Cronista: sostantivo, femminile, plurale
di Laura Piccinini , di Laura PiccininiQuesto pezzo non si doveva fare, perché far sapere quanto è fico e giusto che ci siano anche tante donne che scrivono di sport presenta un ovvio vizio di forma, è una cosa che non si sarebbe pensato di fare coi colleghi maschi. Però andava anche fatto, perché se di croniste sportive ce ne sono, anzi ce ne sono di più, prendono comunque meno, hanno dovuto fare il triplo per conquistarsi credibilità, vengono ancora chiamate per il pezzo di colore o di dolore (il caso Aurora cacciata dal gruppo) che verrà affiancato da autorevole firma d’uomo, salvo eccezioni (tipo Emanuela Audisio). Qualcosa sta cambiando. C’è la nuova generazione di croniste e autrici della collana sportiva Vite Inattese di 66th2nd, Giorgia Mecca che ha scritto Serena e Venus Williams. Nel nome del padre, Elena Marinelli su una tennista altrettanto mitica che è Steffi Graf (e le ha fatto venire le farfalle nello stomaco negli spogliatoi d…
Questo pezzo non si doveva fare, perché far sapere quanto è fico e giusto che ci siano anche tante donne che scrivono di sport presenta un ovvio vizio di forma, è una cosa che non si sarebbe pensato di fare coi colleghi maschi. Però andava anche fatto, perché se di croniste sportive ce ne sono, anzi ce ne sono di più, prendono comunque meno, hanno dovuto fare il triplo per conquistarsi credibilità, vengono ancora chiamate per il pezzo di colore o di dolore (il caso Aurora cacciata dal gruppo) che verrà affiancato da autorevole firma d’uomo, salvo eccezioni (tipo Emanuela Audisio). Qualcosa sta cambiando. C’è la nuova generazione di croniste e autrici della collana sportiva Vite Inattese di 66th2nd, Giorgia Mecca che ha scritto Serena e Venus Williams. Nel nome del padre, Elena Marinelli su una tennista altrettanto mitica che è Steffi Graf (e le ha fatto venire le farfalle nello stomaco negli spogliatoi del Roland Garros). Sulla ritmica delle ragazzine della provincia italiana, ché mica ci sono solo le ginnaste dell’est, Paola Moretti racconta in Bravissima, un po’ autobio, come spesso succede (ogni cronista è una sportiva mancata a modo suo). Il rapporto col padre o con la madre, l’ossessione, il talento, l’ambizione e il freno. Mecca scrive di sport per il Foglio, Marinelli per le riviste del nuovo tipo come Ultimo Uomo o 11 e ha il podcast Voléè sul tennis, “la combinazione perfetta di un’azione violenta che si sviluppa in un’atmosfera di totale tranquillità” (cit. Billie Jean King, giocatrice storica). Mentre Giorgia Bernardini da Berlino ha lanciato l’unica newsletter sullo sport femminile, Zarina, su Instagram (dove, ti freghi o meno dello sport, ti appassioni alle storie di vita della pugile Irma Testa con il Maestro Zurlo che pare un remake di Million Dollars Baby, della Zarina del mese campionessa paralimpica di salto in lungo Martina Caironi, dello scrittore Tommaso Giagni che parla alle ragazze del come diventare campionesse o semplicemente professioniste partendo dalla periferia, tipo Roma Quarticciolo). Storie che mancavano, che non conoscevamo, non così. Pugilato, tennis, calcio, ecc. Tutte sono seguite e si seguono tra loro sui social dove ne parlano con competenza e desiderio come una volta gli uomini al bar. Vari bar, per esempio il baretto digitale della Gen. Z che è il social Twitch, un po’ più nerd. I quarantenni su Instagram. Al posto del politicamente scorretto di uomini e calcio al bar, le donne fanno le pulci al linguaggio vetero, al giornalismo sportivo gergale vecchio e superato che è forse «l’unica vera differenza tra cronisti maschi e femmine, nel senso che gli uomini ne sparano di più, le donne ci pensano prima di scriverle», ammette il direttore dell’Ultimo Uomo Daniele Manusia. Si raccontano le storie nuove anche dello sport femminile dopo le svolte epocali che ne hanno alzato il livello nell’opinione pubblica facendolo diventare mainstream. Perché, commenta Giorgia Mecca, «come ha scritto la Audisio, un fiore senz’acqua non cresce, ci vogliono investimenti. Certo la grande svolta è stato vincere il campionato europeo, prima erano solo “quattro lesbiche”, li sentivo i commenti dei cronisti quando la Juve femminile giocava durante la pausa di quella uomini, “queste qui non sanno proprio giocare”». Mecca come tutte cita Naomi Osaka, la tennista giapponese che si è ritirata dal Roland Garros per insofferenza delle condizioni imposte dai media, e si è beccata 15mila dollari di multa per non essersi presentata in conferenza stampa: “la salute mentale è mia e me la gestisco io”. Oggi è automatico e giusto che dalla loro posizione denuncino, si inginocchino, ecc. Le sportive lo fanno, le croniste ne scrivono. Ed è scomodo.
