La grande sete d'America
di Ferdinando Cutugno , di Ferdinando CutugnoSe vogliamo trovare un punto d’inizio per la grande sete dell’Ovest americano, o almeno del suo momento più critico, potremmo metterlo alla fine di aprile, quando il governatore della California Gavin Newsom ha tenuto una conferenza stampa sul fondale del Mendocino Lake.
Sopra la sua testa ci sarebbero dovuti essere quasi dodici metri d’acqua, invece il podio era poggiato sulle crepe riarse del lago artificiale, un tassello della grande geografia di dighe e bacini che caratterizza il paesaggio da queste parti. In questo caso la crisi climatica faceva da scenografia e contesto alla conferenza: il tema del discorso era la siccità e a metà primavera negli Stati Uniti occidentali stavano già così, coi laghi asciutti. Tre mesi dopo Newsom ha chiesto ai cittadini di tagliare volontariamente l’uso di acqua del 15%. Nel nord, che è storicamente meno attrezzato all’aridità, i ristoranti di molte città hanno c…
Se vogliamo trovare un punto d’inizio per la grande sete dell’Ovest americano, o almeno del suo momento più critico, potremmo metterlo alla fine di aprile, quando il governatore della California Gavin Newsom ha tenuto una conferenza stampa sul fondale del Mendocino Lake.
Sopra la sua testa ci sarebbero dovuti essere quasi dodici metri d’acqua, invece il podio era poggiato sulle crepe riarse del lago artificiale, un tassello della grande geografia di dighe e bacini che caratterizza il paesaggio da queste parti. In questo caso la crisi climatica faceva da scenografia e contesto alla conferenza: il tema del discorso era la siccità e a metà primavera negli Stati Uniti occidentali stavano già così, coi laghi asciutti. Tre mesi dopo Newsom ha chiesto ai cittadini di tagliare volontariamente l’uso di acqua del 15%. Nel nord, che è storicamente meno attrezzato all’aridità, i ristoranti di molte città hanno chiuso i bagni: si va nelle toilette chimiche sui marciapiedi. A tavola ormai servono acqua del rubinetto solo su richiesta. A Santa Rosa, un’ora di auto da San Francisco, gli ispettori pubblici girano casa per casa per sanzionare gli eccessi nell’uso della fornitura idrica. Nelle zone più secche, ha raccontato il New York Times, quando d’estate si va a cena da qualcuno si portano una bottiglia di vino e una d’acqua, e si chiede il permesso per tirare lo sciacquone. Sono le buone maniere al tempo della sete. In Nevada hanno approvato una legge per abolire progressivamente tutti i prati non necessari e ornamentali, perché l’acqua è troppo poca per pensare di innaffiare le aiuole. I cartelli Severe Drought. Please conserve water sono dappertutto. Risparmiate acqua, perché siamo nei guai. Sono quasi delle implorazioni.
Secondo U.S. Drought Monitor, ad agosto il 99% delle terre a ovest delle Montagne Rocciose sono state in crisi idrica, che quest’anno ha colpito 59,2 milioni di americani. È una proporzione che non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti. La chiamano megadrought, megasiccità, con quel prefisso ansiogeno che fa il paio con quello di megafire, gli incendi vasti come intere contee, che bruciano per mesi e hanno portato il fumo fin nel cielo di New York e Philadelphia. I roghi prendono l’attenzione perché sono vistosi, fanno vittime, devastano il paesaggio, l’acqua invece evapora una goccia alla volta. È una crisi in slow motion. In ogni caso, sono due manifestazioni della stessa emergenza. Una volta varcato il 100esimo meridiano, quello che separa l’ovest dall’est tagliando il paese longitudinalmente dal North Dakota al Texas, per conoscere il riscaldamento globale gli americani non hanno bisogno di leggere i dati del rapporto Onu uscito in estate, gli è sufficiente camminare sulla terra secca, avere campi da coltivare, dover far fronte ai cali della potenza elettrica, o solo guardare fuori dalla finestra dalla primavera fino a questo mese di ottobre, soprattutto nelle comunità più povere, meno urbanizzate, meno attrezzate e in quelle native. L’acqua è da tempo uno dei grandi disastri americani contemporanei, un moltiplicatore di diseguaglianze e fratture sociali. Sono oltre due milioni le persone senza un accesso sicuro, è su questa vulnerabilità che è arrivata da due anni la siccità.
La maggior parte della California ha dichiarato l’emergenza idrica già a maggio, i governatori di dieci Stati hanno chiesto di sbloccare gli aiuti federali per i disastri ambientali, come se fosse passato un uragano silenzioso. Intanto il Lake Mead è sceso sotto la soglia critica: è un problema ecologico, ma anche psicologico, una sorta di interruttore simbolico della paura.
