D - la Repubblica delle donne

Anteprima letteraria

Un pianoforte in Siberia

Quando a Londra Sophy Roberts chiese un visto per la Russia dichiarando che il motivo del suo viaggio era «cercare pianoforti in Siberia», il richiedente che stava dietro di lei commentò: «è la scusa peggiore che abbia mai sentito». Eppure, per quanto fuori di testa, Roberts, scrittrice ed editorialista del Financial Times, era sincera

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DONNE, DU DU DU

Quando a Londra Sophy Roberts chiese un visto per la Russia dichiarando che il motivo del suo viaggio era «cercare pianoforti in Siberia», il richiedente che stava dietro di lei commentò: «è la scusa peggiore che abbia mai sentito». Eppure, per quanto fuori di testa, Roberts, scrittrice ed editorialista del Financial Times, era sincera. E il resoconto del suo incredibile viaggio, Il suono perduto della Siberia (ed. Mondadori), si è guadagnato l'appellativo di libro migliore dell'anno dai giornali inglesi nel 2020. Tutto sembra partire da un concerto per piano in una gher vicina a Karakorum, in Mongolia, nel 2015, quando una giovane pianista piena di talento suona brani di Chopin e Beethoven al pianoforte. Chissà come sarebbe il suono se usasse uno strumento antico, più adeguato agli autori, si chiesero alcuni tra il pubblico. Uno di quelli perduti a est degli Urali, nei migliaia di chilometri di territori conosciuti come Siberia, appunto.
Chabarovsk, Irkutsk, Kjachta, Tomsk, l'isola di Sachalin, Harbin, la Kolyma, Novosibirsk, le isole Commodoro e le Curili. Così Sophy Roberts parte, seguendo le cronache del tempo in cui, sotto gli zar e poi oltre, luminosi musicisti si spingevano a fare serate fino ai confini della terra.
A rendere avventuroso il racconto anche le difficoltà incontrate dall'autrice, che ha sempre viaggiato d'inverno per evitare i morsi delle zanzare (è allergica) e ha raggiunto le località disseminate in circa 8500 chilometri usando treni, slitte, taxi, aerei, camion. Con l'aiuto di interpreti, in particolare una, che l'hanno aiutata in questo compito. Ripercorrendo 200 anni di storia, da Caterina la Grande alla Rivoluzione d'Ottobre, dal terrore staliniano alla caduta dell'Unione sovietica. Restituendo storie di uomini e donne, prigionieri e intellettuali, criminali, nobili esiliati e contadini poverissimi. Personalità dalla moralità straordinaria, tutti innamorati della musica. Su tutto, lo sguardo tutt'altro che benevolo dell'Fsb, erede del Kgb.
Una ricerca non solo di pianoforti ma anche della «terra del discorso infinito, il cui scopo» - ricorda l'autrice - «è a volte più la scoperta di sé». Un viaggio difficile, dove alla fine potresti sentirti «esiliato in una terra d'esilio».
Noi, senza freddo né zanzare, possiamo andarci grazie a questo libro splendido e commovente. Qui, un assaggio per voi.

 

Musica in una terra che dorme: Sibir

I miei viaggi in Siberia erano appena iniziati quando mi arrivò una fotografia da un musicista che viveva in Kamcatka, la lontana penisola che dal margine orientale della Russia si protende nelle nebbie del Pacifico settentrionale. Nell’immagine alcuni vulcani si elevano sul paesaggio piatto, dove un cono a forma di A svetta su buche e avvallamenti. Il ghiaccio indugia in sacche nel terreno. Al centro c’è un pianoforte verticale. L’enfasi è sulla musica, che ha attratto un pubblico di dieci persone.

Un giovanotto con indosso una maglia americana da hockey su ghiaccio è accovacciato ai piedi del pianista. Poiché non rivolge il viso alla macchina fotografica, è difficile dire cosa stia pensando, se sia la musica del piano ad attrarlo o la stranezza del luogo in cui compare lo strumento. Il giovane ascolta come se partecipasse a una riunione intima intorno a un pianoforte da salotto – un motivo ricorrente nella letteratura russa dell’Ottocento –, e invece si trova dinanzi a un comune piano verticale abbandonato in un campo lavico in una delle aree più selvagge del pianeta. Non c’è alcun dialogo a sostegno della fotografia, nessun idillio amoroso che si complica, come accade intorno agli strumenti musicali nei romanzi di Lev Tolstoj. Né c’è alcuna spiegazione di come o perché il pianoforte sia finito là. La mail non dà indicazioni circa la musica suonata, che l’immagine non può comunque catturare. Eppure, la parola «Siberia» scritta in oggetto risuona di note di ogni sorta.