Mecca ha cominciato dalla radio torinese Bandalarga, ha trovato un direttore, Piero Vietti, che cura l’inserto sportivo del Foglio e leggendo le sue recensioni di libri ha pensato che potesse scrivere di sport. «C’è sempre un uomo che deve credere in te o farti un po’ di posto», purché succeda. In fondo i ricordi sportivi delle ragazze sono pieni di padri meravigliosi e non solo tiranni che ti accompagnavano alle gare al mattino presto (sì, grazie papà, lacrima). Aggiunge e conferma Elena Marinelli: «Il calcio femminile, e il cronismo, hanno avuto l’accelerazione dopo gli ultimi mondiali con la nostra nazionale fino agli ottavi, c’è voluto un evento straordinario ma quel movimento stava già crescendo, con gli investimenti importanti da parte di società come Juventus, Inter e Milan e poi Verona, Lazio e Roma in serie b, ancora nessuna è professionista ma ci si sta arrivando e sta tutto lì. Essere pro è una questione di diritti, perché se sei tutelata ti alleni meglio». I cronisti maschi tendono a tralasciare l’argomento, tendono a concentrarsi su altro quando si parla di Sara Gama, capitano della Juve Women e della Nazionale, consigliera federale, laureata in Lingue e letterature straniere, una Barbie a sua immagine come Chiara Ferragni. «Una delle prime ad avviare politicamente la battaglia per il professionismo. Chissà se si arriverà mai al calcio mercato stellare, per ora stellare è la forbice della disparità», continua Marinelli, che spiega: «Il valore di mercato di Cristiana Girelli, capocannoniere, paragonato a quello del capocannoniere Ronaldo, è di 1 a 100. Lei 225mila euro, la più quotata, Ronaldo 45 milioni», il paragone fa tilt. «E come scrive in maniera precisa la calciatrice star Megan Rapinoe nell’autobiografia One Life (Garzanti), le donne vengono seguite solo se vincono. Ora però ci sono agenzie di social media management specifiche, We Are Female Athletes a Londra ma con compagine italiana». Insomma, c’è pure tanto di diverso da scrivere.
Purché con il cronismo non si torni al falso problema della differenza tra scrittura maschile o femminile, eh? «Per me la dichiarazione più chiara l’ha fatta la cronista del Guardian Nicky Bandini che alla fine della sua transizione ha buttato lì ai lettori, e adesso vi sembra che scriva diversamente?», dice Marinelli. «È più una questione di rappresentanza, evidentemente. Se le vedi o le leggi, ti dici voglio fare quello che fanno loro. Io Emanuela Audisio pensavo che non esistesse, come Elena Ferrante. Finché non l’ho vista a Bologna che presentava un libro e mi son detta, ah, allora esiste! Così come dopo Serena e Venus si sono moltiplicate le ragazzine nere che vogliono fare tennis. Lo sport è una lente per guardare la società. Io leggevo i classici quanto i romanzi di Osvaldo Soriano, i reportage di Annamaria Ortese al Giro d’Italia, la letteratura sudamericana dove hanno questo modo di rivolgersi al calcio in maniera reale, per loro i giocatori di fùtbol sono tipologie umane con debolezze e fallimenti. Ciascuno tifa qualcuno. Non distinguono se è cronaca o sport, thriller o romanzo. Noi dobbiamo sempre mettere etichette, in letteratura se è crime non vince lo Strega. Scrivere di sport significa guardare un evento e saper cogliere qualcosa in più, come se si aprisse una porta. Il talento narrativo di infilare quel racconto dentro la società», spiega Elena Marinelli.
Ma a parità data, di cosa si scrive quando si scrive di sport, si intervista un campione anziché un regista, cosa dà e richiede? «Se segui una partita di tennis dal vivo, ti accorgi che i punteggi di cui hai preso nota formano una trama. Hai l’analisi di una performance anziché un prodotto pronto, vuoi mettere il valore? Hai quella cosa che difficilmente si esperisce in prima persona, quando li intervisti hai davanti un talento che non ha a che fare con l’intelletto nel senso teorico ma con la prestazione fisica che a quei livelli è la forma di intelligenza più affascinante», aggiunge Moretti. «Si può dire che qui le donne fanno domande migliori? E fanno notare i paradossi della discriminazione sportiva, tipo quello della ritmica “da femminucce” per cui i maschi dalle gare ufficiali sono esclusi, salvo che in Spagna dove hanno ottenuto la parità da poco. Non so quanti commenti di haters ho ricevuto a un mio pezzo sull’argomento sulla pagina Facebook dell’Ultimo Uomo. Ora che da noi hanno aperto agli uomini il nuoto sincronizzato, la ritmica rimane l’ultimo baluardo. La politica e la potenza sociale dello sport l’ho capita leggendo Catherine Dunne, Dino Buzzati, il surfista William Finnegan.
Insomma, conforta sul finale la commentatrice da Berlino Giorgia Bernardini, che dice del nostro incipit: «questo pezzo ha sicuramente senso perché a differenza di altri ambiti lavorativi lo sport femminile sta ancora all’antitesi hegeliana e c’è bisogno di fare copertura e sintesi. Questa generazione di croniste non lascia passare niente, scrive diverso ma non in quanto femmina, quasi tutte abbiamo seguito i corsi di Sociologia dello sport di Alessia Tuselli del Centro di Studi Interdisciplinari di Genere». E punzecchiano sui social il lessico dei cronisti vecchia generazione, donne incluse. «Io con Gaia Piccardi del Corriere l’ho fatto», dice ancora Bernardini, «quando ha scritto della figlia di Fiona May le ho contestato la retorica della “gazzella africana che corre veloce”, eh no!». E la butta lì: «Ma perché sui femminili non si parla regolarmente, tecnicamente, appassionatamente di sport?».
Di Audisio ce n’è una sola
E poi c’è Emanuela Audisio. E i suoi celeberrimi pezzi sincopati «per non far perdere tempo alla gente che già è tanto se legge», ti dice lei, che è stata ed è un modello insieme ai vari Didion-Ortese-Talese (scrittore cronista che come lei non registrava le interviste, «perché diciamocelo non è che il punto di forza di un campione stia nel lessico»). Che ha scritto di sport «perché c’erano le storie e non c’era la politica, si era più liberi e si potevano raccontare delle vite. Anche Macbeth di Shakespeare alla fine è sport, le guerre per la corona - la voglio anch’io - che non si ottiene solo per sangue ma per meriti. Più sei svantaggiato, più la vuoi. Hai questi pretendenti venuti dalle periferie in tutti i sensi». E lo sport è un generatore di Schadenfreude, le disgrazie degli altri che il pubblico ama guardare, «come ne Il vecchio e il mare di Hemingway, prendi il marlin dopo tre anni che lo insegui e te lo mangiano gli squali, o cadi a due metri dal traguardo. Per non dire di quando i campioni entrano nella zona d’ombra della vecchiaia, come scrive Richard Ford». O Joyce Carol Oates sulla boxe? Le chiedi. E vien fuori la controcorrentista. «Ecco, se c’è una che non mi piace sulla boxe è lei, la trovo banale, prende le cose più semplici e ne fa una retorica, e che le donne scrivano emozionale è il luogo comune che ci frega, però se fa innamorare del genere son contenta». E poi, ti intervista lei. «Scusa, chiedo, eh? Ma perché volete fare un pezzo sull’arte della scrittura sportiva in un momento in cui nessuno legge? Anche quelle della tv scrivono, magari hanno più seguito, penso. E poi di donne ce ne sono, Zonca, Piccardi al Corriere, Bocci che fa il calcio, più le nuove».
Quindi niente disparità di firme?
«No, mi sembra piuttosto che ci sia una sottovalutazione. Non c’è nessuna direttrice delle sezioni sportive dei giornali, devi sempre chiedere o sentirti chiedere da uomini».
E il modo si può dire leggendario di scrivere sincopato per cui non hai bisogno di firma?
«Il delitto più grande è annoiare. Io i libri che non mi piacciono li lascio in treno. Il barocco è bello ma non fa per me. Sono senza incisi né controincisi. Che poi non siamo una società ottocentesca dove ti sfogliano in vestaglia sorbendosi un tè. Ti leggono in metrò. O stanno sui social per informarsi velocemente, io non ci sto perché non ho tempo».
