lI Covid 19 ha messo in crisi uno dei convincimenti del ricco mondo occidentale: che le epidemie siano un fenomeno che appartiene ai paesi in via di sviluppo. Un virus moderatamente letale ha causato devastazione, quasi 4 milioni e mezzo di morti, peggiorato le disuguaglianze e, senza un vero coordinamento internazionale, messo in crisi la governance. «Le pandemie hanno diverse fasi: prevenzione, monitoraggio e risposta», dice Moreno di Marco, biologo della conservazione alla Sapienza. «Per questa chiaramente siamo alla risposta ma dal punto di vista strategico è importante individuare i fattori di rischio e attrezzarsi per il futuro». Per questo è necessario individuare le cause. Che cosa succederebbe se arrivasse un virus ancora più pericoloso?
Kelly Dent, Director of External Engagement dell’associazione World Animal Protection, non si fa illusioni. «Il punto non è domandarsi se arriverà ma quando. Forse non si raggiungeranno le proporzioni di una pandemia ma non possiamo escluderlo. La prevenzione in genere incontra molta riluttanza da parte della politica perché richiede soluzioni a lungo termine. Ma sarebbe davvero devastante se risolto il problema del Covid con il vaccino non si pensasse al futuro».
Secondo uno studio pubblicato da Science proteggere la natura preservando la biodiversità svolgerebbe un ruolo chiave per salvare vite umane. «Sappiamo che le ultime epidemie sono di origine zoonotica e che fondamentalmente derivano dall’interazione tra specie selvatiche, specie domestiche e popolazione antropica», dice Di Marco. Quindi la prima cosa da fare è ridurre le occasioni di incontro. Una di queste è il degrado ambientale. Prendiamo la deforestazione. Nel 2020 la foresta amazzonica ha perso 11mila kmq di suolo, un record negli ultimi 12 anni. «Questo è pericoloso per due motivi», continua Di Marco. «Da una parte aumenta la probabilità che le attività umane finiscano a ridosso di aree naturali – basti pensare all’apertura di strade all’interno di zone vergini. Dall’altra porta a una alterazione della comunità animale che vive in un certo posto. Alcune specie non sono più in grado di sopravvivere e si estinguono, altre, quelle più generaliste, prendono il sopravvento. Questa modificazione provoca anche un’alterazione dei patogeni aumentando il rischio di zoonosi. I patogeni potrebbero passare all’uomo, cosa che è stata osservata con il West Nile virus, portato dagli uccelli».
Un altro enorme fattore di rischio è il commercio di specie selvatiche, circa 5500, per uso alimentare, farmaceutico, cosmetico, di intrattenimento. È un business legale enorme, da 300 miliardi di dollari, che ne copre uno parallelo illegale da, secondo stime dell’Onu, 23 miliardi. Tra il 2012 e il 2016 sono stati esportati 11 milioni di animali vivi in 189 paesi, Stati Uniti in testa. Una volta veniva criticato dal punto di vista dell’estinzione, adesso invece sono emerse preoccupazioni di carattere sanitario. «Le condizioni orribili in cui questi animali sono catturati, allevati, trasportati e venduti non crea solo sofferenza ma focolai di malattie. Specie che in natura non verrebbero mai a contatto improvvisamente si trovano in spazi ristretti e in condizioni igieniche precarie, come si presume sia successo a Wuhan tramite il presunto incontro tra un pipistrello e una specie intermedia come il pangolino, in un mercato di animali vivi», dice Dent.
«Il Regno Unito, la Germania, l’Australia si sono già attivati per limitare questo commercio in funzione preventiva. Canada, Francia, India supportano queste policy. La Cina, l’esportatore più grosso, ha fatto grossi passi avanti per vietare il consumo alimentare di animali selvatici», dice Philip Lymbery di CIWF, Compassion in World Farming. Anche gli Stati Uniti con la nuova legge Preventing Future Pandemics Act of 2020 hanno chiesto il divieto dell’importazione, esportazione e consumo di animali selvatici. E lo scorso aprile l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Organizzazione mondiale per la salute animale e il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente hanno chiesto la sospensione a livello mondiale della vendita di mammiferi selvatici vivi nei wet market.
