Orbital, e Foscarini cambiò traiettoria
di Pierluigi Masini
Milano, una sera di fine maggio di trent’anni fa. Nello studio di Michele De Lucchi è rimasto solo un giovane architetto, Ferruccio Laviani. Ha 32 anni ed è già conosciuto: l’anno prima ha firmato lo stand di Kartell e ora è appena tornato da Parigi, dove ha seguito l’allestimento della grande mostra sul design italiano al Mad, il Musée des Arts Décoratifs.
Laviani è a un bivio, ha deciso di lasciare lo studio per mettersi in proprio. E mentre pensa al suo futuro, disegna seduto al tavolo da lavoro su un foglio di carta lucida, come si faceva allora. Traccia linee morbide, elementi geometrici e organici, prima a matita e poi a china. Ha in testa una lampada da terra in metallo e vetro, con forme e colori nuovi. Deve essere una scultura luminosa, deve essere diversa da tutto.
di Pierluigi Masini
Milano, una sera di fine maggio di trent’anni fa. Nello studio di Michele De Lucchi è rimasto solo un giovane architetto, Ferruccio Laviani. Ha 32 anni ed è già conosciuto: l’anno prima ha firmato lo stand di Kartell e ora è appena tornato da Parigi, dove ha seguito l’allestimento della grande mostra sul design italiano al Mad, il Musée des Arts Décoratifs.
Laviani è a un bivio, ha deciso di lasciare lo studio per mettersi in proprio. E mentre pensa al suo futuro, disegna seduto al tavolo da lavoro su un foglio di carta lucida, come si faceva allora. Traccia linee morbide, elementi geometrici e organici, prima a matita e poi a china. Ha in testa una lampada da terra in metallo e vetro, con forme e colori nuovi. Deve essere una scultura luminosa, deve essere diversa da tutto.
Orbital è restata nel catalogo di Foscarini per tutti questi anni, continua a vendere e ad avere quel carattere di novità che colpisce anche chi allora non era nato.
Come nella migliore tradizione del nostro design, il successo viene se un progetto innovativo trova un imprenditore che lo sposi. «Per noi quella lampada è uno statement, una dichiarazione d’intenti: era talmente forte la sua immagine che ha rappresentato una spallata verso quella che sarebbe poi diventata la nostra cifra di riconoscimento», spiega Carlo Urbinati, patron di Foscarini.