✕

Italiani 2G, cittadini di domani

Foto Karim El Maktafi per D 
Ovvero: quelli di seconda generazione. Nati e cresciuti nel nostro Paese, parlano la nostra lingua e hanno gli stessi doveri, ma sono ancora a caccia di un diritto di cittadinanza che per ora resta un sogno. Ma chi sono, come vivono i figli degli immigrati della prima ora? Siamo andati a trovarli a Milano, per raccontarveli, attraverso le immagini di  Karim El Maktafi, nato in Veneto da genitori di origini marocchine
5 minuti di lettura

La svolta è stata 5 anni fa, durante una festa a casa di un'amica, a Milano, in un quartiere di periferia mangiato dal centro. Non conoscevo gli invitati, così ciondolando fra conversazioni e capannelli sono finita in giardino a discutere con una ragazza di Bitcoin. Parlava con competenza, aveva investito i suoi primi risparmi, era curiosa; fra birre, sigarette, e altri ospiti coinvolti, la discussione continuò a lungo. Dopo vari botta e risposta sul mercato azionario, il dibattito salì galleggiando fino alle vacanze. Lei stava seduta di fianco al suo compagno, che lavora in un'agenzia creativa di Milano, e raccontò che quell'anno, finalmente, erano stati insieme a casa sua, a casa di lei cioè, dagli zii col loro giardino profumato di agrumi e dai nonni apprensivi e barocchi che ogni volta l'aspettavano con ansia, per poi litigare su come si vestiva. E lei rideva. Casa sua vuol dire Marocco. Lui era entusiasta delle scoperte fa…

La svolta è stata 5 anni fa, durante una festa a casa di un'amica, a Milano, in un quartiere di periferia mangiato dal centro. Non conoscevo gli invitati, così ciondolando fra conversazioni e capannelli sono finita in giardino a discutere con una ragazza di Bitcoin. Parlava con competenza, aveva investito i suoi primi risparmi, era curiosa; fra birre, sigarette, e altri ospiti coinvolti, la discussione continuò a lungo. Dopo vari botta e risposta sul mercato azionario, il dibattito salì galleggiando fino alle vacanze. Lei stava seduta di fianco al suo compagno, che lavora in un'agenzia creativa di Milano, e raccontò che quell'anno, finalmente, erano stati insieme a casa sua, a casa di lei cioè, dagli zii col loro giardino profumato di agrumi e dai nonni apprensivi e barocchi che ogni volta l'aspettavano con ansia, per poi litigare su come si vestiva. E lei rideva. Casa sua vuol dire Marocco. Lui era entusiasta delle scoperte fatte lungo il viaggio, lei sorrideva per la profondità del paese d'origine della sua famiglia. È stato in quel momento che ho avuto la mia agnizione personale: la certezza che finalmente era girata la carta, e che avere genitori stranieri, crescere in Italia, una condizione che interessa in questo momento 857.729 studenti che non hanno la cittadinanza italiana ma frequentano ogni mattina le scuole del nostro Paese, essere quindi di seconda generazione, poteva diventare un'accelerazione delle proprie capacità, e finalmente non essere più un freno. Poteva farsi motivo di orgoglio, non causa di deficit.

Era l'anno in cui Ghali pubblicava Ninna Nanna, il suo singolo d'esordio; le grandi classi miste delle elementari di periferia a Milano riempivano i giornali; casi inaccettabili di femminicidi interni alle comunità, di segregazione e opposizione all'emancipazione c'erano, e ci sono ancora, così come dall'altra parte aggressioni razziste o indifferenza. Ma in quella conversazione, durante la festa, era impossibile non sentire il possibile giro del vento. Quella giovane donna italiana e marocchina, convinta di sé, orgogliosa, complessa e proiettata al domani, che si muoveva sapendo perfettamente che le sue doppie radici erano un problema, certo (soprattutto dentro un'istituzione scolastica che non riesce a cambiare le premesse della disuguaglianza), ma anche e forse soprattutto una risorsa, un bagaglio sociale, culturale, politico, in più, rispetto alle sue coetanee freudianamente milanesi. Il suo modo di vivere la complessità dell'essere figlia di due mondi era dal lato della potenza, non della debolezza. La carta era girata, era una figura da 11, una carta su cui puntare davvero, non più una paura di picche rispetto al futuro. Il suo milieu le permetteva di vivere questa pienezza e lei se la prendeva tutta, a passi lunghi, emancipandosi dalle etichette, in un modo che zittiva a priori ogni domanda qualunquista sulla possibile distanza fra "noi" e "loro".

