1.
Rare sono le volte in cui il Prefetto parli senza esservi
costretto, rarissime quelle in cui la Prefettessa,
essendovi costretta, riesca a farlo. Eppure per chi
entri in casa loro è addirittura impossibile continuare
a ignorare tutto quello che successe a Bosco
Canniti. Questo non perché l'argomento li faccia
diventare loquaci, ma perché essi hanno in proposito
abdicato ad ogni ricerca d'espressione in favore
della domestica Concetta, che, di quei fatti, considerano
l'interprete ideale.
"Quann'eramo a Bosco Canniti..." essa comincia
e trova ogni volta nei padroni, che c'erano, che sanno
già tutto, il pubblico più attento.
A Bosco Canniti le blatte volavano. Se una finestra
accesa sfidava l'oscuramento sbattevano ai vetri
con rumore di nocche; se qualcuna riusciva ad entrare
alimentava a lungo il ribrezzo dei presenti con tonfi
sordi contro il lume e precipitazioni improvvise sulla
tovaglia. Concetta era la loro nemica: le inseguiva
con gesti scomposti, insultandole, sbattendo con
forza uno straccio nel vuoto. "Rosse erano, grasse,
longhe come questo dito" precisa ai presenti con l'approvazione
soddisfatta dei padroni. Gli americani,
sbarcando, avevano aperto l'era del DDT e Concetta
una sera accese la luce, spalancò la porta e lasciò
che le blatte entrassero a schiere. "Pazza sei! Che
facisti!". "Vossia lassatemi faciri...!" prometteva
bieca con l'aria di chi deve compiere una vendetta.
Quando il pieno fu fatto, armata di spruzzatore, la
testa completamente avvolta in un asciugamano,
Concetta entrò nella stanza. Chiuse la porta dietro
di sé e spruzzò: spruzzò alla cieca, con tutte le forze,
dibattendosi ai contatti improvvisi, schiacciando
le imprecazioni nella spugna dell'asciugamano. E
nel racconto spruzza ancora, accanita, raggiungendo
una particolare sconcezza di gesti.
A Bosco Canniti una volta, rientrando in casa dal
rifugio, dopo un bombardamento, fu trovato che dal
soffitto era caduto l'intonaco. La capacità di commozione
della Prefettessa, che le permette di piangere
sulle disgrazie che avrebbero potuto accadere,
anche quando sa che non sono accadute, non regge
alla parola "'ntonacu": e le lacrime brillano nei suoi
occhi mentre ti fissa e fa cenno che sì, era proprio
così.
"Quann'eramo a Bosco Canniti..." un negro ubriaco
entrò nel giardino e raspò a lungo alla porta...
Concetta ne parla eccitata d'odio come nella guerra
alle blatte; ma non avendo un DDT adatto allo scopo,
si dové contentare di uscire dalla porticina di dietro,
di scavalcare il muro e di precipitarsi al comando
alleato.
Lo smarrimento provato nel trovarsi di colpo in una
stanza fumosa, dove quieti stranieri si ammannivano
sconosciute bevande, incrina a questo punto l'intensità
del racconto: "... facevanu 'u tè... che saccio...
ma non era tè, pareva cafè... facevano... Quello che
facevano se la vedevano iddi" si riprende di colpo per
tornare a se stessa e al negro ubriaco. Riuscì a farlo
arrestare, di spalle, mentre raspava ancora e prima che
potesse rendersi conto di avere sbagliato porta. Questo,
in genere, lo pensa chi ascolta: ché la Prefettessa
già allora non era più giovane, né le privazioni della
guerra avevano attentato alla sua obesità, e Concetta,
quarantenne, non era più avvenente di oggi.
Aveva lo stesso viso terreo, largo ed adunco ad un
tempo, involgarito da capelli per natura troppo neri.
Alla rigidezza del corpo, piccolo, tutto d'un pezzo,
di montanara calabrese opponeva anche allora un
gestire eccessivo, sguaiato.
Eppure, sempre a Bosco Canniti, un indiano dai
lunghi capelli di donna avvolti nel bianco turbante,
voleva sposarla. "E perché non lo ha preso?" la
gente stupisce spietata. "Questo ci mancava!" si
risente il Prefetto dimostrando di considerare Concetta
degna di ben altri destini. La moglie, fissandola
in un rigurgito d'amore e di commozione, si sforza,
si sforza e... "Noialtri non ce l'abbiamo data!"
riesce a dire felice di averlo fatto e di averlo detto.
A Bosco Canniti i pomodori quell'anno durarono
rosei e carnosi fino a dicembre; ma dal momento che
è sempre la presenza in tavola dei pomodori a suscitare
il ricordo, il fatto non interessa, non fa gola a
nessuno. La Prefettessa invece insiste che lei "ci sentiva
corrìo" che il figlio, rimasto bloccato a Roma,
non potesse gustarli. E se il figlio è presente, sazio
di pomodori e assolutamente privo di rimpianti, lo
fissa a lungo, umidamente. "Tutte 'e sere pregàvimu
p'u signor Cosimo" aggiunge Concetta stranamente
composta, e nella ricerca di un'espressione devota
ne assume una melensa. In realtà con l'essersi associata
a quelle preghiere ha ingannato solo i padroni,
ché gli altri intuiscono, e "'u signor Cosimo" sa, l'antica,
fonda antipatia che essa nutre per lui insofferente,
giudice e muto.
Da Bosco Canniti alla prefettura di S ci corrono
circa due chilometri. Due chilometri di strada nazionale
fra vigne nane, muretti sgretolati dalla forza dei
fichidindia e giardini di aranci scrupolosamente
recintati. Il Prefetto Adorno, allora viceprefetto,
nonostante la ripugnanza al camminare che gli viene
da un corpo grassoccio su gambe fragili e piedi
troppo piccoli, dogliosi, la percorreva due volte al giorno.
Sudava, si affannava, ma non rimpiangeva di aver
chiesto ed ottenuto il trasferimento da Torino: in qualunque
parte della Sicilia si trovasse si sentiva a
casa.
Erano i mesi che precedettero immediatamente lo
sbarco: le cicale gridavano sfrenate sulla guerra che
precipitava.
Quando le prime jeeps apparvero a Bosco Canniti,
il viceprefetto stette due giorni in casa. Al terzo
si avventurò di nuovo verso la prefettura, tenendosi
strettamente al ciglio della strada, con l'andatura
breve ed incerta, fra le folate degli autocarri in fuga.
A S trovò che gli alleati avevano arrestato il Prefetto.
Per lui, invece, c'era pronto un invito di presentarsi
al comando.
Pur sapendo che il proprio fascismo era consistito
nel portare diligentemente il distintivo all'occhiello,
e che questo non gli aveva impedito di esercitare,
con gli intimi, lo jus murmurandi, si sentì
immediatamente maturo per il campo di concentramento.
Prima di avviarsi scrisse un biglietto, "... a
iddi" dice oggi indicando con un cenno del capo la
moglie e la domestica, fuse in quel momento in un
unico sentimento di addio alla famiglia.
A mezzogiorno era a casa, con la macchina a
disposizione, nominato Prefetto. A mezzogiorno e
mezzo arrivò l'usciere col biglietto: la nuova, fiammante
realtà non impedì alla moglie di piangere
sulla separazione non avvenuta e di considerare per
sempre la nomina del marito come fatto essenzialmente
tragico.
Essere nato a Prefetto in quello spazio di tempo
incredibilmente breve in cui, non valendo più le
raccomandazioni fasciste, non esistevano ancora
quelle del nuovo governo, ha influito su tutta la carriera
di Vincenzo Adorno. La sua origine apolitica,
lungi dal dargli credito, ha suscitato la diffidenza di
ogni nuovo ministro. Sue furono le sedi più distrutte,
le più disagiate, quelle in cui gli strascichi della
guerra crepitavano di notte fra i magazzini del porto.
In nessuna resisté più di qualche mese. Memore
dell'antico obbedire, il Prefetto Adorno partiva ogni
volta per la nuova sede in silenzio, deciso a chiedere
il trasferimento. Solo quando un ministro di sinistra
lo invitò a raggiungere immediatamente una
sede del Nord, dove la lotta di classe fioriva in omicidi
a catena, obiettò fermamente che lui per Z, di
venerdì, non sarebbe partito. Partì di sabato, ma quella
fu la sua scelta politica. Tale la considerò il ministro
convincendosi per sempre che di lui bisognava
diffidare, tale la considerò egli stesso identificando,
nel tempo, il proprio ardire con la personale crescente
avversione alla "mala pianta". Nel concetto di
"mala pianta" faceva rientrare, anche allora, tutti quei
partiti, dal comunista al partito d'azione, che facevano
leva sul "sociale". L'avversione per questi cresceva
in lui al pensiero di un pezzetto di terra sull'Etna,
comprato pochi giorni prima del crollo della
moneta, unica speculazione della sua vita, ed amato
con l'intensità dei beni non ancora goduti. Un pezzetto
di terra nera e fine come rena, accidentato da
massi di lava, con balze, poggi, strapiombi improvvisi;
nemmeno due ettari in tutto, di vigna e di
agrumi, latifondo per la sua tenerezza. ("È mia dal
gelso al carrubo" dice anche oggi con un gesto ampio
d'amore).
Ritirarsi a Belverde nella casetta, di una rusticità
autentica, coerentemente sprovvista delle più elementari
comodità, che correda il podere era la meta della
sua carriera. Se fosse stato per lui si sarebbe "messo
a riposo" subito, ma c'era il figlio: un figlio intellettuale,
annodato e inquieto, inetto a risolvere praticamente
la propria vita, appena laureato e ancora
da sistemare. ("E doppo che iddu lettere volle studiare!
"). È così che la necessità di continuare la carriera,
l'urgenza di difendere Belverde dal "sociale",
e quella immediata di avere meno grane possibili, spinsero
Vincenzo Adorno, dopo la prima "bella affermazione"
dello scudo crociato, a realizzarsi come Prefetto
democristiano.
Gli fu assegnata in quei giorni una provincia centro-
meridionale vasta e povera, in cui non fumavano
ciminiere, ma solo camini di case petrose sparse
su monti rotondi, rasi, tiepidi al sole come schiene
di bestie. Il capoluogo era una città antica, in collina,
grigia di chiese e di vecchi palazzi, cui la miseria
e una maggioranza di destra imprimevano un
lento respiro.
Amelia Adorno
L'ultima provincia
Sellerio, pagg. 216, 10 euro