Adèle va veloce
di Lorenzo Ormando , di Lorenzo OrmandoQuest’estate Adèle Exarchopoulos ha avuto poco tempo per riposarsi: del resto, se sei una delle giovani attrici più richieste del cinema francese (e non solo), devi metterlo in conto. È appena tornata da Cannes, dove ha presentato Zero F*cks Given, in cui interpreta un’assistente di volo di una compagnia low cost, e il thriller The Stronghold, che debutterà su Netflix, in cui recita al fianco di Gilles Lellouche e François Civil. «Mi sono presa qualche giorno per portare mio figlio in vacanza, ma poi torno sul set», anticipa la 27enne interprete francese, in collegamento da Parigi. La attendono quattro nuovi progetti, tra cui la seconda stagione della serie La Flamme e i nuovi film di Ira Sachs e Jeanne Herry. «Non mi fermo mai, ma va bene così», dice con un sorriso.
Le sono bastati 8 anni per imporsi come una delle interpreti più amate della sua generazione: ha già all’attivo …
Quest’estate Adèle Exarchopoulos ha avuto poco tempo per riposarsi: del resto, se sei una delle giovani attrici più richieste del cinema francese (e non solo), devi metterlo in conto. È appena tornata da Cannes, dove ha presentato Zero F*cks Given, in cui interpreta un’assistente di volo di una compagnia low cost, e il thriller The Stronghold, che debutterà su Netflix, in cui recita al fianco di Gilles Lellouche e François Civil. «Mi sono presa qualche giorno per portare mio figlio in vacanza, ma poi torno sul set», anticipa la 27enne interprete francese, in collegamento da Parigi. La attendono quattro nuovi progetti, tra cui la seconda stagione della serie La Flamme e i nuovi film di Ira Sachs e Jeanne Herry. «Non mi fermo mai, ma va bene così», dice con un sorriso.
Le sono bastati 8 anni per imporsi come una delle interpreti più amate della sua generazione: ha già all’attivo 23 film, ha lavorato in tv e a teatro ed è stata diretta da cineasti del calibro di Sean Penn e Ralph Fiennes. Quando, a 19 anni, La Vita di Adele l’ha catapultata nella stratosfera, facendola diventare la persona più giovane a vincere la Palma d’Oro, non poteva immaginare come sarebbe cambiata la sua vita: «Sono entrata in un mondo che conoscevo a malapena, passando in breve tempo dall’anonimato all’essere riconosciuta ovunque». Una fama che non accenna a diminuire: è ora in sala, distribuita da Valmyn, la deliziosa commedia Sibyl – Labirinti di donna, terzo lungomentraggio di Justine Triet. Nei panni di Margot, un’attrice che aspetta un figlio da un uomo impegnato e non sa se abortire o meno, Adèle offre una delle performance più toccanti della sua carriera. È di ottimo umore, pronta a raccontarsi senza filtri: mentre discute di esperienze di vita e professionali la voce corre spedita, ma se riflette sugli insegnamenti che vuole dare a suo figlio Ismaël (significa “Dio ti ascolta” in ebraico), avuto a 23 anni dal rapper Doums, dal quale si è separata, si prende lunghe pause e calibra le parole. «Sono consapevole che il successo potrebbe finire domani: un giorno sei sotto i riflettori, quello dopo torni nell’ombra. Se però riesci a essere la stessa persona sia quando le cose vanno bene che quando vanno male, non avrai problemi».
Negli anni ha saputo mantenere uno sguardo autocritico e i piedi saldi a terra: «Cerco di scegliere ogni lavoro non assecondando le mie paure: se qualcosa mi terrorizza, allora so di essere nella giusta direzione. Ho ancora gli stessi timori degli esordi: riuscirò a non deludere nessuno? Non mi annoio mai, perché sto sempre a chiedermi se verrò licenziata», ammette con una risata. I traguardi raggiunti non sono una rassicurazione sufficiente? Abbozza un sorriso umile: «Sì, ma non si sa mai, magari un giorno non sarò più così brava».
Le basterebbe rivedersi sullo schermo per sbarazzarsi dei dubbi: la Margot di Sibyl è il suo personaggio più bello dopo La vita di Adele, una giovane fragile e determinata, colta nel pieno di una crisi esistenziale. «È stata un’esperienza speciale, sono rimasta colpita dall’intelligenza della scrittura. Quando ho saputo del ruolo Ismaël aveva due mesi e io stavo girando Nureyev – The White Crow. Al provino ero pietrificata, volevo questa parte con tutta me stessa».
