Jennifer Hudson, a Natural Woman
di Lorenzo Ormando , di Lorenzo OrmandoI cani di casa Hudson sembrano portare fortuna alla loro padrona: nel Natale 2006, poco prima che diventasse la più giovane afroamericana a vincere un Oscar come miglior attrice non protagonista per il musical Dreamgirls, il suo primo film, Jennifer Hudson ha ricevuto un cucciolo di pomerania che ha chiamato Oscar. «L’anno seguente ho pensato che Oscar avesse bisogno di una fidanzata, perciò ho preso una cagnolina e l’ho chiamata Grammy. E, indovini un po’, qualche mese dopo ho vinto il mio primo Grammy», ricorda la diva americana, che un mese fa ha spento 40 candeline e, l’anno scorso, è stata inserita da Time nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. Sorride e sgrana gli occhi in modo teatrale, mentre ricorda il premio ottenuto nel 2008 per il suo album di debutto (un secondo Grammy è arrivato nel 2017 per la colonna sonora del musical di Broadway Il colore viola). «Sfortunatamente sono entrambi…
I cani di casa Hudson sembrano portare fortuna alla loro padrona: nel Natale 2006, poco prima che diventasse la più giovane afroamericana a vincere un Oscar come miglior attrice non protagonista per il musical Dreamgirls, il suo primo film, Jennifer Hudson ha ricevuto un cucciolo di pomerania che ha chiamato Oscar. «L’anno seguente ho pensato che Oscar avesse bisogno di una fidanzata, perciò ho preso una cagnolina e l’ho chiamata Grammy. E, indovini un po’, qualche mese dopo ho vinto il mio primo Grammy», ricorda la diva americana, che un mese fa ha spento 40 candeline e, l’anno scorso, è stata inserita da Time nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. Sorride e sgrana gli occhi in modo teatrale, mentre ricorda il premio ottenuto nel 2008 per il suo album di debutto (un secondo Grammy è arrivato nel 2017 per la colonna sonora del musical di Broadway Il colore viola). «Sfortunatamente sono entrambi passati a miglior vita: mi mancano molto, quindi ho bisogno di un nuovo Grammy e di un nuovo Oscar», prosegue “JHud”, come la chiamano i fan, ironica. Se non fosse chiaro, non sta parlando dei suoi animali: ad aprile, infatti, potrebbe salire sul palco degli Academy Awards e ritirare una seconda statuetta per la strepitosa performance nel film Respect, in cui è la leggendaria Aretha Franklin.
Il ruolo sembrava scritto nel destino fin dal 2004, quando si è presentata alle audizioni di American Idol lasciando i giudici a bocca aperta con la cover di Share Your Love With Me. «Aretha è sempre stata un mio punto di riferimento fin da piccola», ci spiega accogliendoci via Zoom nel salotto della sua villa di Los Angeles, alle spalle ha un pianoforte e accanto alla finestra un’arpa. Ha un background simile a quello della cantante: «Anche io sono cresciuta cantando in chiesa, ho una connessione profonda con la musica gospel. Mentre facevo delle ricerche per il film, ho capito che molte tra le canzoni che canto da sempre sono sue, è stata una scoperta che mi ha portata a rispettarla in modo ancora più profondo». Hudson ha lavorato con un insegnante di recitazione, preso lezioni di movimento e si è esercitata al piano ogni giorno per quattro ore. Interpretare un’icona è un dono e un onore, ma anche una sfida spaventosa: nonostante Franklin in persona l’avesse scelta per il biopic, durante le riprese era assalita dai dubbi. E se avesse fallito? «Avere la sua benedizione non mi ha tranquillizzata perché, dopotutto, non credo che sia possibile portare a termine fino in fondo un compito enorme come questo: di Aretha Franklin, diciamolo, ce n’è una sola. Tutto ciò che volevo era renderle omaggio nel miglior modo possibile».
