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La calma prima della tempesta

Foto Federica Sasso 
C'è chi misura le emozioni dai like, chi le considera un ostacolo o, al contrario, le ipervaluta. Il filosofo Umberto Galimberti riflette sul caos emotivo dei ragazzi di oggi
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Sbang. «Sbattere la porta durante l’adolescenza è necessario». Voce ferma, tono deciso, Umberto Galimberti non ci gira intorno. «Se i ragazzi non lo fanno in casa lo faranno altrove, magari con la polizia, magari in curva nord. I genitori devono farsene una ragione, e quando succede compiacersene: è il segno che loro figlio si sta evolvendo, sta passando dall’amore incondizionato della famiglia a quello condizionato e interessato delle amicizie, un passaggio tutt’altro che facile». Non stupisce quindi che il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con la scrittrice Anna Vivarelli, si chiami Che tempesta! 50 emozioni raccontate ai ragazzi (Feltrinelli ), perché si rivolge proprio a loro, i ragazzi, per spiegargli che cosa sono le emozioni e perché sono ancora così importanti. 

Il motivo che lo ha spinto a scriverlo sta in due numeri: cinque su sette. «Sono i giorni in cui ci è richiesto di …

Sbang. «Sbattere la porta durante l’adolescenza è necessario». Voce ferma, tono deciso, Umberto Galimberti non ci gira intorno. «Se i ragazzi non lo fanno in casa lo faranno altrove, magari con la polizia, magari in curva nord. I genitori devono farsene una ragione, e quando succede compiacersene: è il segno che loro figlio si sta evolvendo, sta passando dall’amore incondizionato della famiglia a quello condizionato e interessato delle amicizie, un passaggio tutt’altro che facile». Non stupisce quindi che il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con la scrittrice Anna Vivarelli, si chiami Che tempesta! 50 emozioni raccontate ai ragazzi (Feltrinelli ), perché si rivolge proprio a loro, i ragazzi, per spiegargli che cosa sono le emozioni e perché sono ancora così importanti. 

Il motivo che lo ha spinto a scriverlo sta in due numeri: cinque su sette. «Sono i giorni in cui ci è richiesto di essere efficienti e produttivi, in cui le emozioni vengono percepite come un disturbo, un intoppo da evitare. E così il mondo emotivo viene lasciato in disordine e, nel caos, chi riesce poi a educare i ragazzi alle emozioni, di cui oggi non conoscono neppure il nome?». A preoccuparlo di più è la risonanza emotiva dei loro comportamenti. «Tanti adolescenti non distinguono la differenza tra un’azione buona e una cattiva. Faccio un esempio esagerato, ma neanche troppo: chi non capisce la differenza tra insultare un professore – l’abbiamo pensato tutti almeno una volta nella vita – e prenderlo a calci; oppure tra corteggiare una ragazza e stuprarla. Basta ascoltare cosa dicono i giovani che finiscono in carcere, durante gli interrogatori: non si rendono proprio conto di quello che hanno fatto».

Ma come si costruisce una risonanza emotiva? «È necessaria una cura della psiche che inizia quando il neonato si attacca al seno e, insieme al latte, assapora accoglienza, indifferenza, o rifiuto. E poi si struttura nell’infanzia quando i genitori, oltre all’educazione fisica e intellettuale, dovrebbero provvedere a quella psicologica, che poi è proprio quella delle emozioni e dei sentimenti, in assenza della quale il bambino si organizza da sé con gli strumenti che non ha». Secondo Galimberti è proprio l’infanzia il periodo centrale, trascorso il quale per le famiglie intervenire diventa più complesso perché inizia la tempesta. «Nell’adolescenza fa la sua comparsa la sessualità e questo avvenimento è talmente dirompente che obbliga i ragazzi a costruirsi una nuova visione del mondo. Se prima, per dire, descrivevano il tramonto come il sole che andava a dormire, all’improvviso vivono quel momento come un evento romantico. Insomma, vanno in crisi, dal verbo greco krino, distinguere e, in senso più lato, giudicare». Le ragazze, secondo il filosofo, paradossalmente sono un po’ avvantaggiate. «Per loro i cambiamenti del corpo sono spiazzanti, basti pensare all’arrivo delle mestruazioni, ma alla lunga si trasformano in uno stimolo perché il disagio attiva la mente, stimolando la loro intelligenza: ecco perché spesso vanno molto meglio a scuola».  

