Femministe delle caverne
di Nicla Panciera , di Nicla PancieraTirate per i capelli, sedute intorno al fuoco, le dita esili impegnate in qualche attività meticolosa. Queste le donne preistoriche nell'immaginario comune, raffigurate nei film e nei fumetti. Ma siete davvero convinti che passassero le loro giornate a spazzare la grotta, dove uomini pelosi e nerboruti facevano ritorno dopo la caccia o la pesca, giusto il tempo di un boccone, prima di uscire per dedi- carsi alla pittura rupestre o alle opere dell'ingegno? Se nutrite la convinzione che i resti archeologici non forniscano prove per assegnare alle donne un ruolo centrale nei cambiamenti che hanno permesso l'evoluzione delle nostre civiltà, sappiate che le cose stanno diversamente. Le donne possono aver dipinto Lascaux e cacciato bisonti, guerreggiato e intagliato strumenti e aver dato il via a innovazioni e progressi sociali. Lo racconta con brio e rigore la paleontologa parigina Marylène Patou-Mathis, direttrice di ricerca del CNRS, Centro nazionale per …
Tirate per i capelli, sedute intorno al fuoco, le dita esili impegnate in qualche attività meticolosa. Queste le donne preistoriche nell'immaginario comune, raffigurate nei film e nei fumetti. Ma siete davvero convinti che passassero le loro giornate a spazzare la grotta, dove uomini pelosi e nerboruti facevano ritorno dopo la caccia o la pesca, giusto il tempo di un boccone, prima di uscire per dedi- carsi alla pittura rupestre o alle opere dell'ingegno? Se nutrite la convinzione che i resti archeologici non forniscano prove per assegnare alle donne un ruolo centrale nei cambiamenti che hanno permesso l'evoluzione delle nostre civiltà, sappiate che le cose stanno diversamente. Le donne possono aver dipinto Lascaux e cacciato bisonti, guerreggiato e intagliato strumenti e aver dato il via a innovazioni e progressi sociali. Lo racconta con brio e rigore la paleontologa parigina Marylène Patou-Mathis, direttrice di ricerca del CNRS, Centro nazionale per la ricerca scientifica francese, nell'ultimo saggio L'homme preistorique est aussi une femme. Lettura illuminante e ora in italiano: col titolo La preistoria è donna. Una storia dell'invisibilità delle donne, che darà il via alla nuova collana di saggistica di Giunti.
Non c'è alcun dubbio sulla presenza delle donne nelle grotte: è loro la maggior parte delle 32 mani negative, dipinte sulle pareti di otto grotte francesi e spagnole del Paleolitico superiore. Come mai ci sia voluto così tanto per scoprirlo, è presto detto. "Bisogna guardare al contesto storico e intellettuale che ha visto la nascita della preistoria come disciplina scientifica, alla metà del XIX secolo. Da allora ci viene proposta questa visione distorta, di una disuguaglianza dei generi intesa come inferiorità naturale della donna, che è frutto della sovrapposizione di schemi mentali e categorie tipiche della modernità patriarcale a realtà risalenti alla preistoria e, aggiungo, anche molto diversificate tra loro", spiega Patou-Mathis. "Non c'è alcuna ragione fisiologica e cognitiva per escludere d'ufficio le donne preistoriche da certe attività".
A scuotere i codici, alla fine degli anni Settanta, le prime ricercatrici donne hanno iniziato a disvelare "le radici di quest'esclusione: indizi, resti e tracce, tutto era stato studiato e interpretato attraverso il prisma dell'occhio maschile. Sotto la loro spinta, i reperti esi- stenti e le nuove scoperte, rese possibili dalle innovazioni scientifico-tecnologiche, hanno mostrato un'altra storia, in cui c'erano anche le donne preistoriche". La resistenza al cambio di paradigma è forte. C'è chi prova a confutare una rappresentazione caricaturale di queste nuove scoperte, ricorrendo alla fallacia argomentativa detta "fantoccio" (dall'inglese straw man argument: per confutare un argomento, si propone una rappresentazione distorta, ndr). "Non abbiamo mai sostenuto che le donne abbiano fatto tutto quello che è stato fin qui attribuito agli uomini, quindi ogni cosa. Si chiede semplicemente a chi si ostina, nonostante le evidenze, a negare che potesse trattarsi di donne, di dimostrarlo. A costoro spetti l'onere della prova", ribatte Patou-Mathis. "Invece, si preferisce, con grande certezza e arroganza, interpretare i dati a proprio modo. Anche con il soprag- giungere di inequivocabili metodi di misurazione, come l'analisi del Dna, invece di accettare l'evidenza c'è chi trova il modo di piegarla al suo mondo".
Eloquente il caso di un guerriero svedese, rinvenuto nel 1880 nel sito archeologico svedese di Brika. I resti, sepolti con un corredo di due cavalli e delle armi, divennero per la società patriarcale e maschilista dell'epoca l'esemplare tipico del guerriero vichingo. Solo di recente, l'analisi del Dna ha rivelato che il presunto guerriero era in realtà una guerriera, una trentenne di 1,70 cm di altezza, dedita anche alla tattica e alla strategia come mostrano alcuni degli oggetti ritrovati. "Così", denuncia Patou-Mathis, "alcuni archeologi maschi hanno suggerito possano essere stati i parenti della donna ad aver eseguito una vestizione della salma con abiti guerrieri, senza che ciò riflettesse il suo vero status sociale". Non è l'unico caso.