Questo reportage ritrae 20enni milanesi di seconda generazione, è imbevuto di quella stessa forza, dello stesso ribaltamento di prospettiva, dello stesso fondamentale passaggio dei "2G", come vengono chiamati, da oggetto sociologico a insieme di protagonisti decisi a scrivere la propria storia. Le foto nascono da un progetto di Karim El Maktafi, fotografo cresciuto a Desenzano del Garda (bisognerà andarci prima o poi in queste elementari di Desenzano che hanno cresciuto tra gli altri anche Marcell Jacobs, l'uomo più veloce del mondo) e ora residente a Milano. El Maktafi ha iniziato a riflettere sulla questione delle seconde generazioni partendo da sé, dalla propria esperienza di figlio di marocchini in una città di provincia. Una prima parte della sua ricerca, scattata con il cellulare, è diventata un libro - Hayati ("la mia vita" in arabo) - che ha vinto numerosi premi. Quel lavoro, come lui stesso spiegava, lo aveva portato "a creare una realtà meno restrittiva". Una realtà indefinita, nella quale i diversi credi e le esperienze fioriscono e formano un'unica armonia.

"È partendo dal mio vissuto personale che ho deciso di provare a interrogare anche altri che stanno attraversando una condizione simile alla mia", racconta Karim. Ora la sua indagine continua con They call us second generation, con le immagini che pubblichiamo qui per la prima volta. E sono ritratti di figli di seconda generazione che si chiedono quanto di italiano e quanto di "extracomunitario", come dice la burocrazia, ci sia in loro, nel diventare adulti. Guardandoli e mostrandoceli in questi scatti El Maktafi non studia "un tema", ma incontra singole persone, portatori di storie e di intenzioni. Insieme ai ritratti, alcuni di loro hanno compilato anche un questionario con alcune domande poste dallo stesso El Maktafi sull'essere italiani o meno, sul razzismo, sullo Ius Soli, e sul futuro. Una di queste risposte è meravigliosamente piena di punti esclamativi e ce la dà Nicolas Yacub, 25 anni. "I ragazzi di seconda generazione sono i visionari del nuovo mondo!", ci racconta. "Essere in possesso di più culture è una ricchezza, ed è ormai un dato di fatto! Essere in possesso di due culture vuol dire pressoché conoscerle e fare da intermediari, i figli di seconda generazione sono così il ponte tra popoli, sono come se fossero tessitori, che creano e tessono legami legando fili tra spazi, luoghi, donne e uomini radicalmente diversi".

Sono le sette e mezza di sera, è fine agosto, Nicolas sta camminando in piazza Duomo dopo aver chiuso il negozio dove lavora da quattro anni, una specie di fucina della moda sneaker. Quel negozio per lui è stata una piattaforma di incontri: ha conosciuto imprenditrici con cui tiene lunghe corrispondenze via mail, cantanti, personaggi famosi, "che però io spesso non riconosco, e trattandoli come clienti normali conquisto subito simpatie", racconta ridendo. Nicolas odia il centro e il caos; vive a Crescenzago, periferia Nord di Milano, in una casa affacciata su Naviglio, racconta, da dove vede gli alberi. Le sue vacanze le ha trascorse a Colico, sul lago di Como, un posto che adora, dice. La sua ragazza è una cantante, marocchina, ha partecipato anche a X-Factor. Nicolas racconta che gli piace scrivere, "al liceo ho avuto un periodo molto difficile, con il divorzio dei miei genitori, e ho avuto un'insegnante di italiano che è stata straordinaria con me; sapeva della mia passione, allora si fermava ore in più a scuola, nel pomeriggio, per aiutarmi a scivere poesie. Ancora oggi ci penso, e ogni giorno la ringrazio".

