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Passi da gigante

Foto Luca Rotondo per DLui 
Il Tor des Géants e il Tor des Glaciers: le più dure, massacranti ed epiche delle gare di trail running. Ore e ore, giorni e notti, con il sole e la pioggia, tra le montagne della Valle d’Aosta. Noi ci siamo stati, come “volonTor”. E qui proviamo a raccontarlo con parole e immagini Foto di Luca Rotondo per D Lui 
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Al massimo 180 chilometri: pare che il corpo umano sia stato programmato per tollerare questa distanza-limite prima di rischiare di rompersi almeno in parte, di segnare un blackout psicofisico. O addirittura di andare in tilt.

Ci pensiamo con un misto di meraviglia e compassione mentre ci (s)corrono davanti - come un esercito in rotta, massacrati da un nemico invisibile, ma mai arresi - gli eroi normalissimi e straordinari del Tor des Géants e del Tor des Glaciers: le gare di trail running più dure, massacranti ed epiche al mondo. E sono uomini (e donne) che di chilometri ne fanno il doppio o il triplo di quei 180 del limite: ovvero 330 o 450, per capirci 8-10 maratone olimpiche in un colpo solo. Uno sforzo quasi senza soluzione di continuità: partono da Courmayeur, girano tutta la Valle d’Aosta e a Courmayeur tornano. Dopo centinaia di chilometri tra vallate verdi e vette innevate, ghiacciai e dirupi, torrenti, boschi, mucche, malghe, rifugi. Con un disliv…

Al massimo 180 chilometri: pare che il corpo umano sia stato programmato per tollerare questa distanza-limite prima di rischiare di rompersi almeno in parte, di segnare un blackout psicofisico. O addirittura di andare in tilt.

Ci pensiamo con un misto di meraviglia e compassione mentre ci (s)corrono davanti - come un esercito in rotta, massacrati da un nemico invisibile, ma mai arresi - gli eroi normalissimi e straordinari del Tor des Géants e del Tor des Glaciers: le gare di trail running più dure, massacranti ed epiche al mondo. E sono uomini (e donne) che di chilometri ne fanno il doppio o il triplo di quei 180 del limite: ovvero 330 o 450, per capirci 8-10 maratone olimpiche in un colpo solo. Uno sforzo quasi senza soluzione di continuità: partono da Courmayeur, girano tutta la Valle d’Aosta e a Courmayeur tornano. Dopo centinaia di chilometri tra vallate verdi e vette innevate, ghiacciai e dirupi, torrenti, boschi, mucche, malghe, rifugi. Con un dislivello di 24 o 32mila metri, su percorsi fatti di terra, pietre, erba, fango. Dormendo poco o niente, qualcuno addormentandosi in piedi per non perdere tempo. Con qualsiasi meteo (il sole, troppa luce e troppo caldo, la pioggia o la neve, troppo vento e troppo freddo), per ore e ore (l’importante  è stare sotto le 150 o le 190, calcolate di quanti giorni si tratta). Al mattino con gli occhiali da sole e la notte con la torcia frontale. In un tour de force che appare senza senso, ma un senso ce l’ha: arrivare al traguardo entro il tempo massimo stabilito, oltre le proprie forze e i propri limiti. Diventando così un finisher, guadagnandosi un posto tra i “giganti” e nella leggenda.

«Vi piacerebbe partecipare al Tor?», ci chiedono in un giorno di fine estate in cui ci fa fatica persino pensare, figuriamoci immaginarci in una sfida così. «Non in gara, ma come volonTor», aggiungono a scanso di equivoci. «Per dare cibo, acqua, magari una parola di incoraggiamento o conforto. E segnare il tempo dei passaggi in un punto ristoro». Più di 2mila volontari collaborano infatti alla perfetta riuscita di questa mega-impresa, una macchina logistica enorme che tiene sveglia per giorni e notti un’intera regione, centinaia di paesi, rifugi e basi vita. E coinvolge la protezione civile, le guide alpine, medici e infermieri, tutti coloro che possono contribuire a mettere in sicurezza questi “atleti estremi”, corridori erranti tra i monti.

Benedetta è di Pisa, è in un gruppo scout di Torino (dove studia alla scuola Holden) con Francesco e Giovanni, compagni di team che l’hanno coinvolta in questa esperienza. La incontriamo dopo una risalita di qualche chilometro sotto una pioggia che ha deciso di darci il benvenuto, per farci entrare nel mood, nel punto ristoro al termine della “balconata”. È la strada panoramica che si affaccia come un balcone, appunto, sulla catena del Bianco e i suoi ghiacciai. «È bellissimo qui, i paesaggi sono incantati. Noi abbiamo cercato di renderci utili per quanto possibile: suonando l’ukulele e cantando qualcosa al passaggio, offrendo da mangiare».

Si vede di tutto in 24 ore qua su, nella varia umanità che transita con il pettorale ormai sporco e il chip per il tracciamento gps. C’è chi ti chiede un cubetto di cioccolato o i chilometri che mancano al traguardo, come a farsi dire: “un ultimo sforzo e ci sei”. Qualcuno arriva a passo d’uomo, perso in pensieri invalicabili dopo 300 chilometri di solitudine. La bocca arsa, le labbra spaccate, un ragazzo francese fa fatica a parlare ma sorride di quella gratitudine che vuol dire: “sono vivo e sono qui”. Qualcuno arriva alle sue spalle, di corsa come se non ci fosse un domani: giusto il tempo di segnare il passaggio ed è già oltre la curva. Come la ragazza spagnola che è quarta in classifica e ci dice di fare presto, prestissimo a registrare il suo tempo: «Perché l’ho vista, era dietro di me nell’ultimo bosco, so che sta venendo a prendermi». E non si riferisce a un’ombra assassina, ma alla rivale e attuale quinta. «È un paragone che può sembrare irrispettoso, ma rende l’idea», dice Luca, addetto all’organizzazione. «Per chi non conosce la durezza del Tor può sembrare un popolo di zombie, di uomini-fantasmi che si aggirano avendo perso il senno oltre che il sonno». E qualcuno racconta la storia di Franco Collé, che troveremo più tardi in città fresco (si fa per dire) vincitore della 330 con record assoluto, che in un’edizione di qualche anno fa si fermò per un breve pisolino di pochi minuti diventato un sonno matto e disperatissimo di quattro ore, che gli valse la perdita del podio e di molte posizioni in classifica.

Noi invece iniziamo la discesa verso Courmayeur. Abbiamo aspettato il buio per provare l’ebrezza di attraversare il bosco di notte, con la torcia sulla fronte. Come lucciole disperse, silenziose alle nostre spalle, veniamo superati dai corridori di passaggio. La città-traguardo, dall’alto apparentemente addormentata, deve sembrare una visione misericordiosa a questi atleti. Tra poco potranno alzare le braccia al cielo, prendersi un meritato applauso, rivedere una faccia familiare o amica, finalmente fermarsi.

È davvero emozionante, l’arrivo. Ed è carico di storie incredibili. Assistiamo al taglio del traguardo dei due vincitori, a pari merito, del Tor des Glaciers: l’italiano, francese d’adozione, Luca Papi e lo svizzero Jules Henri Gabioud. Hanno percorso insieme tutti i 450 chilometri del tracciato. Il primo senza mai smettere di parlare (e infatti arriva senza voce), il secondo sempre zitto e ascoltando. Un sodalizio che racconta molto del Tor. Come le vene della gamba destra di Papi, che “sporgono” di quasi mezzo centrimetro, bassorilievo simbolo dell’impresa. O le labbra di Gabioud, spaccate per la fatica, ma non tanto da impedirgli di sorridere a tutti. Il giapponese Takano Hideo arriva stremato e barcollante, poi un padre e un figlio e ad aspettarli il nipotino: tre generazioni al Tor. Stephanie Case, la prima delle donne, è stata scalciata da un asino di montagna durante la penultima notte e ha rischiato di non arrivare. Gli amici Yannick e Guillaume hanno corso insieme e insieme arrivano: al traguardo sono troppo stanchi per trattenere le lacrime. Ecco il pettorale 404, numero del not found sul web, taglia il traguardo e crolla a terra: ha i piedi marci, letteralmente. Gli devono tagliare via i calzini con un bisturi. È quasi sera quando arriva invece, tra mille applausi, Roberto Zanco: è l’ultimo del Tor des Géants. Poco più di 150 ore in giro per le montagne, un tempo immenso per un titolo da gigante..

 

Tecnologia in vetta. È un’azienda di Varese, leader nazionale nella fornitura di reti wireless ultrabroadband, il partner tecnologico del Tor da 5 anni. Per Eolo rinnovare questa sponsorship significa rafforzare l’impegno negli sport endurance, basati su fatica e spirito di sacrificio, con l’obiettivo di garantire una connessione ultraveloce persino nelle aree più remote (come le montagne della Val d’Aosta). Così sono nate anche le collaborazioni con il Giro d’Italia e il Gran Trail Courmayeur. Luca Spada, fondatore e Ceo di Eolo, dice: «Per noi è fondamentale essere al fianco di chi guarda con ottimismo alle sfide: nella vita privata, nello sport, nel lavoro».