Siberia. La parola fa vibrare tutto ciò che tocca con un’intensità diversa. I primi mercanti arabi chiamavano la Siberia Ibis-Shibir, Sibir-i-Abir e Abir-i-Sabir. L’etimologia moderna suggerisce che le sue radici siano nella parola tatara sibir, che significa «la terra che dorme». Altri sostengono che il nome derivi dai mitici monti Sumbyr del folclore siberiano-turco. Sumbyr, come «sonno». O Wissibur, come «bisbiglio»: fu così che il viaggiatore bavarese Johann Schiltberger chiamò questo enigmatico buco nella cartografia del Quattrocento.

Quali che siano le origini della parola, il suono è giusto. «Siberia» rotola sulla lingua con un brivido sibilante. È una parola piena di poesia e suggestioni allitterative. Presumendo il sonno, però, l’etimologia sminuisce la portata della Siberia, sia reale sia immaginaria. La Siberia è molto più di un luogo sulla carta geografica: è un sentimento che ti rimane dentro come un ronzio, una temperatura, il suono di fiocchi sonnolenti che cadono su cuscini di neve e lo scricchiolio di passi irregolari che ti arrivano alle spalle. La Siberia è un problema di guardaroba – troppo fredda in inverno e troppo calda in estate – con baite di legno e comignoli che eruttano fumo di un grigio cadaverico nel vasto cielo bianco. È una malinconia, una storia d’amore cinematografica immersa nel chiaro di luna, viaggi in treno senza fretta, tubi avvolti in tela di sacco e un’altalena rotta che pende da una catena cigolante. Si può sentire la Siberia negli accordi solenni e bassi della musica russa che evocano lo stormire sommesso delle betulle argentee e il fluttuare della neve in inverno.

La Siberia, che copre un undicesimo delle terre emerse mondiali, è delimitata a nord dal Mar Glaciale Artico e a sud dalla steppa mongola, mentre gli Urali ne segnano il margine occidentale e il Pacifico quello orientale. È l’ultima terra al di là della «cintura di pietra», come venivano definiti un tempo gli Urali, un registro non scritto delle persone scomparse e sradicate, un quasi-paese percepito così distante da Mosca che, quando un qualche tipo di meteorite distrusse un tratto di foresta pari a due volte le dimensioni della capitale russa  nel tristemente noto «evento di Tunguska» del 1908, nessuno si preoccupò di indagare per vent’anni. Prima che i viaggi aerei riducessero le distanze, la Siberia era troppo lontana perché qualcuno si prendesse la briga di andare a vedere.

Nel Seicento, quindi, le sue distese selvagge erano il luogo ideale dove esiliare criminali, dissidenti e «indesiderabili», cosicché gli zar ne fecero una delle colonie penali più temute sulla faccia della Terra. Ad alcuni esuli venivano spaccate le narici per segnarli come reietti. Ad altri veniva strappata la lingua. Avevano metà del capo rasato a rivelare la pelle glabra tinta di blu. Tra loro c’erano persone comuni, innocenti etichettati come «detenuti» dalla parte europea degli Urali e come «sventurati» in Siberia. Di qui l’abitudine, tra compagni di esilio, di lasciare del pane in dono sui davanzali per aiutare i nuovi venuti che se la passavano male. L’empatia, a quanto pare, si è impressa nella psiche siberiana fin dall’inizio, con questi piccoli atti di carità a segnare la differenza tra la vita e la morte in un territorio di una vastità inimmaginabile. Le dimensioni della Siberia servono anche a dimostrare la capacità degli uomini di rimanere indifferenti. Troviamo difficile identificarci con i luoghi troppo distanti. È ciò che accade con gli spazi sconfinati. L’effetto è da capogiro, al punto che diventa difficile distinguere la verità dai fatti: se la Siberia sia un in-cubo oppure un mito pieno di foreste impenetrabili e pianure sterminate, con le sue dimensioni assassine costellate di torri di trivellazione gementi e fili metallici penduli. La Siberia è tutte queste cose e altro ancora.

 

Sophy Roberts, Il suono perduto della Siberia,

Traduzione di Giuliana Lupi, Mondadori, 369 pagine, 22 euro.

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© Sophy Roberts 2020 Maps by Lovell Johns Ltd © 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano