I 5 oggetti del 2021
di Silvia Manzoni , di Silvia ManzoniGli oggetti che ci circondano sono un frammento di storia del mondo. Un surf, una statuetta di Buddha, una cartolina... Pierre Singaravélou e Sylvain Venayre, francesi e docenti di Storia, ne hanno raccolti cento per farne un libro, Le magasin du monde, la mondialisation par les objets du XVIIIème siècle à nos jours (c’è anche la versione ridotta, Le petit magasin du monde) e mettere in luce i fili rossi che collegano Paesi e società, anche in apparenza lontani. Perché la circolazione e la diffusione di questi oggetti crea mappe geografiche che legano continenti ed epoche, facendone mutare la percezione. La scelta della parola magasin (in francese tradotta con negozio) non è un caso. «Volevamo imporre una riflessione, perché oggi», spiega Sylvain Venayre, «fra ibridazioni, dematerializzazioni e ridimensionamento delle produzioni a fini ecologici, stiamo forse vivendo la fine degli oggetti». Ma…
Gli oggetti che ci circondano sono un frammento di storia del mondo. Un surf, una statuetta di Buddha, una cartolina... Pierre Singaravélou e Sylvain Venayre, francesi e docenti di Storia, ne hanno raccolti cento per farne un libro, Le magasin du monde, la mondialisation par les objets du XVIIIème siècle à nos jours (c’è anche la versione ridotta, Le petit magasin du monde) e mettere in luce i fili rossi che collegano Paesi e società, anche in apparenza lontani. Perché la circolazione e la diffusione di questi oggetti crea mappe geografiche che legano continenti ed epoche, facendone mutare la percezione. La scelta della parola magasin (in francese tradotta con negozio) non è un caso. «Volevamo imporre una riflessione, perché oggi», spiega Sylvain Venayre, «fra ibridazioni, dematerializzazioni e ridimensionamento delle produzioni a fini ecologici, stiamo forse vivendo la fine degli oggetti». Ma in questo inventario, quali sono i più emblematici del 2021? Lo abbiamo chiesto ai due autori.
Il passaporto
«Quest’anno non si parla che di questo lasciapassare, sanitario o meno, per qualsiasi tipo di spostamento», esordisce Pierre Singaravélou. Già nell’Antico Testamento si fa riferimento a un documento ufficiale che autorizza a viaggiare, citato anche in Cina agli inizi della dinastia Han; in Occidente gli antenati del passaporto si diffusero a partire dal basso Medioevo. Aboliti come simboli della tirannia dalla Rivoluzione Francese, riapparvero quasi subito e furono perfezionati sotto il Primo Impero dal celebre ministro della polizia Joseph Fouché, che li volle stampati su carta filigranata per renderli infalsificabili. In America, nel 1856, il passaporto divenne, da semplice lettera di raccomandazione, un vero e proprio certificato di nazionalità. Se in quegli stessi anni alcuni Paesi europei (Norvegia, Francia, Svezia, Svizzera) decisero di sospenderlo per favorire la libera circolazione dei viaggiatori, il Giappone lo approvò nel 1866 per controllare gli spostamenti d’oltremare dei propri cittadini. Furono soprattutto i conflitti di fine Ottocento a spingere gli Stati a reintrodurre il passaporto, il cui uso nel 1914 divenne norma comune. Diventato obsoleto nello spazio europeo con la svolta di Schengen, è oggi affiancato/sostituito da nuove forme di sorveglianza, come la biometria. E si noterà che il possesso di un passaporto (senza visto) non dà accesso agli stessi diritti a tutti i cittadini del pianeta: presentandolo, un giapponese potrà recarsi in 190 Paesi, un afghano in appena 25 (dati del 2019).
La mascherina
«Era stata inserita nel libro prima che si manifestasse il virus ed è il primo simbolo dell’epoca che attraversiamo», precisa Sylvain Venayre. Un oggetto “intrigante” in quanto «agisce come un filtro in teoria ermetico, ma in realtà è poroso: facendo barriera a virus, microbi e altro, permette di mantenere scambi interpersonali». La sua invenzione risale alla fine del XIX° secolo, agli esordi delle cosiddetta medicina moderna. È composta da sottili strati di cotone legati da un elastico, ben diversa dunque da quella dei medici della peste il cui becco era riempito da aromi e spezie che dovevano proteggere dai cattivi odori. L’uso della mascherina fu accelerato da due episodi epidemici: la peste in Manciuria nel 1911, in cui la Cina la impose anche a fini politici, per mostrare ai nemici “imperialisti” il suo primato nelle scienze; e la famosa influenza del 1918-20, che spinse alcuni Paesi a distribuirla gratuitamente. L’uso della mascherina si generalizza progressivamente negli ospedali, ma, con la diminuzione delle infezioni per le quali la profilassi costituisce la sola difesa (come la tubercolosi), la sua presenza negli spazi pubblici si riduce. Assume un ruolo di difesa contro altri rischi (attacchi nucleari, radiologici o chimici...) durante la Guerra fredda; e viene reintrodotta su larga scala in Giappone negli anni ’80 per combattere le allergie, e in Cina come difesa dall’inquinamento. Oggetto «primitivo e postmoderno», la mascherina rivela anche «i meccanismi di un sistema-mondo che ha delegato a particolari zone la fabbricazione di oggetti massivamente gettabili», esponendosi così, come è successo agli inizi della pandemia, a un’irrimediabile fragilità.
Il Tricolore
«Ho pensato all’Italia e alle immagini emblematiche del tricolore appeso alle finestre per esprimere la solidarietà del mondo al vostro Paese, duramente colpito dal Covid», sottolinea Singaravélou. I suoi antenati sono i blasoni e gli stemmi delle famiglie aristocratiche, ma le origini sono più strettamente legate alla mondializzazione marittima del XVIII secolo, in virtù della quale sventolano su navi e galeoni dei pezzi di tessuto recanti i colori e i simboli dall’armatore, la cui forma, man mano che furono adottati dagli Stati, scivolò progressivamente verso quella rettangolare (solo il Vaticano e la Svizzera ne hanno una quadrata, il Nepal una composta da due triangoli). Inizialmente usata per distinguere l’alleato dal nemico sui campi di battaglia, la bandiera diventa progressivamente affermazione di potenza e incarna un’identità condivisa, con una dimensione simbolica universale. Issarla sulla superficie della Luna, sul Polo Nord o sulla cima dell’Himalaya è un atto di fierezza nazionale, oltre che un segno di rappresentanza dell’umanità tutta. Numerosi Paesi hanno varato leggi per tutelarla, punendone l’oltraggio e la profanazione. Ma la bandiera è diventata anche un simbolo di militanza transnazionale: quella rossa è universalmente associata al socialismo, quella arcobaleno al movimento LGBTQ+. Abbandonati i terreni bellici, la bandiera è oggi esposta sui balconi come simbolo di solidarietà nazionale, o negli stadi per rivendicare un’aspirazione collettiva. Quando non diventa opera d’arte, come quella del pittore statunitense Jasper Johns, venduta all’asta per 36 milioni di dollari nel 2014.
Lo smartphone
«Ho pensato all’Italia e alle immagini emblematiche del tricolore appeso alle finestre per esprimere la solidarietà del mondo al vostro Paese, duramente colpito dal Covid», sottolinea Singaravélou. I suoi antenati sono i blasoni e gli stemmi delle famiglie aristocratiche, ma le origini sono più strettamente legate alla mondializzazione marittima del XVIII secolo, in virtù della quale sventolano su navi e galeoni dei pezzi di tessuto recanti i colori e i simboli dall’armatore, la cui forma, man mano che furono adottati dagli Stati, scivolò progressivamente verso quella rettangolare (solo il Vaticano e la Svizzera ne hanno una quadrata, il Nepal una composta da due triangoli). Inizialmente usata per distinguere l’alleato dal nemico sui campi di battaglia, la bandiera diventa progressivamente affermazione di potenza e incarna un’identità condivisa, con una dimensione simbolica universale. Issarla sulla superficie della Luna, sul Polo Nord o sulla cima dell’Himalaya è un atto di fierezza nazionale, oltre che un segno di rappresentanza dell’umanità tutta. Numerosi Paesi hanno varato leggi per tutelarla, punendone l’oltraggio e la profanazione. Ma la bandiera è diventata anche un simbolo di militanza transnazionale: quella rossa è universalmente associata al socialismo, quella arcobaleno al movimento LGBTQ+. Abbandonati i terreni bellici, la bandiera è oggi esposta sui balconi come simbolo di solidarietà nazionale, o negli stadi per rivendicare un’aspirazione collettiva. Quando non diventa opera d’arte, come quella del pittore statunitense Jasper Johns, venduta all’asta per 36 milioni di dollari nel 2014.
Filo spinato
«Perchè è l’elemento di base per scrivere una storia delle frontiere, oggi di grande attualità», afferma Singaravélou. Il brevetto fu deposto nel 1874 nell’Illinois da un agricoltore che cercava un modo leggero ed economico per recintare la sua proprietà. Ma ben presto le “barriere” in filo di ferro acquisirono delle implicazioni politiche, aprendo la strada alla colonizzazione delle terre ad ovest del Mississipi. «? il segno di un’ambivalenza della politica moderna: più è inclusiva e protettrice, più produce fenomeni di esclusione degli inassimilabili». Dalla conquista del West il filo spinato raggiunge i campi di battaglia. Durante la prima Guerra Mondiale migliaia di chilometri di recinzioni separano i belligeranti. E, in parallelo, il sinistro destino di questa trama di ferro viene suggellato dal suo utilizzo nei campi dove vengono confinati oppositori, nemici, ribelli (questo ruolo viene inaugurato nel 1895 con la Guerra d’Indipendenza di Cuba contro la Spagna). Erede moderno della fortezza medioevale, il filo spinato è tuttavia in aperta opposizione all’antenata per la sua leggerezza e mobilità, caratteristiche che in molti casi necessitano di una complementare sorveglianza. «Annuncia dunque una virtualizzazione del potere sullo spazio, compiuta attraverso tecnologie elettroniche che ne rinforzano l’impatto».