Il Mead è il bacino artificiale appena fuori Las Vegas, formato negli anni ’30 dalla diga di Hoover sul fiume Colorado, la grande chiave inglese per l’addomesticamento delle acque dell’ovest. «Dieci anni fa questo posto era un deserto senza pietà», disse Franklin Delano Roosevelt all’inaugurazione della diga, nel 1935. «Questo sito era uno spreco coperto di cactus, oggi è una meraviglia del ventesimo secolo». Nel 2021 il livello dell’acqua – che viene divisa tra sette Stati e il nord del Messico – è crollato, la stagione invernale ha avuto poca neve, la conseguenza è stata poca acqua in primavera nei bacini fluviali, l’evaporazione per le temperature altissime e il suolo secco e assetato hanno fatto il resto. L’ovest è sempre stato arido, ma le siccità sono diventate più lunghe, spietate e frequenti. E soprattutto: un secolo fa, quando fu progettata la diga, ci abitavano undici milioni di persone, oggi sono 116 milioni, tutte a contendersi un’acqua che nel frattempo è sempre di meno.
Quando una risorsa così vitale diventa scarsa in un’economia avanzata come quella americana, partono i conflitti per gli usi: a chi assegnarla? Ad avere la peggio in questo momento è l’agricoltura. Le mandorle sono una delle coltivazioni più a valore aggiunto della California, il 70% viene esportato in Asia e in Europa, le previsioni per il raccolto sono crollate, perché sono anche uno dei prodotti più bisognosi di acqua, e quindi anche uno dei più colpiti dalla crisi climatica. «Tanti agricoltori sono in difficoltà a tenere i propri alberi in vita», ha detto il presidente dell’Almond Board of California. I pozzi e le riserve sono a secco, chi prova a resistere ai livelli abituali deve far arrivare l’acqua con le autobotti, a prezzi esorbitanti, anche 40 volte più alti delle normali tariffe idriche. La situazione è critica nell’aridissima Arizona, dove non c’è altra via che irrigare e tutta l’attività agricola è tarata su dighe come quella di Hoover: se il fiume Colorado va in secca, si spegne tutto lo Stato. Ogni foglia di lattuga mangiata d’inverno dagli americani è stata bagnata dal Colorado oggi ai minimi. Ed è in crisi anche la produzione di energia idroelettrica: la centrale collegata alla diga di Oroville, ai piedi della Sierra Nevada, ha smesso di produrne perché il livello era troppo basso. In cinquant’anni di attività non era mai successo. L’energia persa inoltre deve essere rimpiazzata da altro, e quell’altro in questa fase rischiano di essere ancora le fonti fossili (gas o addirittura carbone). Aumentano le emissioni, aumentano i prezzi dell’energia e a causa delle temperature elevate aumentano anche i consumi, uno dei tanti circoli viziosi della crisi climatica.
La chiave è solo una: adattamento, e in questo gli Stati dell’ovest potrebbero diventare un laboratorio di pratiche e innovazioni al quale guardare con molta attenzione. Quest’anno la siccità ha colpito più duramente il nord che il sud della California, nonostante quest’ultimo sia molto più arido. Ma le siccità del passato sono servite se non altro da lezione e le contee meridionali si sono rivelate più pronte: hanno aumentato di 13 volte la capacità di stoccaggio dell’acqua rispetto al 1990 e soprattutto hanno diminuito i consumi del 40%. Sono arrivati prima lì dove toccherà a tutti gli altri: vivono già in un presente nel quale l’acqua è poca, preziosa, è governata e non si spreca.
In questa guerra, gli agricoltori sono come la fanteria di prima linea, è già in atto la conversione all’agricoltura di precisione, tecnologie e raccolti che permettano di usare meno acqua. Solo chi avrà le risorse finanziare per la transizione riuscirà però a portare i propri campi nel futuro. E quel futuro sta arrivando, secondo una ricerca pubblicata su Science: con ogni grado di aumento della temperatura il fiume Colorado perde il 9% del flusso d’acqua, e questo al netto di cicli di siccità come quello attuale. Nel frattempo l’amministrazione Biden ha fatto approvare al Senato il pacchetto infrastrutture da 1 triliardo di dollari, con oltre 8 miliardi per interventi di adattamento contro le future siccità: sistemi di conservazione dell’acqua, impianti di riciclo per quella domestica e industriale, progetti di desalinizzazione, sicurezza delle dighe e manutenzione degli impianti. Il futuro delle acque (ormai scarse) d’America passa anche da qui. nnnnnnnnnnnn