Ma non sono solo gli animali selvatici da controllare. I virus viaggiano anche tramite quelli domestici. In particolare quelli allevati in modo intensivo. «Le farms non sono responsabili direttamente ma contribuiscono all’amplificazione del contagio», dice Lymbery. «In natura i virus non uccidono l’ospite. In un allevamento intensivo però il discorso cambia. Perché quando gli animali vivono molto vicino e in scarse condizioni igieniche si moltiplicano le occasioni sia di contagio che di mutazione. Un virus replica errori su errori nel codice genetico in modo molto rapido, ecco perché gli allevamenti che diventano sempre più grandi e sempre più intensivi possono incrementare la severità delle epidemie, come è successo con l’influenza aviaria, e l’emergenza di malattie mortali». A quel punto non resta che disfarsi degli animali. «Lo abbiamo fatto con quelli da pelliccia in Europa: decine di milioni di capi abbattuti», dice Di Marco. «E lo abbiamo fatto anche con altri virus. Penso all’epidemia di Nipah del 1998. Un virus nato in Malesia che è arrivato all’uomo tramite il passaggio da pipistrello a maiale. Aveva un’altissima mortalità e vennero abbattuti suini dall’oggi al domani provocando il collasso dell’industria, oltre a porre inevitabilmente un dilemma etico».
Un altro ruolo lo gioca il clima, anche se è difficile prevedere esattamente le conseguenze. «Uno potrebbe essere la ridistribuzione geografica di specie. Animali che migrando possono portare con sé i patogeni. L’altro, e questo è stato osservato, è l’aumento di vettori come zanzare e zecche nelle zone umide», dice Di Marco. E non dimentichiamo il ruolo degli antibiotici. «Il 73 per cento della produzione mondiale di antibiotici va a finire negli allevamenti. Stiamo indirettamente sviluppando una resistenza agli antibiotici. Who, l’organizzazione mondiale della sanità, sostiene che se continuiamo così tra pochi anni potremmo attraversare un’era post antibiotica dove malattie che adesso curiamo potrebbero ucciderci». «Si prevede che per questo moriranno fino a 10 milioni di persone entro il 2050», aggiunge Lymbery.
Da tre anni si parla dell’approccio One Health, ovvero collegare la salute ambientale a quella antropica. Ma nessuno stato ha implementato questo approccio. Quest’anno qualcosa potrebbe cambiare. «We are one planet. One health», ha detto Ursula van Der Leyen, presidente della Commission europea, a proposito del Global Health Summit lo scorso 21 maggio. «Il mondo si deve preparare meglio ad affrontare le future pandemie». In quell’occasione, anche i ministri dell’ambiente al G7 hanno riconosciuto che con l’aumentato contatto tra umani, natura selvatica e animali d’allevamento cresce anche il rischio di emergenze zoonotiche.
Quest’anno l’Italia è alla presidenza del G20 e alla copresidenza dei colloqui sul clima COP26 il prossimo novembre. Il suo ruolo è vitale. «Siamo cautamente ottimisti. Spero che la relazione tra la salute degli uomini e degli animali sia sempre più considerata come punto cruciale dei processi decisionali», dice Dent. «È auspicabile che si vada in questa direzione», dice Di Marco, «Una call for action per avere un vero coordinamento internazionale». Anche Lymbery si ritiene fiducioso. «È aumentato il livello di ascolto. Per tutta la mia vita professionale ho dovuto lottare per introdurre piccoli cambiamenti come allargare le gabbie delle galline ovaiole di un centimetro con governi che non ne volevano sapere nulla. La pandemia ha portato alla consapevolezza che se vogliamo mantenere il nostro stile di vita e la nostra salute c’è bisogno di grandi trasformazioni. Proprio poco tempo fa ho sentito il segretario generale dell’Onu Antonio Guterrez dichiarare che è tempo di cambiare la maniera di produrre e consumare, incluso ridurre le emissioni dei gas serra. E che trasformare il sistema del cibo è cruciale per arrivare agli obbiettivi dello sviluppo sostenibile. È la prima volta che sento queste parole. Il risvolto positivo della tragedia del Covid».