Qual è il ruolo dei genitori in questa tempesta? «Devono rassegnarsi all’idea che possono intervenire fino ai bordi dell’adolescenza, poi le loro parole diventano vane. Ecco perché è così importante parlare prima, ponendo le domande giuste: sei felice? Come vedi questo momento?  Troppo spesso ci si preoccupa solo delle loro condizioni fisiche, sottovalutando quelle emotive».  

Eppure sembra quasi un controsenso parlare di crisi delle emozioni quando sui social i ragazzi tendono a metterle in piazza. «Non bisogna confondere la sincerità con la spudoratezza», mette in guardia Galimberti. «L’intimità va tenuta per sé perché, una volta esposti, non abitiamo più noi stessi e le nostre emozioni non si misurano più a partire dalle vicende della nostra anima, ma dal successo o dall’insuccesso della nostra immagine pubblicizzata, insomma dai like. Senza contare che se il mondo reale perde consistenza perché quello che si frequenta è solo quello virtuale, quando si spegne lo smartphone si prova un vuoto terribile. Per cui occorre portare con sé sempre questi mezzi di comunicazione, quasi fossero un salvavita, come l’orsacchiotto di quando erano piccoli». Insomma, la tecnologia, come sostiene lo psicologo Luciano Di Gregorio in Psicopatologia del cellulare, al posto di farci progredire, in realtà ci starebbe “infinitizzando”. «Lo smartphone è molto pericoloso, e non solo per i ragazzi: crea un’insofferenza per la distanza, per cui se non riceviamo una risposta immediata andiamo in ansia; ci fa sentire onnipotenti perché pensiamo di poter controllare tutto; genera l’angoscia dell’anonimato: se non appaio non esisto. E poi ci fa perdere la connessione con il mondo circostante e ci rende schiavi, perché se un giorno non ho voglia di rispondere, mi sento costretto a giustificarmi».  

La prova di quanto siano importanti le emozioni sta nel fatto che la loro sede è quella che, comunemente, viene definita come cervello antico, che poi è la struttura che sovraintende alle funzioni vegetative fondamentali come il respiro e il metabolismo degli organi. Ecco perché, in presenza di una forte emozione, abbiamo reazioni fisiologiche come l’arrossamento del viso, o psicologiche, che si manifestano con una diminuzione della capacità critica. «Le emozioni sono la prima forma di difesa dell’umanità: se mi accorgo di un pericolo, per dire, provo paura e scappo. Oggi però rischiamo due derive opposte: da una parte la disconnessione dalle emozioni indotta dalla società della tecnica che ci porta a una razionalità sfrenata e rischia di trasformarci in robot; dall’altra l’iper valutazione delle emozioni, che fa considerare di valore solo le cose che generano forti emozioni». Un esempio? «Il pensiero dei no vax, che si fidano solo di quello che sentono, ignorando la ricaduta sociale del proprio agire». Un po’ come se le pulsioni prendessero il sopravvento. «Sì, anche perché l’uomo le pulsioni le conosce per natura, ma se non riesce ad andare oltre diventa un bullo. Per imparare a gestirle bisogna conoscere anche i sentimenti, che invece sono culturali, nel senso che variano da cultura a cultura. 

Nell’antichità si imparavano attraverso i miti, erano gli dei a incarnarli. Oggi c’è la letteratura e per questo è molto importante che i giovani leggano fin da bambini, perché conoscendo i sentimenti imparano a gestirli, e a comprendere le strategie per affrontarli».