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Alessandra Chillemi: una b-girl da serie A

Foto Alex Majoli per D  
È la n. 1 della nostra breakdance. Doppia eccezione: perché è una ragazza. E perché ora la strada dove ha imparato a ballare può portarla alle prossime Olimpiadi  Foto Alex Majoli per D 
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Allenarsi come atleti, ballare come artisti. Sarà anche solo un mantra, il loro slogan, ma sintetizza alla perfezione che significhi essere un b-boy, una b-girl: atleti-artisti della breakdance. Ne ha fatta di strada dalle strade del Bronx, dove è nata negli anni '70: alle origini era un ballo da improvvisare nei block party, poi è diventata il credo di collettivi hip hop (il più celebre era il Rock Steady Crew), più avanti motore negli scaldamuscoli di Alex in Flashdance e nei mocassini di Michael Jackson, infine protagonista di vecchi telefilm e nuove serie per lo streaming, dove non importa più il nome famoso di chi la balla, perché è la breakdance la vera star.

Gli sportivi della B si meritavano, quindi, di andare in serie A. Ma se alla disciplina serviva la benedizione ufficiale delle Olimpiadi (la breakdance debutterà ai Giochi di Parigi 2024), all'Italia servirà una rappresentante come Alessandra Chillemi per tenere alto il nome degli azzurri. A 21 anni la b-girl numero uno  nazionale (protagonista del servizio di queste pagine) ha già i numeri, la determinazione e le spalle sufficientemente forti per far sembrare l'impresa un esercizio naturale. E le sue sono spalle che non ti aspetti, quando si alza dalla poltroncina dove, sotto le mani di makeup e hairstylisti, sparisce sotto l'enorme mantellina. Invece ha il fisico da nuotatrice e un sorriso fluido, come ogni  suo movimento, che sia quello di compiere un windmill headspin, la mossa  che la distingue come b-girl (il "mulino a vento" a terra), o assecondare giudiziosa le richieste del fotografo, come una modella professionista. La calma è la virtù della forte "Alessandrina", come la chiamano nell'ambiente, in cui è entrata a 6 anni.

Non sembra intimorita: né dalle luci dei riflettori o dalla moquette su cui "mulinellare", né dalle prospettive olimpioniche. Forse perché, alla sua età, tre anni di attesa sembrano eterni. Ma poi "con o senza Parigi, per me non cambierebbe nulla", dice mentre i capelli riccissimi le vengono strizzati in treccine. Perché lei alla breakdance non rinuncia, "è come una malattia. Però cerco di costruirmi un percorso parallelo".

Un piano B. "Mi sono laureata a luglio in Economia e ho appena cominciato la magistrale. Qui non è come all'estero". Dove i breaker sono richiesti e lavorano nello show-biz. "In Italia mancano anche gli sponsor".  Tra la Bocconi e l'hip hop, la strada è un po' lunga e tortuosa, ma Alessandra è riuscita a trovare una via di mezzo nella sua battle (come si chiamano le sfide in tre "round" tra due B-dancer): da una parte gli studi, l'università e l'affitto dell'appartamento che condivide con tre ragazze di Padova ("gli spritz in effetti non mancano mai"), dall'altra gli appuntamenti quotidiani con il suo personal trainer ("si chiama Fabio, anche lui un b-boy, ma mi segue con esercizi differenziati, ora per esempio tanto pilates"). La prima tappa verso le Olimpiadi 2024? "Il Mondiale WDSF, sempre a Parigi, il 4 dicembre".

Foto Alex Majoli per D  

Praticare la breakdance è però molto altro. Significa sì allenare il corpo ad acrobazie anti-gravità, arrivare all'esecuzione perfetta delle mosse, move, per poi aggiungere qualcosa di tuo, particolare che ti identificherà ("il mio? Forse quando mi tocco la caviglia nello spin"), magari anche plasmare la propria vita sui quattro fondamenti della breakdance: il Toprock (ci si deve sempre presentare al prossimo), il Footwork (e mostrare chi sei, ma con i piedi per terra), poi le Powermoves (quando arriva il momento di stupire con effetti speciali) e le Freeze (congelati: magari riescono a prenderti). "In effetti può essere una strategia per le relazioni!", ride Alessandra, attualmente senza ragazzo. 

Di sicuro per lei come per ogni altro breaker significa anche fare parte di un gruppo, la crew:. "Diventa una seconda famiglia", dice. La sua si chiama Marittima Funk e "ci sono entrata che ero davvero piccola, oltre a essere l'unica femmina". È a Messina, come la sua famiglia numero uno. "Mio papà lavora in Marina e io e mia sorella siamo cresciute nelle residenze della base militare, un ambiente protetto, potevo andarmene in giro da sola. È stato andandomene a zonzo che un giorno ho visto i figli di vicini che facevano breakdance in giardino". Meglio di un cartone animato. "Cominciai a spiarli da dietro una siepe. Mi sono innamorata di quei movimenti, di quella musica... Sono andata da mia madre e le ho detto: basta con la danza classica, voglio ballare come quei ragazzini".

Senza scuole né compagne con cui iscriversi ai corsi, Alessandrina ha imparato la breakdance da autodidatta. O meglio, da maestri autodidatti, ragazzi più grandi che si davano appuntamento con la crew. A Milano un tempo c'era il Muretto in San Babila ("ora non più, io con i miei mi trovo a Moscova"), a Messina invece era ed è il Piazzale della Stazione Marittima, dove il suo gruppo ricrea il tipico modello della cultura hip-hop, una piccola società di caste alla pari. "C'è la breaking, il B-jaying per la musica, il writing e il rap". Niente skateboarding, così "street-style"?, le chiediamo. "No, lo skate non c'entra. Non so perché". Ma sì che lo sa: ai b-boy e alle b-girl non serve altro che se stessi.

Chissà se i ragazzi della crew avrebbero immaginato che quella bambina e mascotte, caso unico, sarebbe diventata la numero uno. Anche 15 anni fa le b-girl in Italia erano pochissime. "Ricordo le prime gare, le femmine si contavano sulla punta delle dita". E ora? "Ai contest siamo già una quarantina. Ma molte non partecipano". Eppure per far crescere un sogno ci vuole qualche modello che lo incarni o possa alimentarlo. "Non avendo riferimenti femminili, per me il top è sempre stato l'olandese Menno (Van Gorp, campione del mondo, ndr)". Altri miti? "Il funk di James Brown, il breakbeat dei Mexican". La musica ha un ruolo fondamentale: "Se il B-j ti mette quella sbagliata, è certo che la gara non riuscirà bene". Ma è probabile che alle Olimpiadi troveranno qualcuno che, alla console, se la cava.

Foto Alex Majoli per D