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L'anti-museo di Arles

Foto Adrian Deweerdt/courtesy Luma 
Contaminazione tra discipline per la Fondation Luma, appena inaugurata in Camargue. C’è l’arte, ma anche l’attenzione a diritti umani e alla tutela dell'ambiente. Le opere di artisti star e i lavori di promettenti creatori. Che forse incontrerete nel parco di 11 ettari
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Costruire un luogo artistico, ecologico e sociale come una nuova utopia. È quasi un sogno da bambina quello realizzato da Maja Hoffmann, che ha trascorso gran parte della sua infanzia proprio qui, in Camargue. Nel dopoguerra suo padre Lukas, ornitologo tra i fondatori del Wwf, dalla Svizzera era venuto tra paludi, banchi di sabbia e fenicotteri, per creare il laboratorio Tour du Valat, centro di ricerca per la conservazione delle zone umide. E anche la Fondation Luma, inaugurata qualche giorno fa nella sua grandiosità, immersa in un parco di undici ettari, è “un organismo vivente”, come ama sottolineare Hoffmann, erede della famiglia proprietaria dell’azienda farmaceutica svizzera Roche, fondata nel 1896 a Basilea dal suo bisnonno.

Impossibile non vedere da lontano la Tour, torre attorcigliata di Frank Gehry che svetta nel cielo fino a cinquanta metri, ricoperta da più di undicimila pannelli di acciaio scintillante. Un faro, un totem, che…

Costruire un luogo artistico, ecologico e sociale come una nuova utopia. È quasi un sogno da bambina quello realizzato da Maja Hoffmann, che ha trascorso gran parte della sua infanzia proprio qui, in Camargue. Nel dopoguerra suo padre Lukas, ornitologo tra i fondatori del Wwf, dalla Svizzera era venuto tra paludi, banchi di sabbia e fenicotteri, per creare il laboratorio Tour du Valat, centro di ricerca per la conservazione delle zone umide. E anche la Fondation Luma, inaugurata qualche giorno fa nella sua grandiosità, immersa in un parco di undici ettari, è “un organismo vivente”, come ama sottolineare Hoffmann, erede della famiglia proprietaria dell’azienda farmaceutica svizzera Roche, fondata nel 1896 a Basilea dal suo bisnonno.

Impossibile non vedere da lontano la Tour, torre attorcigliata di Frank Gehry che svetta nel cielo fino a cinquanta metri, ricoperta da più di undicimila pannelli di acciaio scintillante. Un faro, un totem, che domina la pianura e apre un orizzonte che si distende fino al mare. «Abbiamo voluto evocare le radici locali, dalla Notte stellata di Van Gogh al massiccio delle Alpilles», spiega l’architetto americano di 92 anni, citando il pittore olandese che ha vissuto ad Arles tra il 1888 e il 1889 e il paesaggio delle “piccole Alpi” della Provenza. Alla base della torre c’è una rotonda che si ricollega idealmente alla vicina arena romana, un’altra meraviglia della città.

«Volevo dare spazio e tempo al dialogo tra pratiche e linguaggi distinti» racconta Hoffmann. Quando l’idea ha cominciato a germogliare, quindici anni fa, aveva in mente una «utopia per un’istituzione culturale del ventunesimo secolo». La mecenate parla oggi di “campus creativo” con tante isole autonome, in una sorta di arcipelago che, accanto alla collezione permanente e alle mostre, comprende laboratori o eventi, come Atelier Luma, Offprint e Luma Days. «L’abbiamo concepito come una piattaforma capace di renderci consapevoli del nostro rapporto con la vita, ma anche come impulso vitale». E dopo un anno di pandemia, che ha ritardato l’inaugurazione, sembra ancora più necessario.

Non è un museo, o forse è il tentativo di reinventarlo, all’incrocio tra arte, cultura, ambiente, diritti umani, educazione e ricerca. La Fondation Luma – contrazione dei nomi dei due figli di Hoffmann, Lucas e Marina – è luogo di esposizione e di produzione nella contaminazione tra discipline, nell’incontro tra artisti acclamati e promettenti creatori accolti in residenza. Il primo schizzo di Gehry risale a più di dieci anni fa ma, tra difficoltà burocratiche e qualche resistenza politica, il cantiere è durato più del previsto. Nel corso dei lavori, la fondazione ha già ospitato giovani talenti e diverse mostre, come quella della fotografa americana Annie Leibovitz.
«Luma offre la possibilità di discutere, scambiare, interagire», continua Hoffmann, 65 anni, che si definisce “svizzera e camarguaise”, molto legata affettivamente a questo amabile sud della Francia a cui sta dando visibilità internazionale. È una donna dai modi semplici, senza fronzoli, può sembrare brutale ma a volte è persino timida. In cerca di qualcosa di autentico, fuori dagli schemi. «Niente deve essere fisso, a scomparti. Si possono fare graffiti, ascoltare musica rap». La scelta di affidarsi all’architetto delle forme libere, autore del Guggenheim di Bilbao, non è casuale. L’intenzione è, infatti, trasformare questa città di cinquantamila abitanti in una meta culturale e artistica, come è successo per la città basca. Nella Tour si ritrovano opere degli italiani Alighiero Boetti e Michelangelo Pistoletto, ma anche degli americani Bruce Nauman, Richard Long, Duane Michals, Cy Twombly, parte della collezione iniziata dai suoi nonni, Emanuel e Maja.


