✕

I nostri a(r)mati ragazzi

Foto Mattia Micheli per D 
A Gardone Val Trompia, 20 chilometri da Brescia, cuore di una valle che è tra i maggiori distretti armieri europei, è stato attivato un corso per formare giovani armaioli, contesi dalle aziende. Perché, usciti di qui, il lavoro è assicurato, nel centinaio circa di imprese locali. Così cominciano a iscriversi anche le ragazze
5 minuti di lettura

Questa valle è ciò che per gli appassionati di animazione è Disneyland», cerca di spiegare un imprenditore, «ciò che per gli amanti delle macchine da corsa è Maranello», dirà uno studente. Si sforzano di trovare metafore, ma sanno che è impossibile farlo capire a un forestiero: quelli che per loro sono oggetti quotidiani che grazie al duro lavoro riescono a trasformare in opere d’altissimo artigianato, per i più resteranno sempre e solo strumenti di morte.

La Val Trompia è il principale distretto armiero italiano, uno dei maggiori in Europa: una trentina di produttori, più di cento aziende se si considera la componentistica, con oltre 7mila dipendenti. Il 95% delle armi prodotte qui vengono esportate. Il cuore della valle è Gardone Val Trompia, 11mila abitanti, a 20 chilometri da Brescia: qui sono la maggior parte delle aziende, tra cui la Beretta, e il Banco nazionale di prova, dove …

Questa valle è ciò che per gli appassionati di animazione è Disneyland», cerca di spiegare un imprenditore, «ciò che per gli amanti delle macchine da corsa è Maranello», dirà uno studente. Si sforzano di trovare metafore, ma sanno che è impossibile farlo capire a un forestiero: quelli che per loro sono oggetti quotidiani che grazie al duro lavoro riescono a trasformare in opere d’altissimo artigianato, per i più resteranno sempre e solo strumenti di morte.

La Val Trompia è il principale distretto armiero italiano, uno dei maggiori in Europa: una trentina di produttori, più di cento aziende se si considera la componentistica, con oltre 7mila dipendenti. Il 95% delle armi prodotte qui vengono esportate. Il cuore della valle è Gardone Val Trompia, 11mila abitanti, a 20 chilometri da Brescia: qui sono la maggior parte delle aziende, tra cui la Beretta, e il Banco nazionale di prova, dove si testano tutte le armi prodotte sul territorio nazionale prima che vengano messe in commercio. Nell’anno del Covid sono state più di 700mila, il 5% in più rispetto al 2019. E il 2021 è già un anno record (+123% nei primi quattro mesi), grazie all’aumento della domanda negli Stati Uniti in previsione di una possibile stretta sulla vendita imposta dal presidente Joe Biden.

Nel Cinquecento questa zona delle Prealpi bresciane ricca di miniere era l’arsenale della Repubblica di Venezia. La conoscenza dei produttori armieri si è tramandata prima nelle botteghe poi nelle fabbriche. Fino agli anni Settanta esisteva anche uno specifico corso di formazione, che venne chiuso per motivi di “opportunità politica”. La pistola che uccise l’agente Antonio Custra nella sparatoria in via De Amicis di Milano, simbolo degli anni di piombo, per citarne una, veniva da qui: era una Beretta. Ma lo erano anche le armi d’ordinanza della polizia.

«Diventammo come degli appestati, fummo messi all’indice. E lo siamo tutt’ora», lamenta Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani e imprenditore, nella voce il rammarico di chi crea pezzi unici senza poterlo dire troppo in giro. Nella sua azienda sono state realizzate le riproduzioni di armi storiche utilizzate nei film I Pirati dei Caraibi, L’ultimo dei Mohicani e The Revenant. Nel 2003 aziende, istituzioni e l’Istituto di Istruzione superiore Carlo Beretta hanno attivato un nuovo corso per formare giovani armaioli: il Tima (Tecnico dell’Industria Meccanica Armiera). Gli iscritti oggi sono una sessantina, con richieste anche da fuori regione e da Malta. Basta un pomeriggio a settimana di pratica e lezioni, per tutti i cinque anni delle scuole superiori, e usciti di qui il lavoro è assicurato: sono gli stessi docenti del corso, quasi tutti provenienti dalle aziende locali, a contendersi e consigliarsi i migliori. Ma la necessità di manodopera nel settore è tale che alla fine vengono assunti tutti.

Da tradizione, i maschi scolpiscono il calcio e le donne lo zigrinano. Marica Verzeletti, unica ragazza del corso, 18 anni, non è d’accordo: «Tra i miei coetanei credo sia assodato che anche una donna possa lavorare nel settore. A stupirsene sono soprattutto certi adulti, per esempio le bidelle della scuola o mia nonna che è un po’ spaventata e vuole che si dica faccia cucito. Altre ragazze vorrebbero farlo ma temono il pregiudizio altrui». L’unica arma in casa di Marica era quella giocattolo del fratello, perché «ovviamente a un bambino si regala la pistola, alle bambine le bambole». Non ne aveva mai impugnata una prima che il padre la portasse a tirare al Poligono, quattro anni fa: era la prima volta per entrambi.