E i giochi come li seguirai?
«Come vuoi che li segua? Andando a Tokyo. Ma non sono una privilegiata, come mi son sentita dire per i vaccini, ah certo te lo hanno già fatto. Perché sono vecchia! C’è questo immaginario romantico del giornalista sportivo che se ne sta a farsi l’aperitivo in piscina o a pranzo con l’atleta. Oppure mi dicono “sono 15 righe, le fai con la mano sinistra”, ma io non faccio niente con la sinistra, non sono mancina, fatico su tutto. Poi col deficit dei giornali, ok viaggi in economy ci mancherebbe, però pretendono che mentre hai il gomito del ciccione accanto devi scrivere, restituire l’auto in aeroporto. Finisci tardissimo, se aspetti le conferenze stampa torni a casa alle 2 di notte e non è detto che tu stia ai Parioli o in Moscova in centro. In quanto donna hai una situazione familiare più complessa». Dopo una chiacchierata al telefono, Audisio è una che richiama alle 9 di sera e sente di dovere aggiungere altro. «Ma avete idea di cosa vuol dire parcheggiare fuori dallo stadio a Roma? E di cos’è una mix zone?» I pit stop sì, le mix zone meno. «Ecco, appunto, lì passano i giocatori rientrando negli spogliatoi e ti addossi alla transenna sperando si fermino. E se ti hanno dato il posto al settimo anello devi precipitarti giù, lasciare il computer sperando che nessuno te lo fotta e tornare su perché c’è il caso che ti stia perdendo il rigore o il record».
Parlano di sport sui social tipo 3 uomini al bar, ma 3 donne
al bar è difficile sentirle, eh?
«Dipende dai bar, se entri in uno di Conegliano dove sta la Egonu le ragazze parlano solo di pallavolo».
Fare giornalismo sportivo è come studiare Stem? Chiedono:
come si diventa Audisio?
«Sì. Più ragazze si laureano in Scienze dell’Informazione. Però la maggior parte vuole che in pratica con le mie risposte faccia la loro tesi di laurea. Io sono corta come stile, e ribattono “potrebbe essere più lunga?”. No, bisognerebbe dare più possibilità dopo. E finché il lavoro possono offrirtelo uomini e alcuni ancora pensano di avere compiacenze in cambio, e succede, non ci siamo. Io posso scrivere in mutande e spettinata ma sullo schermo una certa apparenza conta, lo spettatore è in prevalenza maschile e chi manda una donna a intervistare calciatori pensa si fermino, già che son riottosi, di fronte a una gnocca. Ci sono colleghe brave e alcune avvenenti mandate a leggere le notizie, c’è di tutto».
Nessun direttore diverso? Non ti hanno proposto ruoli in alto?
«Mai. Non è il lavoro che mi interessa. Poi conoscendo il mio carattere credo se ne guardino bene. Ho goduto di una libertà relativa, Repubblica essendo nata senza sport con Scalfari, che poi lo ha recuperato inventandosi una nuova maniera, meno gergale, molto copiata. Ma per chi inizia, se segui lo sport il tono è spesso una sorta di “t’abbiamo fatto pure un favore a farti scrivere di sport, vedi di non rompere”. E comunque chiedetevi sempre perché le donne o altre minoranze a un certo punto ottengano qualcosa, non che ne voglia minimamente sminuire le lotte, io stessa partecipo ai convegni Aips col presidente Gianni Merlo per monitorare il settore, con le croniste arabe su Zoom. Cominciamo a dire che il giornalismo non è più un settore dove si guadagna, contratti ne fanno a qualche videomaker a poco. Quando le donne arrivano non è solo perché la società apre, ma un po’ perché quel lavoro si dequalifica e gli uomini lasciano perché vanno a fare gli uffici stampa dove guadagnano molto di più. Poi non c’è solo lo scrivere. Io faccio documentari, sull’Heisel e su Mura. Non mi do arie, però il Montalbán sono stata l’unica a riceverlo. Trovi porte chiuse. La verità è che in Italia nessuno risponde alle email. Fuori, rispondono tutti, perfino la Nasa risponde».
Parole che non usi mai?
«La scrittura è feroce. Intanto come Mura non adopero i puntini, le sospensioni sono un’altra mancanza di rispetto: uno non paga un giornale perché gli lasci un dubbio. Piuttosto scrivo: “Chissà, punto”». Come se interrompessero una partita con un “continua”.