Il Parc des Ateliers, dieci minuti a piedi dal centro, appariva fino a qualche anno fa come una landa di capannoni abbandonati vicino a delle rovine romane, in un tempo che sembrava fermato. «Un’immensa distesa di cemento», ricorda l’architetto paesaggista belga quarantenne Bas Smets, che ha fatto piantare centinaia di alberi, scavato un grande stagno, ricostituendo una macchia mediterranea battuta dal Mistral (solo da queste parti i venti prendono i nomi di poeti). Gli ex stabilimenti industriali di fine Ottocento, dove un tempo si costruivano e riparavano le locomotive a vapore, sono stati trasformati in un gigantesco campus per ospitare mostre, laboratori, spettacoli. Alcuni vecchi magazzini sono stati ristrutturati da Annabelle Selldorf, architetta tedesca con studio a New York, per diventare spazi modulari per mostre e performance.
«Mi interessano gli artisti, non il valore commerciale dell’arte»,
ripete spesso Hoffmann indicando gli spazi ibridi di Luma, come La Bibliothèque est en feu, la biblioteca in fiamme, che occupa il terzo piano della Torre di Gehry e vuole promuovere un’esperienza nuova della lettura, integrando schermi, elementi scultorei, videogiochi. Una sala è dedicata a un’installazione di Philippe Parreno, No More Reality, che ospita materia inanimata e processi meccanizzati, coordinati e controllati dalla tecnologia algoritmica. Il fulcro è un video appena montato che riunisce l’intera filmografia dell’artista. Dentro le Galeries des Archives Vivantes viene rielaborato il concetto di archivio. Per l’inaugurazione sono raccolti documenti inediti del lavoro di Leibovitz e della collega Nan Goldin. «In un’epoca in cui tutto accelera», continua Hoffmann, «la nostra ambizione è quella di rallentare il processo di storicizzazione, di rendere più comprensibile il passaggio da un’epoca all’altra, proponendo una riflessione dinamica in relazione al passato più recente».
Nel campus si distende una storia che va dall’antichità delle rovine romane fino alla massimo della contemporaneità, passando per l’archeologia industriale. Nella Grande Halle ci si immerge in UUmwelt, opera di Pierre Huyghe che ricrea un ecosistema popolato di forme in mutazione. Lo spazio è stato interamente coperto da uno strato di terra, ospitando organismi biologici e tecnologici. La mostra Prélude, che riunisce un gruppo di artisti, alcuni dei quali sono stati in residenza ad Arles per diversi mesi, affronta le nozioni di coesistenza e appartenenza. Il tailandese Rirkrit Tiravanija, considerato uno degli artisti più emblematici nella storia dell’estetica relazionale, ha progettato il Drum Café, bar-ristorante che utilizza risorse naturali come la polpa di girasole e la lana merino di Arles.
«Luma», prosegue Hoffmann «rappresenta il mio rapporto con l’arte che si è sviluppato nella conoscenza di artisti fin dalla più tenera età, e l’immediato rapporto con la natura sia come ambiente che come oggetto di studio e curiosità sulla complessità dell’ecosistema, nella consapevolezza della fragilità di un equilibrio da preservare». Nel parco si trovano gli scivoli del tedesco Carsten Höller, il soffitto in movimento del danese Ólafur Elíasson, lo skatepark della coreana Koo Jeong A. La Fondation Luma, promette la mecenate, si rinnoverà al ritmo delle stagioni e dell’evoluzione della società, in un equilibrio instabile. Il faraonico progetto ha un costo stimato intorno ai 150 milioni di euro, anche se non viene comunicata una cifra ufficiale. Negli anni Ottanta, Hoffmann ha firmato un documentario su Peggy Guggenheim dal titolo Art Addict, una definizione che sembra calzare perfettamente anche per lei. nnnnnnnnnnnnnnnn