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Krystsina, che voleva solo correre

Foto Oksana Manchuk/TASS/Getty  
Partita per Tokyo da atleta sconosciuta al mondo, la velocista Tsimanouskaya è arrivata a Varsavia da icona della lotta contro la repressione del governo bielorusso. Ma la fuga è stata una scelta obbligata: «Se non mi fossi opposta al rimpatrio, mi avrebbero mandata in manicomio»
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Occhiali seriosi e T-shirt sbarazzina, Kristina Timanovskaja (per usare la “traduzione” più diffusa del suo nome) fissa lo schermo senza sorridere. L’atleta bielorussa diventata dissidente suo malgrado ha trovato asilo a Varsavia insieme al marito, ma il suo volto tradisce ancora lo stress di giornate convulse. «Continuo a ricevere intimidazioni. Hanno persino minacciato di squarciarmi lo stomaco. Sono sotto scorta e vivo in un alloggio segreto e sorvegliato», confessa in video collegamento. «Dopo il ritrovamento dell’attivista Vitalij Shishov impiccato a Kiev (il 3 agosto, ndr), so di non essere totalmente al sicuro neppure qui».
Campionessa nazionale nel 2016, dopo aver gareggiato agli Europei 2018 e ai Mondiali 2019, lo scorso luglio Timanovskaja era partita da Minsk per il Giappone per inseguire il suo sogno: la prima Olimpiade.

Ventiquattro anni senza aver mai conosciuto un altro presidente al di fuori di Aleksandr Lukashenk…

Occhiali seriosi e T-shirt sbarazzina, Kristina Timanovskaja (per usare la “traduzione” più diffusa del suo nome) fissa lo schermo senza sorridere. L’atleta bielorussa diventata dissidente suo malgrado ha trovato asilo a Varsavia insieme al marito, ma il suo volto tradisce ancora lo stress di giornate convulse. «Continuo a ricevere intimidazioni. Hanno persino minacciato di squarciarmi lo stomaco. Sono sotto scorta e vivo in un alloggio segreto e sorvegliato», confessa in video collegamento. «Dopo il ritrovamento dell’attivista Vitalij Shishov impiccato a Kiev (il 3 agosto, ndr), so di non essere totalmente al sicuro neppure qui».
Campionessa nazionale nel 2016, dopo aver gareggiato agli Europei 2018 e ai Mondiali 2019, lo scorso luglio Timanovskaja era partita da Minsk per il Giappone per inseguire il suo sogno: la prima Olimpiade.

Ventiquattro anni senza aver mai conosciuto un altro presidente al di fuori di Aleksandr Lukashenko, si era sempre tenuta al di fuori della politica. Quando nell’agosto 2020, per la prima volta in un quarto di secolo, l’ex Repubblica sovietica si era riversata in piazza dopo l’ennesima elezione fasulla, circa 2mila sportivi avevano siglato una lettera aperta per chiedere nuove elezioni e la fine della repressione. Kristina no. Aveva continuato ad allenarsi, sei ore al giorno, tutti i giorni. «Mi ero limitata a condannare le violenze in un post su Instagram. Dopo cinque minuti, avevo ricevuto una telefonata che mi intimava di cancellarlo, altrimenti sarei stata estromessa dai Giochi. Volevo solo correre, raggiungere il traguardo, portare a casa una medaglia. Perciò ho sempre tenuto un profilo basso. Ma sa come si dice spesso da noi? Se non ti interessi alla politica, sarà la politica a interessarsi a te. È quello che mi è successo. Sono la prova vivente che in Bielorussia, anche se sei apolitico, puoi finire nei guai».


