Declivio
1
Mia nonna aveva i capelli bianchi, increspati in un'onda sopra la fronte che le dava una certa aria collerica. Portava quasi sempre un bastoncino di bambù con l'impugnatura d'oro, che non le serviva a nulla, perché era salda come un cavallo. Riguardando vecchie fotografie, mi pare di scoprire in quel volto spesso, massiccio e bianco, in quegli occhi grigi orlati da un cerchio sfumato, un riflesso di Borja e perfino di me. Credo che Borja avesse ereditato da lei la sua gagliardia, la sua assoluta mancanza di pietà. Io, forse, questa gran tristezza. Le mani di mia nonna, ossute e dalle nocche sporgenti, non prive di bellezza, erano picchiettate di macchie color caffè. All'indice e all'anulare della destra le ballavano due enormi brillanti sporchi. Dopo pranzo trascinava la sua sedia a dondolo fino alla finestra del salottino (la caligine, il vento torrido e umido che si lacerava intanto fra le agavi, o spingeva le foglie castane ai piedi dei mandorli; le nubi di piombo rigonfie che cancellava-no il brillio verde del mare). E da lì, col suo vecchio binocolo da teatro incrostato di zaffiri falsi, scrutava le case bianche del declivio, dove abitavano i coloni; o teneva d'occhio il mare, dove non passava nessuna nave, dove non si vedeva nessuna traccia di quell'orrore che conoscevamo solo per bocca di Antonia, la governante. ("Dicono che dall'altra parte stanno ammazzando fami-glie intere, che fucilano i frati e gli cavano gli occhi... e certi li hanno buttati nell'olio bollente... Dio abbia pietà di loro!"). Senza perdere la sua aria commossa, con gli occhi ancora più vicini, come due fratelli che si confidassero oscuri segreti, mia nonna ascoltava quelle morbose spiegazioni. E rimanevamo tutti e quattro - lei, la zia Emilia, mio cugino Borja e io - , madidi di caldo, di noia e di solitudine, affamati di notizie che non erano mai decisive - la guerra era cominciata da appena un mese e mezzo - , nel silenzio di quell'angolo dell'isola, in quel punto sperduto nel mondo che era la casa della nonna. L'ora della siesta era forse la più calma e insieme la più tesa della giornata. Sentivamo lo scricchiolio della sedia a dondolo nel salottino della nonna, la immaginavamo spiare l'andirivieni delle donne del declivio, con il palpito di un sole grigio negli enormi solitari alle sue dita. Spesso la sentivamo dire che era rovinata, e mentre lo diceva, mettendo in bocca una delle infinite compresse che si allineavano in boccette marroni sul suo comò, le si disegnavano più profonde le ombre sotto gli occhi, e le pupille le si coprivano di una gelatinosa stanchezza. Sembrava un Buddha flagellato. Ricordo il movimento meccanico con cui Borja si precipitava ogni volta che il bastoncino di bambù scivolava lungo la parete e cadeva a terra. Le sue mani lunghe e abbronzate, con le nocche più grosse - come la nonna - , si tendevano verso di esso (unica indisciplina, unica protesta, nella quiete esasperante di quell'ora di siesta senza sonno). Borja si precipitava puntuale, con la prontezza del bambino beneducato, sul bastoncino ribelle, e tornava ad appoggiarlo contro il muro, la sedia a don-dolo o le ginocchia della nonna. Quando rimanevamo noi quattro riuniti nel salottino - la zia, mio cugino e io, come in udienza - , l'unica a parlare, in tono monocorde, era la nonna. Credo che nessuno ascoltasse quel che diceva, immersi com'eravamo in noi stessi o nel tedio. Io spiavo il cenno di Borja, che segnava il momento opportuno per la fuga. Spesso, la zia Emilia sbadigliava, ma i suoi erano sbadigli a bocca chiusa: li si avvertiva soltanto nella forte contrazione delle sue mascelle larghe, di un bianco lattoso, e nelle lacrime improvvise