Imany e il Voodoo della vita
di Lorenzo Ormando , di Lorenzo OrmandoQuando ho scelto il nome d’arte Imany non sapevo che in swahili significa fede, mi ispirai a quello della principessa che sposa Eddie Murphy ne Il principe cerca moglie. Vorrei avere una ragione più filosofica, ma non ce l’ho», confessa ridendo Nadia Mladjao (il suo nome all’anagrafe), francese di origini africane, quando la intercettiamo al telefono da Parigi, dove abita. Il 3 settembre uscirà (via ThinkZik!) Voodoo Cello, il suo terzo disco: un album registrato con 8 violoncelli, in cui la cantautrice si mette alla prova con le cover di hit come Wonderful Life, I’m Still Standing e Like a Prayer.
«Sono uscita dalla mia zona di comfort e ho realizzato due sogni: da una parte fare un album di archi, dall’altra omaggiare alcuni grandi artisti».
Ha selezionato 50 canzoni, dai Beatles a Nina Simone, cercando quelle che meglio si adattavano a lei, poi ne ha scelte 12. «Alcune rievocano ricordi speciali: come Total Eclip…
Quando ho scelto il nome d’arte Imany non sapevo che in swahili significa fede, mi ispirai a quello della principessa che sposa Eddie Murphy ne Il principe cerca moglie. Vorrei avere una ragione più filosofica, ma non ce l’ho», confessa ridendo Nadia Mladjao (il suo nome all’anagrafe), francese di origini africane, quando la intercettiamo al telefono da Parigi, dove abita. Il 3 settembre uscirà (via ThinkZik!) Voodoo Cello, il suo terzo disco: un album registrato con 8 violoncelli, in cui la cantautrice si mette alla prova con le cover di hit come Wonderful Life, I’m Still Standing e Like a Prayer.
«Sono uscita dalla mia zona di comfort e ho realizzato due sogni: da una parte fare un album di archi, dall’altra omaggiare alcuni grandi artisti».
Ha selezionato 50 canzoni, dai Beatles a Nina Simone, cercando quelle che meglio si adattavano a lei, poi ne ha scelte 12. «Alcune rievocano ricordi speciali: come Total Eclipse of the Heart, che cantavo da piccola inventando le parole perché non capivo l’inglese. La voce di Bonnie Tyler mi faceva sentire meno sola: non ero l’unica ad avere un timbro strano, profondo e leggermente roco» afferma.
Nel 2011 la hit You Will Never Know l’ha fatta conoscere e ha dato il via alla terza fase della sua carriera, dopo i successi come atleta di salto in alto e modella. Suo padre era militare, sua madre casalinga: «Ho scoperto tardi la musica e, dovendo imparare in fretta, non ho avuto altra scelta se non quella di essere me stessa. Tracy Chapman canta con la voce che ha, e lo stesso fa Bob Dylan, che non è un grande cantante da un punto di vista tecnico. Se restiamo fedeli alla nostra natura, senza imitare gli altri, non corriamo il rischio di sbagliare». Suo padre le diceva che se nella vita non chiedi, non otterrai mai ciò che vuoi, perciò è cresciuta interrogandosi sul mondo: «Sono fiera delle persone che durante la pandemia si sono sostenute a vicenda, ma sono scettica nei confronti del sistema capitalistico in cui viviamo, lo stesso che non fa nulla per combattere il cambiamento climatico perché non è conveniente. Il sistema non è mai stato interessato a noi, specie agli anziani, né alla nostra salute, visto che gli ospedali sono ovunque in condizioni disastrose. Eppure ci è stato detto di occuparci degli altri e di fermare tutto, anche se avrebbe ucciso l’economia. Nessuno si chiede come siamo arrivati qui, che è una conseguenza diretta della distruzione del pianeta: infatti, dopo il lockdown, la gente faceva la fila davanti alle catene di abbigliamento low cost, tra quelle che inquinano di più».
Nutre qualche riserva anche rispetto ai social, pur riconoscendone i pregi: «Tutti hanno visto il video della morte di George Floyd, perciò da questo punto di vista sono diventati un’arma contro le ingiustizie. Mi sembra però che andiamo così di corsa che le persone dimenticano tutto in fretta: il loro attivismo dura il tanto che basta a far scorrere il dito sullo schermo».
È lei a occuparsi del suo account Instagram, ma in casa preferisce che i due figli, ancora piccoli, non la vedano con il telefono in mano: «Ci sono documentari che spiegano quanto i cellulari siano tossici per la mente dei bambini: è come dare loro un pacchetto di sigarette. Eppure ne vedo molti imbambolati sugli iPad, mentre dovrebbero fare cose che stimolano la creatività. Mio figlio ha 5 anni e qualche giorno fa mi ha detto che si stava annoiando: gli ho risposto che la noia è una cosa bella e che molte band sono nate perché qualcuno non sapeva che fare e si è inventato qualcosa», dice con un sorriso, spiegando che la maternità l’ha cambiata anche come artista. «I figli ti amano senza limiti, è una sensazione travolgente: prima, quando salivo sul palco, cercavo l’amore del pubblico, mentre ora non ho più quel bisogno».
È ottimista e autoironica, ma crede che le priorità della maggior parte delle persone siano sballate: «Facciamo del nostro meglio per fare soldi o avere un bell’aspetto, non per essere felici. Ci fanno credere che se avremo un’auto costosa, delle scarpe nuove o un certo tipo di partner ci sentiremo vincenti, ma non è così. Ecco perché detesto gli spot in tv: vendono la felicità facendoci credere di dover lavorare come schiavi, mentre nel frattempo ci perdiamo la crescita dei figli e detestiamo la nostra vita. A volte bisogna essere contenti di quel che si ha: abbiamo tanto, ma vogliamo sempre di più».
La moda le ha insegnato ad accettare i rifiuti, mentre con la musica ha compreso che dietro grandi risultati c’è sempre un duro lavoro: «Riuscire ad accettare i rifiuti in un mondo così superficiale è una benedizione. So di non essere perfetta e questa è una battaglia quotidiana: esigo molto da me stessa e a volte mi butto giù perché vorrei essere una madre, un’amica e un’artista migliore. Ma ho 42 anni, sono a metà del mio percorso e so che devo ancora imparare tanto. Mi piace pensare alla vita come ad una scuola: sperando, un giorno, di riuscire ad ottenere la laurea».