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Ilaria e la passione per l’eudaimonia

Foto Federica Sasso per D 
La filosofia non è estranea alla vita reale, anzi. Non a caso Ilaria Gaspari ne ha seguito le indicazioni per superare un momento difficile dopo una separazione, e qui spiega come seguire percorsi virtuosi di crescita. Tra otium e meraviglia
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Ilaria Gaspari, 34 anni, una laurea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e un dottorato sulle passioni alla Sorbona di Parigi, è una giovane filosofa armata di disciplina e ironia. Anche quando si rifà a Epicuro, che sosteneva: “È vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo umano”. Allora perché non iscriversi idealmente alle scuole post aristoteliche di pitagorici, eleatici, scettici, stoici, epicurei e cinici, seguendone le prescrizioni? Bene, lei lo ha fatto. «In un momento di forte disorientamento personale», racconta, «in cui, dopo una separazione, mi sembrava di aver perso la mia identità e faticavo a collocarmi nel mondo, ho deciso di condurre l’esperimento e seguire alla lettera le indicazioni». L’esperienza, tra realtà e artificio letterario, è raccontata nel libro Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita, uscito …

Ilaria Gaspari, 34 anni, una laurea alla Scuola Normale Superiore di Pisa e un dottorato sulle passioni alla Sorbona di Parigi, è una giovane filosofa armata di disciplina e ironia. Anche quando si rifà a Epicuro, che sosteneva: “È vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo umano”. Allora perché non iscriversi idealmente alle scuole post aristoteliche di pitagorici, eleatici, scettici, stoici, epicurei e cinici, seguendone le prescrizioni? Bene, lei lo ha fatto. «In un momento di forte disorientamento personale», racconta, «in cui, dopo una separazione, mi sembrava di aver perso la mia identità e faticavo a collocarmi nel mondo, ho deciso di condurre l’esperimento e seguire alla lettera le indicazioni». L’esperienza, tra realtà e artificio letterario, è raccontata nel libro Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita, uscito per Einaudi due anni fa e ora tradotto in Brasile, Francia, Grecia e Spagna. «La filosofia non è un self-help, è un’arte di vivere e allena a usare il nostro sguardo sul mondo», spiega. «Aiuta noi, come aiutò gli uomini del passato, a rispondere a certe domande e a perseguire la felicità». E di saggezza pratica, ovvero della phronesis aristotelica che è la virtù dello scegliere bene in merito alla felicità, siamo tutti, più o meno consapevolmente, alla ricerca. Per Aristotele, che si interroga nell’Etica Nicomachea, essa è un bene supremo giacché, scrive, “la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista di altro”.

Il problema sta però nel cercare di capire cosa sia. Non è facile rispondere. Ci hanno provato filosofi, sociologi, antropologi e scienziati. Viene misurata con scale internazionali riconosciute, se ne cercano i fattori determinanti, su di essa si afferma di voler basare politiche pubbliche. Ma è godimento dei sensi? Soddisfacimento delle proprie necessità, del “doloroso bisogno” del Filebo di Platone? Delle proprie aspirazioni personali e professionali? Lungi dall’essere uno stato emotivo temporaneo e passeggero, di euforia e di spensieratezza, nel mondo classico era generalmente intesa come un percorso virtuoso di autoperfezionamento. «Il termine che sta per felicità è eudaimonia, e significa essere guidati da un buon daimon, spirito. Un essere fedeli a se stessi che implica il conoscersi e il tenere conto delle proprie esigenze e desideri», spiega Gaspari. È la cura di sé di cui Socrate parla ad Alcibiade, molto simile alle pratiche contemplative delle culture orientali. «Riuscirci è la cosa più complicata che esista», ammette la pensatrice, «ma, in questo senso, la felicità è lo scopo della vita, il fondamento dell’etica, è in sé un lungo lavorio di conoscenza e non il risultato di essa». Da sempre allergica alle regole, vissute come una costrizione, Gaspari ammonisce: «In realtà, sono il presupposto del vivere in società, si decida di seguirle o di violarle, di stare o meno al gioco. Ma avere delle regole implica una creatività importantissima, perché ci forza a un’interpretazione, che è un atto creativo e spontaneo, in cui metti in gioco una parte di te». La frenesia del vivere moderno spesso ci fa preferire dei divertissement che distolgono dall’autoconsapevolezza e dalla riflessione. Non abbiamo le energie fisiche e mentali. «Non fatevi ingannare: rifiutarsi di lavorare per conoscere voi stessi non vi farà evitare alcuna fatica. E, poi, la buona notizia è che una sana inclinazione all’ozio è una componente essenziale del percorso verso la felicità». L’ozio latino deriva dal termine greco scholè, che indica il tempo dedicato alle attività non monetizzabili, come lo studio, le letture, gli amici, la ginnastica. «In opposizione, anche etimologicamente, al negotium latino», ricorda Ilaria Gaspari. «Il tempo dell’ozio non è esattamente il nostro tempo libero, che è invece occupabile con tutte le attività e commissioni imposte dalle società rapide, che ci chiedono di essere iperperformanti e ci forniscono potenti strumenti per esserlo. È, al contrario, un tempo necessario all’arte del buon vivere».