Non voleva dimostrare nulla Kristina. «Voglio solo correre», aveva detto tra le lacrime anche al suo allenatore che aveva provato a convincerla che tutto quello che doveva fare era «stare zitta e andare via da Tokyo con calma». Insomma, rinunciare ai 200 metri femminili solo perché aveva criticato su Instagram la sua federazione di atletica leggera, che la aveva iscritta a una gara per cui non si era mai allenata, la 4x400, dopo che due atlete della squadra non avevano completato un numero sufficiente di test antidoping. «Come al solito la nostra leadership decide per noi. Hanno fatto tutto alle mie spalle. Sono le Olimpiadi, non uno scherzo», si era sfogata in un video. La critica non era passata inosservata. Rimuoverla dal social non era bastato. Dall’alto era arrivato un ordine perentorio: rimpatrio immediato.
«Un disaccordo sportivo. La politica non c’entrava. Ma in Bielorussia non è permesso far sentire la propria voce. In nessun modo e in nessun ambito». Nell’ultima dittatura d’Europa dove Lukashenko stesso guidava il Comitato olimpico nazionale prima di essere obbligato dalle sanzioni a passare lo scettro al figlio Viktor, dove tutte le squadre sono dipendenti dallo Stato e le competizioni all’estero sono irreggimentate per paura di denunce o diserzioni, non è mai solo sport.
Dopo essere stata ritirata dalle gare, costretta a fare le valigie e portata con la forza in aeroporto perché prendesse un volo per Minsk, Timanovskaja aveva capito che avrebbe fatto la stessa fine del suo connazionale, il giornalista Roman Protasevich: incarcerata all’atterraggio. O, forse peggio, internata.
«Con la tua stupidità distruggerai tante vite. Sei come una mosca che finisce nella tela di un ragno, più ti dimeni più resti avvolta», le aveva detto il suo allenatore. «Il tuo orgoglio ti trascinerà nel vortice del diavolo. È così che si finisce col suicidarsi, sfortunatamente». Ma non erano state le minacce a spaventarla. «In Bielorussia sono una prassi normale. È stata mia nonna a mettermi in guardia. Le tv nazionali si erano impadronite della vicenda. Mandavano in onda servizi che mi descrivevano come una malata di mente. Ho capito che se fossi tornata a Minsk mi avrebbero mandato in manicomio o in carcere».
Arrivata in aeroporto, Timanovskaja ha chiesto protezione a un poliziotto giapponese con l’aiuto di un’applicazione di traduzione. Ha corso il rischio. Lei abituata a correre solo entro i binari di una corsia. E in quel momento si è lasciata tutto alle spalle. Il suo Paese, la sua famiglia, gli amici, la sua carriera sportiva. Sottratta ai suoi sequestratori, Timanovskaja ha trovato rifugio nell’ambasciata polacca e da lì è volata a Varsavia dove, prima che le autorità provassero a fermarlo, l’ha raggiunta il marito, l’ex velocista Arsenij Zdanevich. Una fuga che ha riportato il tempo alla guerra fredda, alle defezioni di sportivi e intellettuali sovietici durante i tour all’estero, ma che lei non aveva programmato.


Timanovskaja voleva solo correre. E ha corso, sì, via da un regime che voleva metterla a tacere. La sua fuga per la vittoria è diventata una fuga per la libertà. Partita per il Giappone da atleta sconosciuta al mondo, è arrivata a Varsavia da icona della lotta alla repressione. «Ancora non mi capacito di essere al centro di uno scandalo internazionale». Ha scampato il carcere, ma ora è una rifugiata politica. «Ho preso una pausa, ho scoperto di avere dei legamenti lesionati. Devo fare terapia. Continuerò la mia carriera qui. Ma non è facile cambiare cittadinanza sportiva. Ci vogliono almeno tre anni. Per Parigi 2024 potrebbe essere tardi».
Adesso il pensiero è alla madre, impiegata in banca, e al padre, pompiere in pensione. «Ricevevano continue chiamate minatorie da sedicenti funzionari dell’amministrazione presidenziale finché ho detto loro di non rispondere più a numeri anonimi. Non so quando potranno raggiungerci».


Timanovskaja è ancora scioccata. «È successo tutto così in fretta». Ma non ha rimpianti. «Ho solo detto la verità. A ripensarci non c’era altra scelta». La dissidente riluttante ha abbracciato il suo destino. Ha messo all’asta una medaglia e devoluto il ricavato alla Fondazione bielorussa per la solidarietà sportiva (Bssf) che sostiene gli atleti perseguitati da Minsk come lei. Si è fatta una ragione anche dei colleghi che l’hanno bloccata sui social o attaccata apertamente. «Forse li hanno minacciati. O magari hanno solo perso la speranza. Pensano che in Bielorussia non cambierà mai nulla. Vorrei che smettessero di essere terrorizzati. Che quello che è successo a me desse loro il coraggio di alzare la voce. Per quanto mi riguarda, ho deciso di non avere più paura». L’atleta che voleva solo correre i suoi Giochi li ha vinti così. nnnnnnnnnnn