che le riempi-vano gli occhi dalle palpebre rosate. Le alette del naso le si tendevano, e quasi si poteva sentire lo scricchiolio dei denti, fortemente serrati perché la bocca non le si spalancasse, come alle donne del declivio. Diceva, di tanto in tanto: "Sì, mamma. No, mamma. Come vuoi tu, mamma". Era la mia unica distrazione, mentre attende-vo impaziente il cenno lievissimo del sopracciglio di Borja, con cui si iniziava la nostra fuga. Borja aveva quindici anni e io quattordici, ed eravamo costretti a stare lì. Ci annoiavamo e ci esasperavamo in ugual misura, nella calma oleosa, nell'ipocrita pace dell'isola. Le nostre vacanze erano state colte di sorpresa da una guerra che era come un fantasma, lontana e prossima a un tempo, forse ancor più temuta perché invisi-bile. Non so se Borja odiasse la nonna, ma sapeva finge-re molto bene davanti a lei. Credo che fin da bambino gli avessero inculcato la dissimulazione come necessità. Era dolce e delicato in sua presenza, e conosceva molto bene il significato di parole come eredità, denaro, terra. Era dolce e delicato, dico, quando gli conveniva apparire tale davanti a certi adulti. Ma non vidi mai furfante matricolato, imbroglione, traditore peggio di lui; e, neppure, una creatura più triste. Fingeva innocenza e purezza, gagliardia, davanti alla nonna, quando, in verità - oh, Borja, forse oggi comincio a volerti bene - , era un povero diavolo pieno di empietà, debolezza e superbia. Non credo che fossi migliore di lui. Ma non perdevo occasione per dimostrare a mia nonna che ero lì contro la mia volontà. E chi non sia stato, fra i nove e i quattordici anni, preso e portato da un posto all'altro, passando di mano in mano come un pacco, non potrà mai capire il mio disamore e la mia ribellione di quel tempo. Tanto più che non mi aspettai mai nulla da mia nonna: sopportai il suo contegno gelido, le sue frasi fatte, le sue preghiere a un Dio di sua esclusiva invenzione e proprietà, e le sue rare carezze indifferenti, come indifferenti furo-no anche i suoi castighi. Le sue mani macchiate di rosa e marrone si posavano protettive sulla mia testa, mentre lei parlava, fra un sospiro e l'altro, del mio scellerato padre (idee infernali, atti nefandi) e della mia sventurata madre (Ringraziamo il Signore, che l'ha voluta in Cielo), con le due vecchie gattemorte di Son Lluch, nei pomeriggi in cui quelle se ne arrivavano in calesse a casa nostra. (Grandi cappelli pieni di fiori e frutti marci, come spazzatura, su cui mancava solo una nube di mosche ronzanti). Io ero − a sentir lei − la discola e sconsiderata bambina espulsa da Nuestra Señora de los Ángeles per aver dato un calcio alla vicedirettrice; vittima di un clima fa-miliare snervato e perturbante; vittima di un padre di-staccato che, con la vedovanza, mi aveva abbandonata nelle mani di una vecchia serva. Mi ero ridotta a un animale - continuava, catturando tutta la malevola attenzione delle signorine di Son Lluch - nei tre anni trascorsi con quella povera donna in un podere di mio padre, ipotecato, con la casa che cadeva a pezzi. Ero vissuta fra montagne e boschi incolti, circondata da gente ignorante e ombrosa, lontano da ogni forma di amore e protezione. (Giunta a questo punto, mia nonna mi accarezzava). "Ti domeremo", mi disse, non appena arrivai sull'isola. Avevo dodici anni, e per la prima volta compresi che sarei rimasta lì per sempre. Mia madre era morta quattro anni prima, e Mauricia − la vecchia tata che mi accudiva − era immobilizzata da una malattia. La nonna si prendeva definitivamente carico di me. Ormai era deciso.
Ana María Matute
Ricordo di un'isola
traduzione di Maria Nicola
Fazi editore, 232 pagine, 17 euro
Dall'8 luglio