Datemi un segno e parlerò al mondo
di Nino BrisindiWhen language fails, symbols work, i simboli funzionano dove il linguaggio fallisce. Così iniziava l’articolo del New York Times del 26 gennaio 1972 che annunciava la pubblicazione di Symbol Sourcebook – An Authoritative Guide to International Graphic Symbols. Il libro, opera di decenni di lavoro del designer statunitense Henry Dreyfuss, è ancora oggi considerato il dizionario universale dei simboli grafici, quei pittogrammi che ci permettono ogni giorno di fare cose che diamo per scontate, come usare una fotocamera progettata in Giappone, scegliere la giusta direzione mentre prendiamo la metro a New York, capire dov’è il bagno mentre siamo sul volo per Singapore.
Henry Dreyfuss, che nel corso della sua carriera aveva progettato telefoni, fotocamere polaroid, locomotive, dedicò gran parte del suo lavoro allo studio e alla percezione di simboli universali. Lui stesso raccontava di quando, dovendo gestire una spedizione internazionale di giocattoli, decise di disegnare tre simboli sulla scatola: due frecce verso l’alto (“this side up”) che indicavano come appoggiare il pacco; un calice (“fragile”) che indicava la delicatezza del contenuto; un ombrello aperto (“keep dry”) per assicurarsi che la merce non fosse esposta all’umidità. “Considerando che la spedizione partiva da Mosca, passava per Costantinopoli, il Pireo, Genova e Lisbona per raggiungere gli Stati Uniti e che gli operatori portuali non parlavano lingue diverse dalla loro, i miei simboli hanno parlato sei lingue” disse in seguito commentando il successo dell’operazione.
La mostra non si ferma però al Symbol sourcebook. Una sezione è dedicata ai pittogrammi che sono stati pensati o si sono evoluti per adeguarsi a nuove sensibilità culturali e necessità comunicative. Un esempio su tutti, il simbolo internazionale di accesso. «Nato nel 1968 dalla matita della studentessa danese Susanne Koefoed», racconta ancora Emily Orr, «raffigurava una persona seduta passivamente su una sedia a rotelle. In breve tempo il simbolo venne riconosciuto in decine di paesi e fu incluso nel libro di Dreyfuss. Nel 2010 gli attivisti Sara Hendren e Brian Glenney, con una operazione di guerrilla art modificarono i segnali di accessibilità sparsi per le strade di Boston, sostituendo la vecchia icona con un pittogramma più dinamico. Oggi il simbolo dell’omino che spinge la sua sedia a rotelle in autonomia è quello ufficiale, grazie anche al lavoro di rifinitura grafica del designer Tim Ferguson-Sauder ».
Diversa la storia di altri simboli, nati per trasmettere specifici messaggi politici o sociali e poi riadattati a cause diverse se non addirittura opposte. È il caso dell’icona del pugno chiuso: «Pubblicato dal sindacato americano Industrial workers of the world nel 1917, “La mano che dominerà il mondo” dimostra come l’arte abbia fatto del pugno chiuso un simbolo di propaganda politica già agli albori del ventesimo secolo. Nei decenni a cavallo della pubblicazione del Symbol sourcebook, il pugno chiuso è diventato l’icona di movimenti per i diritti sociali come il Black power o il Black lives matter, ma anche di organizzazioni violente che incitavano all’odio razziale e alla supremazia dei bianchi. Oggi è un potente simbolo visivo che accende proteste studentesche, campagne contro la guerra, lotte di indipendenza e altro ancora».
Il mondo dei simboli è dunque in continua trasformazione, forse oggi come mai prima. Ma è sempre più dalle persone, dalla vita comune, dalle istanze sociali che una nuova icona prende vita. Basti pensare alle emoji. Anche se l’approvazione di ogni singola icona passa per il consorzio Unicode, chiunque può proporre un simbolo nuovo. Lo ha fatto Rayouf Alhumedhi, la ragazza saudita che vive a Vienna e che a quindici anni ha inventato l’emoji della donna con l’hijab, la sciarpa delle donne islamiche.