Donne e politica: a mal partito
di Natascia Ronchetti , di Natascia RonchettiNel Regno Unito le nostre antenate erano guerrigliere. Anzi: per buona parte dell’opinione pubblica erano terroriste. Avete presente le suffragette inglesi che agli inizi del secolo scorso combattevano per dare alle donne il diritto di voto? Quando le istituzioni non le ascoltavano, si spingevano ad appiccare il fuoco a edifici, club per soli uomini, cassette postali. Bloccavano linee ferroviarie, rompevano le vetrine dei negozi, si incatenavano alle ringhiere. E quando venivano arrestate protestavano con lo sciopero della fame e venivano alimentate a forza.
Storia. Trascorsi oltre cent’anni e tanto è cambiato. Ma forse quel substrato di animo incendiario nella partecipazione alla politica delle donne è ancora lì. Latente ma imbrigliato da ruoli di genere talmente introiettati da essere un’inconscia pressione normativa che le soverchia. E che traccia un netto confine tra maschi e femmine nel modo di fare politica. Convenzionali i primi, innovati…
Nel Regno Unito le nostre antenate erano guerrigliere. Anzi: per buona parte dell’opinione pubblica erano terroriste. Avete presente le suffragette inglesi che agli inizi del secolo scorso combattevano per dare alle donne il diritto di voto? Quando le istituzioni non le ascoltavano, si spingevano ad appiccare il fuoco a edifici, club per soli uomini, cassette postali. Bloccavano linee ferroviarie, rompevano le vetrine dei negozi, si incatenavano alle ringhiere. E quando venivano arrestate protestavano con lo sciopero della fame e venivano alimentate a forza.
Storia. Trascorsi oltre cent’anni e tanto è cambiato. Ma forse quel substrato di animo incendiario nella partecipazione alla politica delle donne è ancora lì. Latente ma imbrigliato da ruoli di genere talmente introiettati da essere un’inconscia pressione normativa che le soverchia. E che traccia un netto confine tra maschi e femmine nel modo di fare politica. Convenzionali i primi, innovative le seconde. Come emerge da una ricerca condotta dal dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, gli uomini si iscrivono a un partito, partecipano ai dibattiti, cercano il potere. In sintesi: sono più tradizionali e anche più conformisti. Le donne no. Fanno volontariato, donazioni, promuovono petizioni, boicottano aziende o Stati che non rispettano fondamentali valori etici. In sintesi: combattono creativamente con le armi della partecipazione civica. I primi rincorrono la leadership e la carriera. Le seconde cercano altre strade, anche con azioni dirompenti, ma restano al palo, incatenate da un sistema impregnato di stereotipi. «Nei maschi», dice la psicologa Serena Stefani, «prevalgono quei tratti culturalmente associati al genere maschile, come l’autonomia, l’autoaffermazione, la dominanza. Nelle femmine i tratti legati all’ascolto empatico, alla cura degli altri, all’attenzione per il più debole. Gli uomini imboccano percorsi più conformi al loro ruolo, le donne agiscono in modo meno visibile ma allo stesso tempo più clamoroso».
Stefani è la prima autrice della ricerca con la quale l’ateneo emiliano ha cercato di individuare le cause recondite della disparità di genere nella rappresentanza politica e nell’accesso alle più alte cariche di governo. Lo ha fatto, tra il 2016 e il 2020, rivolgendosi ad adolescenti e giovani adulti italiani, maschi e femmine. Un campione di quasi 1.800 persone dai 14 ai 30 anni. Prima sorpresa: nella partecipazione al voto non ci sono grandi diversità tra giovani uomini e giovani donne, si recano alle urne più o meno nelle stesse percentuali, soprattutto per le elezioni amministrative. Ciò che cambia, e sensibilmente, è come fanno politica. «Con differenze», prosegue Stefani, «che derivano dalla socializzazione dei ruoli di genere, attraverso i media, la famiglia, gli amici e il contesto sociale e culturale. Fin dall’adolescenza nelle femmine c’è una minore familiarità con la possibilità di assumere posizioni di leadership». Risultato che spiegherebbe, in parte, perché la presenza femminile in ruoli di rilievo nella politica e nelle istituzioni sia ancora ridotta rispetto agli uomini. Per dire: in Italia le donne che siedono in Parlamento sono circa il 35% della rappresentanza politica totale e sono 8 quelle che fanno parte del governo, su 23 ministri. Non va molto meglio negli altri Paesi Ue. Al netto della solita, civilissima, Scandinavia (in Finlandia e Svezia la presenza femminile nella compagine governativa va oltre la parità), la media delle donne al governo nell’area comunitaria arriva al 31,9%. Tina Anselmi, nel 1976 la prima ministra nella storia dell’Italia, amava dire che «le donne devono lottare per le altre donne. Gli uomini gratuitamente non ci danno nulla». Riflessione ancora tremendamente attuale. C’è poi l’aspetto del conservatorismo della politica, come rileva Susanna Camusso, ex segretaria nazionale della Cgil e oggi responsabile delle politiche di genere del sindacato. «I partiti», dice Camusso, «non vedono dove c’è partecipazione, non colgono la vivacità delle iniziative e dei comportamenti delle donne, che hanno anche una diversa concezione del potere. In un contesto di discriminazione che persiste, ed è innegabile, sono molto combattive e più innovative dei maschi. Sanno sfruttare tutti gli spazi che ci sono per fare politica e lo fanno a modo loro. È difficile che si propongano come leader e altrettanto difficile che vengano individuate come tali. Ma sono battagliere e mediamente più brave dei maschi».