La storia ruota attorno a due personaggi femminili dirompenti: da un lato la psicologa Sibyl (Virginie Efira), che vuole abbandonare i suoi pazienti per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura; dall’altro Margot, che inizia una terapia per trovare risposte ai propri dubbi, a cominciare dal fatto che il suo amante (Gaspard Ulliel) è il coprotagonista del suo nuovo film, diretto dalla compagna di lui. «Con Margot, che teme che un figlio potrebbe rovinarle la carriera, ho fatto una cosa che non si dovrebbe mai fare: per capirla, all’inizio, l’ho giudicata. Accogliere un personaggio, però, è come difendere un cliente quando sei un avvocato. Ne ho discusso a lungo con la regista, Justine, e le ho detto che non la capivo, ma poi mi sono lasciata andare».
E così, mentre Margot si confessa tra fiumi di lacrime, Sibyl inizia a prendere appunti per un romanzo. Il loro rapporto darà il via a un gioco di specchi irresistibile. Il tema della psicanalisi la intriga: da ragazzina sognava di diventare psichiatra, spinta dal desiderio di aiutare il prossimo. «Mi piace essere presente per le persone a cui voglio bene e pensavo che sarebbe stato bello sostenere chi non ha supporto, magari in carcere. Voglio credere che, quando una cosa si rompe, sia possibile ripararla o trovare una forma di redenzione. Forse è un pensiero naïf, chissà», dice con un sorriso, aggiungendo che c’era anche un altro piano per il futuro. «Volevo vendere panini (lo ha fatto a 17 anni, dopo aver lasciato la scuola, ndr) e viaggiare per 6 mesi, anche se non sarebbe stata una vita stabile. Era un’idea affascinante, perché mi annoio facilmente e ho bisogno di muovermi».
Non mente: durante la gravidanza, impossibilitata a tornare sul set, ha chiesto al padre di andare a lavorare con lui al Palazzo dello Sport di Bercy: sotto falso nome e con il volto nascosto da un berretto si è messa a distribuire sandwich, ma ha dovuto smettere per questioni d’immagine. Mantenere la sua libertà e l’indipendenza è sempre stato fondamentale: ci riesce ancora, con tutti gli impegni che ha? Scuote la testa: «Quando sei una madre single non è facile, ma per fortuna la mia famiglia è a Parigi e mio padre mi dà una mano, mi sento una privilegiata. Faccio del mio meglio per coinvolgere Ismaël e portarlo ovunque vada, ma per adesso non voglio che capisca bene che lavoro faccio, sarebbe complicato da spiegare».
La maternità ha cambiato il modo in cui affronta le sue giornate: «Essere madre è il ruolo che amo di più, ha dato un senso alla mia vita. A volte cerco di ricordarmi com’ero prima della sua nascita: a cosa pensavo durante il giorno? Lui mi aiuta a essere una persona migliore perché mi spinge a mettermi in discussione: per dargli una buona educazione devo innanzitutto educare me stessa».
Una delle lezioni più importanti che vuole trasmettergli è di non mentire mai a se stesso e di essere gentile, «perché la vita va veloce e talvolta è fragile. E che se avrà dei sogni dovrà crederci fino in fondo, perché nessun altro lo farà per lui». La nascita del piccolo ha modificato in parte anche i suoi rapporti: le amicizie occupano un ruolo fondamentale nella sua vita e ha lo stesso gruppo da un decennio, ma alcune cose sono cambiate. «Quando è nato mio figlio avevo 23 anni: magari li chiamavo per chiedere un parere sull’allattamento e mi dicevano: “Sono in discoteca, a dopo”. Ora esco anche con persone più adulte: non devono essere madri a ogni costo, ma di sicuro più consapevoli di cosa conta davvero per me».
Exarchopoulos ha sempre osservato la vita dalla giusta prospettiva anche per via di una famiglia stabile: nonostante ami il suo mestiere, il cinema non occupa un ruolo centrale nel suo quotidiano. «I miei genitori mi vedono per come sono e questo mi aiuta a non lasciarmi confondere da ciò che la gente proietta su di me. Vengo da una famiglia modesta: mia madre è infermiera e meriterebbe molte più attenzioni della sottoscritta, mentre mio padre ha sempre svolto diversi lavori».
Dopo essersi fatta conoscere con pellicole drammatiche e intense, negli ultimi anni si è messa alla prova con la commedia: in Mandibules – Due uomini e una mosca (2020), ha lasciato il segno nei panni di una ragazza affetta da un disturbo che la costringe a urlare. «A differenza dei drammi, dove devi credere a quello che dici, con la commedia sei lì che aspetti che la gente rida, ma al terzo ciak anche la scena più divertente smette di funzionare. È un genere che mi intimorisce, ma non lascio che mi blocchi. Sto attraversando una fase felice: faccio il lavoro che mi piace e spero di continuare. E se per caso le cose dovessero cambiare, pazienza: so che accanto a me ci saranno i miei affetti, perciò andrà tutto bene».