Respect, di cui è anche produttrice esecutiva, è il suo progetto più personale. Con Franklin, portata via da un cancro al pancreas nel 2018, all’età di 76 anni, aveva sviluppato una bella amicizia: il primo incontro è avvenuto poco dopo l’Oscar vinto per Dreamgirls, quando fu invitata a fare colazione con lei in un hotel di New York. Franklin si presentò, come sempre, avvolta in una pelliccia, simbolo di riscatto: « Ero nervosissima, lei mi guardò e disse: “Che c’è, non mangi? Non sarai mica timida”. Siamo sempre restate in contatto, parlavamo al telefono almeno una volta a settimana. Mi manca, ho ancora i nostri messaggi e ogni tanto vado a rileggerli. Ascoltandola parlare del suo passato ho imparato tante cose sulla vita, sono lezioni che custodisco ancora». Ad esempio? «Mi ha ricordato quanto sia fondamentale preservare la nostra voce e non lasciarci confondere dal caos che ci circonda: abbiamo tutti una storia da raccontare, la cosa importante è esprimere sempre la nostra verità» spiega, facendo una pausa. Avevano molto in comune, come il fatto di aver scoperto entrambe il successo da giovani: «I suoi consigli erano legati ad esperienze vissute sulla sua pelle, una cosa di cui mi sono resa conto solo con il tempo».
La pellicola diretta da Liesl Tommy ripercorre la sua storia, compresi i periodi bui: dall’infanzia a Detroit, nel coro della chiesa del padre predicatore battista, alla nascita dei quattro figli (il primo a 12 anni, il secondo a 14); dalle battaglie per i diritti civili accanto a Luther King, Jr. all’ascesa come star internazionale. Non voleva essere solo un’artista, puntava al successo: «Credo che fosse da sempre consapevole delle proprie potenzialità, voleva forgiare la propria strada. Quando canti in chiesa non lo fai solo per te, hai uno scopo più alto: si tratta di una forma d’arte da condividere con il mondo». Al contrario della Signora del Soul, che nonostante 18 Grammy e 75 milioni di dischi venduti cercava comunque l’approvazione degli altri, Hudson prova a non curarsi troppo dell’accoglienza del pubblico: del resto non ha mai fatto musica per conquistare i vertici delle chart. «Non mi chiedo mai quanta gente andrà a vedere i miei film o quante copie venderanno i miei dischi. Ai colleghi ripeto: “Ricordatevi che fate questo mestiere perché lo amate”. Quando ero ad American Idol i fan votavano chi dovesse restare in gara, ma ciò non mi ha impedito di continuare a fare musica», afferma lei, che all’epoca si posizionò settima. «Non resterò sempre in cima alle classifiche di Billboard, ma osservo quel che ho seminato e sono soddisfatta».
La fama di Aretha, che nel 1987 divenne la prima donna ad entrare nella Rock & Roll Hall of Fame, fu messa a rischio dalla sua depressione e dall’alcol con cui si stordiva per dimenticare abusi e traumi, inclusa la morte di sua madre, stroncata da un infarto a 34 anni (lei ne aveva 10.). «Non credo che sarei mai stata in grado di restituire la sua essenza se non avessi potuto attingere alle mie esperienze personali», la voce si assottiglia. Anche lei ha subito una perdita immensa in giovane età: era l’ottobre del 2008 quando sua madre Darnell, suo fratello Jason e suo nipote Julian furono uccisi dall’ex marito di sua sorella Julia, oggi condannato a tre ergastoli. Dopo la tragedia, Hudson ha fondato la Julian D. King Gift Foundation in onore del nipote, e nel 2009 ha dato alla luce David Daniel Jr., avuto dal wrestler David Otunga, da cui si è separata 4 anni fa. «A mio figlio dico sempre che mi ha salvato la vita». Voleva che dal film emergesse il rapporto fortissimo, simile al suo, che Franklin aveva con la religione: «Come mia madre e mia nonna, anch’io sono una donna di fede: fa parte di me, mi fa andare avanti. La gente la confonde con sicurezza in me: ma io credo in Dio, so di cosa è capace e mi fido di lui».