Insomma, giovani donne un po’ ribelli, un po’ anticonformiste. Ma vittime, oltre che di cliché introiettati e pregiudizi, dell’assenza di quel bene preziosissimo che è il tempo, come ha dimostrato la scuola di politica rivolta proprio alle donne promossa da +Europa di Emma Bonino, con un focus group che ha coinvolto alcune parlamentari di vari partiti. «Fare politica richiede tanto tempo», spiega Ilaria Donatio, una delle organizzatrici della scuola. «E le donne sono molto impegnate nei compiti di cura di figli e genitori anziani. Questo diventa la scusa, per i vertici dei partiti, per investire maggiormente sugli uomini». Certo, anche l’Italia ha leader donne, basti pensare a Giorgia Meloni. «Ma una leadership femminile», prosegue Donatio, «non implica che un partito, nel reclutamento, agisca secondo criteri improntati alla parità. Una rondine non fa primavera».
Alla fine tutto ruota intorno alla gestione del potere. E c’è da dire che le donne guerriere oggi alla politica piacciono sempre meno. «La ribellione e la non convenzionalità non sono funzionali alla conquista della leadership», commenta Rossella Lama, per lungo tempo responsabile delle donne del Pd di Bologna e oggi consigliere comunale indipendente nel capoluogo emiliano. «Anzi: sono viste con diffidenza. Eppure non è sempre stato così. Basti pensare agli scioperi delle contadine nel ’43. Più le donne erano ribelli e protestavano, più trovavano sostegno. Una volta la creatività e la combattività erano cercate, premiate. Oggi invece si premiano cooptazione e fedeltà. Le donne sono state penalizzate, e lo saranno sempre di più, anche dall’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti. Sono sopravvissuti solo quelli che erano già dentro, incardinati. Quasi tutti maschi». Alla fine ecco un’altra trappola. Le donne fanno politica in tanti modi, spesso inusuali e non riconosciuti. Tutti legittimi ma poi arriva l’imbuto quando si tratta di entrare nelle stanze del potere. «Possiamo andare in piazza a chiedere maggiore attenzione per l’ambiente o fare boicottaggi. Eppure se vogliamo dare un contributo per aumentare la rappresentanza femminile», dice Elly Schlein, vice presidente della Regione Emilia-Romagna, «dobbiamo riuscire a entrare nei luoghi dove si prendono le decisioni, dobbiamo esserci con il nostro sguardo, la nostra specificità. Altrimenti a decidere per noi ci sarà sempre e comunque un altro uomo».
Intervista a Mara Carfagna
Ex modella ed ex show-girl. Poi i primi passi in politica, nel 2004, e due anni dopo l’elezione alla Camera. «La mia storia è nota, perché le difficoltà dell’esordio sono state raccontate più volte», ci spiega Mara Carfagna (Forza Italia), 45 anni, di Salerno, oggi ministro per il Sud e la coesione territoriale nel governo Draghi. E poi aggiunge: «Ma nel tempo si sono trasformate in un elemento di solidità: è stato un allenamento che mi ha reso più consapevole e forse anche più forte. Nessuna carriera è una passeggiata per le donne, soprattutto quando non si adeguano al canone corrente e difendono le proprie idee». Carfagna ne è sicura: «La selezione è più ardua di quella riservata agli uomini. E anche per questo i risultati spesso sono di assoluta eccellenza».
Ministra Carfagna, secondo lei i partiti sono ancora troppo conservatori?
