Il cuore segreto delle cose
di Madeleine St John, di Madeleine St John1.
Nicola era ancora ferma sulla soglia quando Jonathan cominciò a parlare. Non aveva nemmeno avuto il tempo di togliersi il cappotto. Anche se la primavera era già iniziata, la serata era piuttosto fredda e quindi aveva dovuto coprirsi bene per uscire.
Ora era all’ingresso del soggiorno, le mani in tasca chiuse sul pacchetto di sigarette appena comprato, sugli spiccioli e sulle chiavi, tutte cose che non aveva potuto depositare sul tavolo perché Jonathan l’aveva chiamata appena si era chiusa la porta alle spalle.
Il tono della sua voce le era sembrato strano: troppo duro, frettoloso, tanto che lei era rimasta lì ferma, le dita sempre più strette attorno al pacchetto di sigarette.
«Che cosa c’è» gli chiese. Qual era il problema?
Jonathan, seduto a un’estremità del divano, voltò la testa quel tanto che bastava a incrociare il suo sguardo. Rimase a fissarla per un attimo e poi le ingiunse: «Vieni qui. Devo parlarti».
Che cosa aveva in mente? Nicola era paralizzata dal terrore, un terrore che, in dosi più modeste, era diventato una presenza consueta negli ultimi mesi, e ora, a partire dall’invito assurdo rappresentato da quel «vieni qui» (già, e dove altro sarebbe potuta andare?), seguito dall’annuncio minaccioso «devo parlarti», capì che qualcosa di orribile stava per compiersi. Lo capì ma, poiché una parte della sua mente si rifiutava di accettarlo, restò dov’era, confusa.
«Che cosa c’è?» ripeté. «Ho sbagliato qualcosa?»
Wrong, «sbagliato» è una di quelle parole il cui suono equivale al significato e non perché abbia un’origine onomatopeica, ma per una corrispondenza più sottile. Lo stesso vale, anche se in misura minore, per il termine right, «giusto». C’è «giusto» e c’è «sbagliato», e la consapevolezza della loro esistenza è un diritto inalienabile di chi parla inglese sin dalla nascita; perché in qualsiasi altra lingua questi aggettivi non potrebbero mai raggiungere la stessa terribile intenzionalità.
«Questo è giusto», disse il guerriero anglosassone, «e quello è sbagliato». Dove il fatto di essere in torto corrisponde a venire esiliato in un deserto di ghiaccio immerso nell’oscurità: l’ultima Thule della desolazione, da cui è anche possibile non tornare.
«C’è qualcosa che non va?» E mentre pronunciava queste parole capì che c’era davvero qualcosa che non andava. Il gelo e il buio riempivano la stanza.
Jonathan alzò appena le spalle e poi balzò in piedi con impazienza. Appoggiò un braccio sulla mensola del camino; se fosse stato acceso, si sarebbe dato da fare con l’attizzatoio. Ma, visto che non era così, guardò senza vederli gli oggetti che stavano accanto al suo gomito e spostò un barboncino di porcellana. Poi alzò di nuovo gli occhi su di lei. «Non c’è un bel modo per dirlo, ma ho deciso... sì, insomma, sono arrivato alla conclusione... che dobbiamo lasciarci.»
D’un tratto il freddo e il buio la invasero, congelandola fin nel profondo.
«È meglio che mi sieda», disse.
Lo stomaco si era fatto di ghiaccio, le caviglie erano diventate acqua. Si diresse vacillando verso il divano dove si lasciò cadere, stringendosi addosso il cappotto. Le mani erano ancora nelle tasche, avvinghiate alle sigarette, agli spiccioli, alle chiavi. Non osava guardarlo, eppure sapeva di doverlo fare. Quando sollevò gli occhi, vide che il volto di Jonathan aveva un’espressione composta, come una maschera di tranquilla sicurezza.
Una parte di lei stentava a credere che quella conversazione si stesse realmente svolgendo, cosa che, in un certo senso, le rendeva possibile affrontarla. Era una specie di scherzo, quel tipo di scherzo che a volte si presenta nei sogni, dove il concetto di giusto e sbagliato non esiste. “Non c’è niente di male”, si scoprì a pensare. “D’accordo, è uno scherzo e io non l’ho ancora capito.”
«Non credo di aver capito», gli disse. «Ti dispiace ripetere tutto da capo?»
2.
Jonathan aveva continuato a guardare verso il basso, verso il caminetto, quasi stesse fissando un tradizionale fuoco e un altrettanto tradizionale attizzatoio, ma in quel momento alzò di nuovo gli occhi.
«Voglio che tu te ne vada», le disse. «Mi dispiace, ma è meglio essere chiari. Questa cosa tra noi non funziona, lo sai bene anche tu.»
«Vuoi che me ne vada», ripeté Nicola, sbalordita.
Travolta da un’improvvisa sensazione di nausea, aveva iniziato a tremare. Le dita si erano strette con maggior forza attorno alle chiavi, ai soldi, alle sigarette. Era uno scherzo di pessimo gusto e dubitava che potesse trasformarsi in qualcosa di divertente.
«Sì», disse Jonathan. «Be’, il fatto è che... ci ho pensato, naturalmente.» Era passato al lato pratico della faccenda e aveva quindi preso a muoversi su un terreno più solido e a lui più consueto, visto che faceva l’avvocato. «Certo, potrei andarmene io e tu potresti restare, se volessi, ma ho pensato che per te fosse un impegno eccessivo. Già, perché ovviamente quello che ti sto offrendo è di rilevare la tua quota.»
Ogni frase che Jonathan pronunciava non faceva che accrescere il suo turbamento. Le stava offrendo – ovviamente! – di rilevare la sua quota. Nicola rimase in silenzio, e lui continuò, con gli occhi fissi sul barboncino di porcellana.
«Presumo che tu non sia interessata a rilevare la mia.»
Presumo che tu non possa rilevarla, ecco quello che intendeva in realtà. Che gesto delicato non dirglielo esplicitamente! Certo che non poteva. Nicola lavorava nel settore editoriale di una famosa, anche se non grande, associazione culturale. Si accorse di avere smesso di tremare e quindi si decise a intervenire.
«Sì, hai ragione», disse in tono neutro. «Non lo farei.»
Ci fu una breve pausa, in cui non si sentì altro che il silenzio.
«D’altra parte, non voglio nemmeno che tu rilevi la mia parte», aggiunse lei. «Jonathan, continuo a non capire quello di cui stai parlando. Non riesco a credere che questa conversazione stia avvenendo davvero.» A quel punto si alzò. «Senti, vado ad appendere il cappotto e a preparare il tè. Poi mi spiegherai tutto. Perché, in questo preciso momento, non ho la minima idea di dove vuoi andare a parare. Scusami, torno subito.»
E uscì dalla stanza.
© Garzanti S.r.l., 2021, Milano.
Madeleine St John,
Il cuore segreto delle cose,
traduzione di Mariagiulia Castagnone,
ed. Garzanti, 206 pagine, 16 euro