla riadesione e accettarne le condizioni politiche ed economiche. Occorre infatti considerare attentamente che un nuovo ingresso di Londra nell’UE non comporterebbe affatto il ripristino della situazione ex ante rispetto al referendum, ed è proprio questo uno degli ostacoli principali. Per decenni Londra ha goduto di uno status particolarmente favorevole all'interno dell'UE, caratterizzato da deroghe e condizioni specifiche che le consentivano di partecipare al mercato unico preservando un elevato grado di autonomia in alcuni settori. Tra queste figuravano il mantenimento della sterlina, l'esclusione dall'area Schengen e un trattamento particolare in materia di contributi al bilancio europeo. Un eventuale ritorno non implicherebbe automaticamente il ripristino delle condizioni precedenti. La riadesione dovrebbe avvenire attraverso una nuova procedura ai sensi dell'articolo 49 del Trattato sull'Unione Europea, con condizioni da negoziare e approvare all'unanimità dagli Stati membri. Inoltre, il quadro ordinario applicabile ai nuovi aderenti prevede l'impegno ad adottare l'euro una volta soddisfatti i criteri previsti, pur senza imporre necessariamente una scadenza immediata. Non esiste quindi alcuna garanzia che Londra possa ottenere nuovamente le precedenti deroghe, né che gli altri Stati membri siano disposti a concederle. Questi elementi renderebbero il percorso verso una nuova adesione particolarmente complesso sul piano interno. Un governo britannico favorevole al rientro dovrebbe convincere l'opinione pubblica non soltanto dei benefici economici e politici dell'integrazione, ma anche della necessità di accettare condizioni potenzialmente meno favorevoli di quelle abbandonate nel 2016. In un Paese nel quale la questione europea continua a rappresentare un elemento di forte polarizzazione politica, si tratterebbe di una sfida considerevole. Per questa ragione, ritengo più probabile che il futuro delle relazioni tra Regno Unito e Unione europea passi attraverso un processo di progressivo riavvicinamento settoriale. Il partenariato strategico concordato nel maggio 2025 e il nuovo vertice previsto per novembre 2026 rappresentano passaggi importanti di questa traiettoria. Sicurezza, difesa, energia, commercio e mobilità giovanile costituiscono ambiti nei quali esistono interessi convergenti e margini concreti per ricostruire forme di cooperazione. In prospettiva, queste iniziative potrebbero contribuire a ridurre gradualmente la distanza tra Londra e Bruxelles, ricostruendo un rapporto di fiducia dopo anni di contrapposizioni. Ma un riavvicinamento funzionale non equivale necessariamente a una futura adesione. Il vero interrogativo riguarda la capacità della società britannica di elaborare una nuova visione del proprio ruolo in Europa, superando una contrapposizione tra sovranità nazionale e integrazione che ha dominato il dibattito dell'ultimo decennio.


SEGNALAZIONI

Video

Intervista all’ex Primo Ministro John Major, The Independent, disponibile su Youtube, 2026.

Libri

Brexit. Tra diritto e politica,di Federico Fabbrini, 2021, Il Mulino.

Media e politica l'hanno spesso raccontata come scelta binaria, ma l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea non comincia né finisce con il referendum del 23 giugno 2016. Per capire «Brexit» bisogna leggerla come processo giuridico e politico: un cammino complesso mai tentato prima da uno Stato membro, che ha impegnato e impegna enormi energie negoziali su un campo da gioco multilivello, tra aspirazioni sovraniste e vincoli giuridici. Forte di una solida base documentaria e della conoscenza diretta dei protagonisti, l'autore, in qualità di direttore del Brexit Institute di Dublino, ricostruisce fedelmente la vicenda, collocando i fatti - cause e conseguenze, costi e benefici, scelte e compromessi - all'interno del diritto europeo e delle difficili relazioni che il Regno Unito ha sempre intrattenuto con le istituzioni comunitarie. Se guardata da vicino la più grave crisi mai vissuta dall'Unione sembra invece poterne rilanciare il progetto.

The Brexit Effect, 2016–2026, a cura di Anthony Seldon, 2026, Cambridge University Press.

In occasione del decimo anniversario del referendum sulla Brexit, Anthony Seldon riunisce autorevoli esperti e protagonisti politici di diverse posizioni per analizzarne le cause, il processo di attuazione e le conseguenze sulla società britannica. Il volume The Brexit Effect esamina l’impatto dell’uscita dall’Unione Europea sulla politica, sull’economia e sulla vita quotidiana, offrendo prospettive differenti e riflessioni sulle opportunità future, per comprendere meglio il passato, il presente e il futuro del Regno Unito.

Articoli

The Rycroft Review: Report of the independent review into countering foreign financial influence and interference in UK politics. Ministero degli alloggi, delle comunità e del governo locale, 25/03/2026.

Debate on impact of the 2016 EU membership referendum on the UK, di Stefano Fella, Daniel Harari, Esme Kirk-Wade e Dominic Webb, 17/08/2026.

The UK’s trade agreements, Ministero britannico delle imprese e del commercio e Ministero britannico del commercio internazionale, 02/03/2026

Ten Years after the Brexit Referendum, Britain Remains an Isle Full of Noises: Prospects for an EU-UK Reset, di Luca Cinciripini, 01/07/2026.

Brexit analysis, Office for Budget Responsibility. Serie di studi, ultimo aggiornamento 20/07/2026.

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