«Ovunque le classi dirigenti puntano a tutelare se stesse. È un riflesso condizionato, direi quasi pavloviano. Da noi, la storia delle donne in politica è ancora troppo recente per sfidare fino in fondo questo meccanismo, e il rischio di restare impantanate o addirittura di fare passi indietro esiste sempre. Per esempio, temo che nel prossimo Parlamento le donne risultino le prime vittime del taglio di un terzo dei seggi deciso con l’ultima riforma costituzionale. Bisogna evitarlo. Così come bisogna evitare che la presenza delle donne risulti una bandierina o poco più per i partiti.
Le donne in politica hanno valore nella misura in cui cambiano lo sguardo sulle cose, introducono elementi nuovi di valutazione, e quindi aiutano le altre donne a crescere, vivere, lavorare meglio».
In generale, quali sono, a suo avviso, i principali ostacoli che una donna deve superare per poter assumere un ruolo politico di rilievo?
«Sono gli ostacoli legati a un sistema pensato per gli uomini e organizzato dagli uomini sui ritmi degli uomini. Un sistema che nell’ultimo secolo è cambiato pochissimo e che pone alle donne difficoltà anche di tipo economico: il cursus honorum di un politico comincia quasi sempre con le elezioni locali, a preferenza, che richiedono investimenti talvolta davvero notevoli. Una volta se ne facevano carico i partiti, ora invece gravano sulle spalle dei candidati: e non sono molte le donne che hanno le risorse per affrontare questo tipo di spese, o la voglia di accettare il rischio».
Le testimonianze: Debora Serracchiani e Maria Cecilia Guerra
A volte i segnali sono quasi impercettibili. Come la tendenza degli uomini a rivolgersi ad altri uomini quando devono assumere decisioni, nonostante di fronte a loro, al posto di comando, ci sia una donna. «A me capitava spesso quand’ero presidente della Regione Friuli Venezia Giulia», dice Debora Serracchiani, attuale capogruppo del Pd alla Camera dei deputati. «Avevo un ruolo di potere ma ogni giorno dovevo conquistarmi spazi, persino fisici». Per Serracchiani alle donne che fanno politica non è concesso l’errore. E non si perdona nulla. «Ma questo avviene soprattutto in Italia», prosegue. «Al Parlamento europeo, grazie alla presenza dei rappresentanti di Paesi più avanzati del nostro, la questione di genere è di fatto risolta. Da noi le donne hanno prima di tutto il problema della mancanza di tempo, perché impegnate anche nei compiti di cura. Ma investire sulla conciliazione significa ripensare la società italiana. Serve un salto culturale che deve essere fatto partendo dall’educazione nelle scuole, cominciando dai più piccoli. Possibile, sì. Ma per ora siamo molto lontani dalla meta».
Certo, negli ultimi vent’anni sono stati fatti molti passi in avanti. «Ma è ancora molto radicata l’idea che le donne siano meno capaci degli uomini nel comprendere le dinamiche politiche», osserva Maria Cecilia Guerra (Articolo 1), attuale vice ministro all’Economia e alle Finanze. Nella vita Guerra è docente di Scienza delle finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia. «Il mondo accademico è molto maschilista ma quello della politica lo è ancora di più», spiega Guerra. «Formalmente c’è attenzione per la parità di genere. E nel governo ci sono presenze femminili. Ma i ministeri più pesanti restano sempre nelle mani degli uomini. E poi le donne vengono molto spesso confinate nel perimetro della politica legata al sociale e all’uguaglianza di genere, campi che gli uomini non vogliono presidiare. Così c’è sempre il rischio di una stereotipizzazione, perché questi temi dovrebbero essere trasversali».
Il punto
Il Movimento 5 Stelle è il partito che ha portato più donne in Parlamento, oltre il 44% alla Camera e il 41,89% al Senato.
Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, è invece quello con la minore rappresentanza femminile al Senato: 4 donne su 21 senatori (19%). Meloni recupera un po’ alla Camera, dove la rappresentanza femminile è al 32,5%.
In generale il Parlamento italiano è ancora decisamente lontano dalla parità di genere. Non brilla la Lega, che a Montecitorio conta 43 donne su 140 deputati (poco più del 30%) e al Senato 21 su 64, pari a nemmeno il 32%. Nel centrodestra, sempre al Senato, Forza Italia ha eletto solo 17 donne su 50, mentre alla Camera sono 30 su un totale di 79 deputati. Non va meglio il centrosinistra. Le parlamentari del Pd sono 45 contro 93 uomini.