Lo scorso novembre, un lavoro apparso su Science Advances narra la scoperta di resti umani di 9000 anni fa rinvenuti in una tomba a Wilamaya Patjxa, a 3925 metri sulla Ande peruviane, sepolti accanto ad arnesi da caccia e armi. "Deve trattarsi di un impor- tante cacciatore", pensano inizialmente gli scienziati, salvo poi scoprire che si trattava di una donna, dal- la tipica alimentazione dei cacciatori. Incuriositi, gli autori hanno quindi passato in rassegna altri reperti della letteratura scientifica, concludendo che "le sepolture di maschi e di femmine hanno la stessa probabilità di essere associate a strumenti di caccia di grossa selvaggina". Come ammette il responsabile del lavoro, l'antropologo Randy Haas dell'Università della California a Davis, i pregiudizi di genere sono così radicati da non esser scalfiti neppure dai dati.
"Trovo in tutto questo profonde analogie con la battaglia osservata a proposito dei Neanderthal, la cui presunta inferiorità e rozzezza rispetto al raffinato Sapiens è stata a poco a poco smontata dalle evidenze scientifiche", sorride decisa Patou-Mathis, autrice del celebre saggio Neandertal de A à Z (Allary Editions). "La formula lapidaria del titolo Le matriarcat n'a jamais existé, e siamo nel novembre 1992 sulla rivista L'Histoire, è emblematica del rifiuto di molti ad accettare che il patriarcato non è "naturale", è un modo di pensare e di agire che stabilisce un ordine di cose basato su codici binari di maschile e femminile, buono e cattivo, e su una gerarchia tra di loro. Le società matrilineari sono esistite ed esistono ancora", ci dice Patou-Mathis "Comunque, di nuovo, dovremmo liberarci da quest'ossessione, perché le evidenze lasciano presupporre fino alla metà del Neolitico un sistema molto equilibrato tra i sessi: nell'alimentazione, nella caccia, anche nel- la fisicità, con donne molto robuste e muscolose".
Proprio a proposito del cibo, da più parti lo si considera ormai all'origine dello spiccato dimorfismo sessuale. "La segregazione alimentare, presente per alcuni ricercatori già nel Neolitico, avrebbe influito sulle dimensioni e la corporatura di uomini e donne. Togliere sistematicamente il boccone buono e la bistecca alla femmina ed esonerarla da certe attività a lungo andare ha accentuato il dimorfismo sessuale, senza considerare le ricadute epigenetiche sullo sviluppo". Aspetti culturali, dunque, laddove si sono sempre visti geni e natura, quindi l'ineluttabi- lità della determinazione biologica, cui storicamente ci si appella per giustificare lo status quo. Oggi in Occidente, dove l'accesso al cibo è paritario, le differenze stanno sbiadendo, come sottolineò anche l'antropologa africanista francese Françoise Héritier, parlando di "valenza differenziale" dei sessi inscritta nelle nostre società a partire proprio dall'aspetto più visibile come il corpo. Nel suo saggio Dissolvere la gerarchia. Maschile/femminile II (Raffaello Cortina) indica la posta in gioco delle sistematiche e ar- caiche, ma non inalterabili, svalutazione del femminile e valorizzazione del maschile. Sono sistemi persistenti e impliciti di pensiero che giustificano il dominio degli uomini sulle donne che esiste anche nelle nostre società democratiche, dov'è solo mascherato. Ma, per Héritier, differenza e asimmetria non implicano necessariamente gerarchia. Le cose possono cambiare perché, scrive, "le condizio- ni da cui dipendeva la loro realizzazione non sono più le stesse". C'è anche chi tira per le maniche le popolazioni aborigene contemporanee: "Per favore - dice Patou-Mathis - smettiamola di considerare le società di raccoglitori o di cacciatori oggi esistenti sulla Terra alla stregua di nostri antenati, non sono esseri umani fossili! Si sono evoluti esattamente come noi, non ha senso usarli come pietra di paragone come se fossero uomini e donne del Paleolitico".
Quando le cose sono iniziate a cambiare? "Con la progressiva sedentarizzazione, la domesticazione delle piante e degli animali, è iniziata la gerarchizzazione della società; tuttavia, si ipotizza che inizialmente non riguardasse tanto i due sessi quanto piuttosto le classi. Più in là, le donne occupate prevalentemente in agricoltura hanno lasciato campo libero ai maschi nelle altre attività". L'invisibilità del genere femminile negli studi sulle origini e la storia della nostra specie è solo un ulteriore esempio di come la scienza non sia un'impresa oggettiva e avulsa dal contesto storico e sociale. "Fortunatamente, nella paleoantropologia così come in molte altre discipline, bias e stereotipi alle origini vengono progressivamente denunciati e abbandonati in favore di interpretazioni più fedeli a dati e reperti", è positiva Patou-Mathis. Questo cammino che smaschera l'assolutizzazione di idee e realtà moderne, di chi ne sostiene una presunta naturalità, è già piuttosto ramificato e coinvolge molte discipline scientifi- che, in primis le neuroscienze, che molte cantonate hanno preso per quanto riguarda il cervello e le capacità cognitive maschili e femminili.