Anche per Lisa Bonfanti tutto è iniziato con una prova a una Fiera della caccia, a 12 anni: «Tornai a casa e dissi ai miei: “So cosa voglio per Natale: una carabina”». Da allora non ha più smesso, e due anni fa, a 22 anni, ha vinto il campionato invernale donne 21-50 anni per la carabina ad aria compressa. «Quando succede una tragedia con un’arma sembra che chiunque la possegga sia un pericolo, però alle Olimpiadi tutti a tifare per i nostri tiratori. Per arrivare là bisogna allenarsi, e la cattiva reputazione del settore è un danno per tutti», spiega, «per questo le regole ferree per possederle e trasportarle vanno bene».

Più della metà delle armi imbracciate dagli atleti di tiro a volo di tutto il mondo alle Olimpiadi di Tokyo vengono da questa valle. Bonfanti è della provincia di Como ma si allena al Poligono di Gardone perché è uno dei migliori in regione. Da qualche anno i ragazzi tra i 10 e i 18 anni iscritti ai corsi del Poligono sono aumentati – 17 prima della pandemia, di cui sei ragazze – e le linee di tiro non sono più sufficienti. Il Comune, che ne è proprietario, lavora per un ampliamento della struttura da mezzo milione di euro, per renderla adatta ai campionati di tiro e alle esercitazioni dei corpi armati.

Da più di vent’anni a vincere le elezioni comunali sono partiti o liste civiche sostenute dal centrosinistra. Anche il dirigente dell’Istituto Beretta a cui fa capo il corso per armaioli, cacciatore, è stato per dieci anni sindaco del Partito democratico di un Comune vicino. Parlare di disarmo a Gardone Val Trompia non è, come ci si aspetterebbe, pari al bestemmiare in chiesa: negli occhi dell’interlocutore si fa largo un punto di domanda non ostile, ma autenticamente meravigliato. La dura condanna di papa Francesco verso i fabbricanti di armi (“mercanti di morte che dovranno rendere conto a Dio”) ha lasciato tutti un po’ perplessi.

Persino don Michele Flocchini, 34 anni, curato in Paese da tre: «Se la Chiesa locale predicasse la chiusura di determinate fabbriche dovrebbe dare una valida alternativa di sostentamento. Allora però andrebbero osteggiate anche altre realtà di peccato fiorenti, come l’apertura di esercizi commerciali nei festivi, la speculazione finanziaria, la produzione di medicinali e prodotti che promuovono una sessualità disordinata. I ragazzi qui non sentono il tema della guerra, sono più sensibili a caccia, legittima difesa e leva obbligatoria: molti la rivorrebbero. Nel paese delle armi», conclude don Michele, «la Chiesa si preoccupa che i giovani si armino di fede e, lasciandosi colpire dall’amore di Gesù, non manchino il bersaglio della loro vita».

Molti ragazzi della Valle sono cacciatori, e quelli che non hanno l’età per la licenza accompagnano chi già c’è l’ha. Come Sofia Bettinsoli, che da tre anni segue il fidanzato più grande e lo aiuta a tenere e curare il capanno: l’anno prossimo compirà diciott’anni e prima ancora della patente di guida farà quella di caccia. Le statistiche parlano chiaro: negli Stati Uniti nel 2019 i morti per armi da fuoco sono stati, tra omicidi e suicidi, superiori a quelli per incidente d’auto (rispettivamente 39.773 e 39.107; CDC, Centers for Disease Control and Prevention, e NSC, National Security Council). La situazione italiana non è paragonabile, ma nel 2018 e 2019 un omicidio su due è stato commesso in famiglia, il 40% di questi con una arma da fuoco, nella maggior parte dei casi regolarmente detenuta (Istat e Eures). «Allo stesso modo però le nostre armi vengono utilizzate dalle forze dell’ordine: nelle statistiche non entrano gli omicidi non commessi, le stragi non avvenute proprio grazie all’uso delle armi», obietta uno studente del corso Tima. «Purtroppo non possiamo sapere dove andranno, ma noi le costruiamo per altri scopi. Si dovrebbero sentire responsabili di ?ernobyl’ gli scienziati che hanno scoperto l’atomo?».

Al Tima i ragazzi imparano a lavorare di lima, scolpire, studiano progettazione, balistica e legislazione. Sui banconi da lavoro del corso la cosa più simile a un’arma è un fucile di plastica creato con una stampante 3D: «È l’unico pezzo assemblato che possiamo tenere per motivi di sicurezza», spiega un docente. Ma a casa tutti gli studenti dell’ultimo biennio hanno armi, qualcuno addirittura 15.

L’unica eccezione è Patrik Xhani, diciannove anni: «I miei genitori sono di origine albanese e non hanno la cultura delle armi, ma io essendo nato qui sono abituato. Mi piacerebbe costruirle perché è un simbolo della mia valle». Una valle che – dimenticando per un attimo l’atomo opaco del male in cui viviamo e ascoltando solo la passione con cui questi ragazzi ti spiegano la differenza tra un calcio a principe di Galles e uno a pistola – a qualcuno potrà sembrare un luogo a metà tra Disneyland e Maranello.