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Incanto effimero, i palazzi del Salone

Il Museo Bagatti Valsecchi - Palazzo delle Meraviglie allestito l'anno scorso da Hommés Studio con Chromatik House 
Anche quest'anno gli edifici storici si popolano di allestimenti sorprendenti. Che qualche volta coinvolgono le facciate, come nel caso del Circolo Filologico. Una meraviglia. Perché non farla durare di più?
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Facciate rococò, interni barocchi, affreschi come specchi della magnificenza di un’epoca. Anche quest’anno il Fuorisalone svela l’incanto dei palazzi storici di Milano, usati per ospitare il design. E anche stavolta, a rassegna conclusa, finiremo col domandarci per quale ragione questo corto circuito potente sia fatto per durare un lampo. Nella settimana che riempie la città di allestimenti effimeri, il paradosso più forte resta quello della bellezza mordi e fuggi, lo storico che si lega al contemporaneo per una settimana e poi via, tutto come prima, la tela ritorna bianca in attesa di un nuovo giro di giostra. È difficile pensare alla Settimana del design senza i vari Palazzo Litta, Turati, Serbelloni, Chierici, Bagatti Valsecchi… Una lista che si allunga ogni anno di nuove perle. E, di rado, lascia qualcosa destinato a durare, come il bar del Circolo Filologico riallestito l’anno scorso da Maria Laura Rossiello per Design Variations come eredità duratura oltre la design week.

Breath, la facciata di Zaven per il Circolo Filologico 
Proprio dalla facciata del Filologico, affidata l’anno scorso a Olimpia Zagnoli, riparte idealmente il tour degli edifici storici interpretati dal design. Quest’anno, Design Variations ha scelto il duo Zaven, che con due pannelli imponenti di sei metri per sei, ricoperti di una speciale membrana di silicone, definisce uno stacco marcato con la storia dell’edificio come a creare un varco tra due mondi. Con un sistema di pompe di aspirazione nascoste, il mantra Object Speaks. Poems Act appare e scompare a intervalli costanti, come un respiro: «Abbiamo voluto riconoscere il potere della parola e del design con un’installazione che si ripete come il semplice atto del respirare», raccontano Enrica Cavarzan e Marco Zavagno dello studio veneziano. «Il mantra è un invito a fermarsi, a prendersi tempo e pensare. Apre a una riflessione sulla capacità degli oggetti di essere portatori di significato. Gli oggetti sono storie parlate e idee che vogliamo condividere, e le poesie sono immagini che possono dare forma a un futuro che non c’è ancora».
Casa Manzoni, allestita da La Manufacture e Studio Blanco 
Tra il Filologico e la casa di Alessando Manzoni ci sono seicento metri, arrivati a destinazione si riscopre la casa dello scrittore popolata da La Manufacture, il marchio di Robert Acouri che l’anno scorso aveva sorpreso tutti riempiendo, insieme a Luca Nichetto, di creazioni tutte arancioni la casa museo Poldi Pezzoli. Quest’anno, Acouri rilancia con la collezione di inediti firmata Sebastian Herkner, accanto agli altri nomi di un catalogo giovane e già ricco. È toccato a Studio Blanco interpretare gli interni dove Manzoni visse per lungo tempo. «Della casa ci è piaciuta l’intimità, la pianta che abbraccia il cortile, l’atmosfera che permea i vari ambienti e il calore del luogo», racconta Valerio Tamagnini, creative director di Studio Blanco, che ha lavorato con la set designer Greta Cevenini. «Poi però abbiamo voluto enfatizzare questa scatola e la storia del Manzoni: caricare ancora più la componente del romanticismo attraverso installazioni floreali, far ascoltare alcuni passi dei suoi capolavori con interventi sonori dedicati, avere cibi ispirati ad alcuni passi dei Promessi Sposi. Insomma, portare il mondo di Manzoni al 2023, confrontandolo con quello che potrebbe essere il suo arredo oggi». Tamagnini riflette sul senso di mettere in dialogo antico e contemporaneo: «Penso sia un momento in cui entrambe le parti hanno un ruolo importante. Il design ha sempre bisogno di un contesto per vivere e la storia di essere sfidata con accostamenti inusuali per risultare contemporanea e rilevante. Non è una gara, semmai uno scambio, in cui le frizioni fanno parte del processo e sono benvenute per creare una dinamica. Pensiamo anche alle evoluzioni nel mondo della gallerie d’arte, da asettici white cube in cui le opere si stagliavano semplicemente nel contesto minimalista, a luoghi che hanno un passato importante, interni caratterizzati con cui il pezzo d’arte deve interagire. La sede di Massimo De Carlo nella villa di Portaluppi qui a Milano è un esempio perfetto».