In queste prescrizioni antiche per la vita felice risuonano le indicazioni che ci provengono dalla scienza biomedica e cognitiva per allontanare dolore, malattia e invecchiamento. Già. Il corpo era rilevantissimo per gli antichi: «È un altro grande incompreso e negletto, per via probabilmente di un pregiudizio originato da una certa interpretazione di Platone e poi per tutta la tradizione cristiana, di cui è intrisa anche la visione cartesiana di corpo e mente», spiega Ilaria Gaspari. «Il piacere è la via etica per liberare l’uomo dalle schiavitù della paura e del dolore. Pensiamo a quanto conterebbe oggi per l’essere umano saper stare al mondo senza essere ricattabile dalle proprie paure».

La ricerca della felicità non è né un capriccio né un’illusione giovanile da abbandonare con la maturità. Si fa più urgente quando soffriamo per la sua mancanza, come spiega Epicuro a Meneceo nella sua Lettera sulla felicità. Ma, parlando di felicità, sbaglieremmo a concentrarci sulla sua futura epifania e ad affannarci a rincorrerla per acciuffarla. Dopotutto, ci sarà sempre un obiettivo da porsi, un traguardo da raggiungere. Invece di guardare al bersaglio, vivendo in attesa di centrarlo, afferrate con lo sguardo la freccia in volo. Tanta scienza mostra che sognare ad occhi aperti, pianificare e anticipare procura grandi soddisfazioni e che il futuro è il nostro vero motore. «La felicità latina contiene in sé un germe di futuro: felicitas deriva da felix, un terreno felix è fecondo, ci fa sentire vivi e proiettati in avanti», dice Gaspari. «Ma dobbiamo imparare a meravigliarci». Quel miscuglio di stupore e soggezione, che le neuroscienze cognitive chiamano sbalordimento (awe) e che associano a maggior benessere, salute, apertura mentale e connessione con gli altri. Infine, sapere che felicità non è sinonimo di positività aiuterà a riconoscerla: «Può essere intrisa di malinconia e di tristezza, non è monolitica. È tragica, è contraddittoria, ti fa sentire autonomo mentre ti mette di fronte al tuo essere dipendente dal mondo esterno». Il quale condiziona chiunque, anche chi si impegna a conoscersi e assecondarsi. «Lo è stato anche per me», dice.

Non stupisce: quello che la storia della filosofia dice delle donne è più degno di una galleria degli orrori. Cognitivamente inferiori, maschi menomati, irrazionali e inadatte. Una filosofa c’è stata, Ipazia, matematica e astronoma. Osava insegnare e predicare, ma un gruppo di cristiani la trascinò in chiesa e la uccise scarnificandola con dei cocci. «Spesso siamo doppiamente vittime di questi pregiudizi, perché finiamo per introiettarli», riflette Ilaria Gaspari. «Io, per esempio, credevo che la mia tendenza alla creatività, alla narrazione e allo studio di certi argomenti fosse dettato dal mio essere donna. Ora so che devo seguire la mia vocazione. Non c’è nulla di male se non mi appassiono alla scrittura di articoli da pubblicare nelle riviste specialistiche, o se non mi dedico all’insegnamento. Le persone sono portate a non perdonarsi o a ritenere di non avere abbastanza leggerezza per accorgersi di dove stia la felicità, ma questo dipende appunto dall’averne un’idea edonica (fatta di piacere, ndr) e non eudemonica (ricerca di senso, ndr)». Oggi, sono tantissime le ragazze che le scrivono: «Raccontano che la filosofia le fa sentire libere. A tutti dico, con Epicuro, che ogni momento è buono per occuparsi del proprio benessere».