I suoi genitori sono entrambi somali, fuggiti dalla guerra civile. Lui è nato a Milano. Loro ancora adesso frequentano principalmente altri membri della comunità somala, continua, mentre Nicolas esce con amici "di ogni etnia, italiani, asiatici, nordafricani. Adoro questa mescolanza, è la mia vita. Mi invita a essere curioso, a scoprire, a non avere preconcetti". "Essere di seconda generazione dà un passo in più", spiega: "riesci a relazionarti e a capire sia i tuoi coetanei italiani, sia quelli di altre patrie. Guardi verso fuori, apprezzi le culture. Io non ripudio le mie origini, né ci sono chiuso dentro, posso muovermi fra mondi diversi. Non amo la cucina somala, ad esempio, per me il cibo dell'infanzia resta quello italiano, ma ho nelle orecchie la ninna nanna di mia mamma, la musicalità del paese che porto dentro". Nicolas è convinto che ancora molto ci sia da cambiare in Italia, lui stesso ha avuto problemi da adolescente, ma non indulge su nessuna sponda, "conosco amici di Brescia e Bergamo, per esempio, che si muovono sempre in grossi gruppi di afro-italiani, e hanno più rancore verso il Paese rispetto a quello che provo io; in loro non mi riconosco; così come ovviamente non posso riconoscermi in chi rifiuta il diverso". "La mia generazione", continua, "sta portando molti cambiamenti, comunque, e penso alle proteste per Floyd o la legge Zan. Sono felice di questo movimento", e vorrebbe che la stessa presenza ci fosse sulla legge sulla cittadinanza, perché ogni figlio di seconda generazione ha vissuti diversi, ma accomunati dall'ostacolo dei documenti. E dallo stesso sogno.

 

Una legge sacrosanta
Fa una certa impressione rileggere oggi una notizia riportata in grande da Repubblica nell'ottobre del 1998. Il nostro quotidiano riportava le dichiarazioni dell'allora ministra alla Solidarietà sociale Licia Turco: "Il '99 sarà l'anno dei nuovi cittadini", spiegava, perché sarebbe arrivata una nuova legge sulla cittadinanza: "Lo ius soli al posto dello Ius sanguinis". Sono passati 23 anni, i bambini di allora adesso sono adulti e i 20enni di queste pagine per dirsi italiani hanno dovuto aspettare i 18 anni, con le garanzie offerte dai genitori in termini di assoluta continuità nella residenza. Se il 1999 doveva essere ricordato come "L'anno dei nuovi cittadini", il 2021 come sarà? In Parlamento sono ferme 3 proposte di legge per la riforma della legge di cittadinanza, in una direzione che si avvicini allo Ius Soli, al diritto di nascita sul territorio e non di discendenza di sangue (Ius Sanguinis, com'è l'attuale norma italiana, pur con delle eccezioni che permettono ai cittadini extracomunitari di ottenere la carta d'identità attraverso il matrimonio o con un reddito minimo dichiarato e 10 anni di residenza, a cui ne vanno aggiunti 4 per ottenere i documenti). La maggioranza pluricolore del governo Draghi, che va dal Pd alla Lega, non riesce a trovare alcun accordo. Fra le tre, la più "papabile" sarebbe quella a firma Renata Polverini, basata sullo Ius Culturae, il diritto al riconoscimento della cittadinanza per i bambini che abbiano completato le scuole primarie.