Un patrimonio di tutti rischia di non avere più una casa. Sfrattati dalla sede storica gli eredi di Achille Castiglioni cercano nuovi spazi. Fine o nuovo inizio?
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Sembra di entrare in uno di quei classici appartamenti milanesi del centro. E, in fondo, è così. Soffitti bianchi alti e seri, il parquet invecchiato che scricchiola per terra, le grandi finestre che si affacciano sul brusio continuo che gira intorno al Castello Sforzesco. Che è lì davanti, filtrato da un accenno di parco. Una “location” prestigiosa, direbbero alcuni, che dal 1962 è stata il luogo di ispirazione e lavoro dei fratelli Castiglioni, Achille e Pier Giacomo (fino al 1968). Un pezzo della storia del design, direbbero altri, che da quando, il 14 dicembre del 2011, è diventato sede della Fondazione Castiglioni, gestita dai fratelli Carlo e Giovanna, ha visto il passaggio di 80mila persone, uomini e donne di tutto il mondo che venivano qui a capire dove, e come, avveniva quella “cosa” detta “alla Castiglioni”.
I luoghi sono dopo tutto i…!-->!-->
Sembra di entrare in uno di quei classici appartamenti milanesi del centro. E, in fondo, è così. Soffitti bianchi alti e seri, il parquet invecchiato che scricchiola per terra, le grandi finestre che si affacciano sul brusio continuo che gira intorno al Castello Sforzesco. Che è lì davanti, filtrato da un accenno di parco. Una “location” prestigiosa, direbbero alcuni, che dal 1962 è stata il luogo di ispirazione e lavoro dei fratelli Castiglioni, Achille e Pier Giacomo (fino al 1968). Un pezzo della storia del design, direbbero altri, che da quando, il 14 dicembre del 2011, è diventato sede della Fondazione Castiglioni, gestita dai fratelli Carlo e Giovanna, ha visto il passaggio di 80mila persone, uomini e donne di tutto il mondo che venivano qui a capire dove, e come, avveniva quella “cosa” detta “alla Castiglioni”.
I luoghi sono dopo tutto intrisi della storia di chi li ha vissuti, e qui, tra prototipi, vecchi tecnigrafi e oggetti anonimi, lo spirito di Castiglioni si respira. Ecco perché, alla notizia dello sfratto, a dicembre 2022, deciso dal proprietario (gli eredi Castiglioni pagano un affitto annuo di 80mila euro), il mondo del design ha cominciato a borbottare. «Il dato di fatto è che a gennaio 2024 dovremo essere fuori di qui», dice Giovanna Castiglioni. «E la soluzione va trovata insieme. Insieme alla città intendo, perché questo è un luogo della memoria che appartiene anche alla comunità.
Le istituzioni si sono attivate subito, dal Comune, con Annibale d’Elia e l’assessora Alessia Cappello, alla Regione Lombardia, con la soprintendenza archivistica di Annalisa Rossi, e quella di archeologia e belle arti di Emanuela Carpani. Le strade sono due, o sottoporre a vincolo questi 180 metri quadrati, come vorrebbe Vittorio Sgarbi, oppure cercare un altro spazio, perché in fondo, cambiare non è un dramma. Fu a causa dell’impossibilità di restare nello studio di Porta Nuova che condivideva con Livio e Caccia Dominioni che mio padre si spostò in piazza Castello, e penso che lo farebbe ancora se capisse di non essere più benvenuto. Essere propositivo, sperimentatore, proattivo, fa parte dello spirito Castiglioni».
Certo, ci vorrebbe uno spazio adeguato. Uno spazio dove i tantissimi visitatori potessero ancora facilmente raggiungere la Fondazione Castiglioni; uno spazio dove portare gli arredi originali, gli oggetti raccolti negli anni per fare lezione, quelli che avevano “un’intelligente componente di innovazione”, i prototipi lasciati in cantina, i documenti, gli schizzi, e i disegni accatastati in magazzino. Un patrimonio culturale unico. «Un patrimonio che un giorno resterà alla città di Milano e che va tenuto vivo», continua Castiglioni. «Non è una questione che riguarda solo noi. La Milano capitale del design è disseminata di archivi che custodiscono tesori inestimabili. Basti pensare agli archivi della Fondazione Albini Helg, diretta da Paola Albini e anch’essa in affitto; a quello di Gae Aulenti curato dalla nipote Nina Artioli; gli eredi di Enzo Mari lo hanno affidato a Francesca Giacomelli, per Mendini ci sono le figlie… altri come Michele De Lucchi e Mario Bellini, si chiedono che cosa ne sarà del loro lascito culturale.