Gleen Adamson e Gaetano Pesce all'exhibition Working Gallery ospitata nel 2019 da Salon 94 a New York
In un libro singolare e sorprendente, il grande autore si racconta a Glenn Adamson. Che commenta: “È un’impresa da pazzi cercare di mettere lui e le sue contraddizioni fra due copertine”
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Far affiorare la vita dietro, dentro e oltre le opere. Mettere in luce il rapporto fra le passioni e le ferite dell’esistenza da un lato e gli esiti inattesi dell’attività creativa dall’altro. Mescolare eros e logos, metis e pathos: è questo approccio originale a rendere prezioso e irrinunciabile il bel volume Gaetano Pesce. The Complete Inchoerence (in inglese, Monacelli Press), che Glenn Adamson ha dedicato alla vita e alle opere del grande maestro. Non un libro come tanti. Non una diligente rassegna cronologica dei progetti e degli oggetti realizzati.
La copertina del libro in edizione inglese Gaetano Pesce. The Complete Inchoerence di Gleen Adamson, edito da Monacelli Press
Ma neppure un paratesto che si fa a sua volta artefatto, come certi cataloghi che Pesce ha progettato di persona, magari disegnando un libro che in omaggio al suo cognome assume forme ittiche, o il profilo del suo volto ricoperto da setole animali. The Complete Inchoerence ha un approccio diverso. Lo sintetizza bene l’autore proprio in apertura di volume: «È un’impresa da pazzi cercare di mettere Gaetano Pesce tra due copertine. Negli ultimi cinquant’anni e più, ha condotto una carriera piena di contraddizioni, cambiando idea a suo piacimento, fino alla completa incoerenza». Ma è a partire da qui, da questa constatazione biografica prima ancora che progettuale, che Glenn Adamson prova ad attraversare e rileggere la vulcanica prolificità di Gaetano Pesce, ravvisando nel radicalismo – di volta in volta provocatorio, estetico o politico – la colla che riesce a tenere insieme le più svariate esperienze creative di cui Pesce è stato protagonista. «Ogni aspetto del suo lavoro – scrive ancora Adamson – ha trovato il suo opposto. Pesce è un ricercatore rigoroso che odia la ripetizione. È giocoso fino all’irresponsabilità, eppure politico fino al midollo. Ama rendere felici le persone e anche inimicarsele. Parla del design come di un rapporto intimo e come di una bomba nel cervello».
Gaetano Pesce al lavoro nel suo studio e laboratorio a Navy Yard a Brooklyn, nel 2021. Navy Yard è il frutto di un'operazione di recupero per ospitare piccole imprese Pesce si racconta. Si mette a nudo. In sette incontri avvenuti a New York, tra la fine del 2018 e la fine del 2019, consegna ad Adamson frammenti preziosi della sua esperienza di vita. E Adamson li mette insieme, dà loro una forma compiuta, e ne ricava il libro. All’inizio, Pesce ricorda e riassume i “nove principi” della sua creatività: l’accettazione dell’aleatorio e del casuale nella progettazione (affermazione dirompente se applicata a un’industria orientata alla serialità come quella del design), la personalizzazione della serie (e quindi la predilezione per la diversità rispetto allo standard, con l’accettazione del malfatto e del difetto nel processo creativo), l’uso sperimentale di materiali contemporanei invece che quelli della tradizione, la predilezione per la figurazione come strategia comunicativa, la consapevolezza della natura femminile del progetto, la volontà di fare dell’architettura e del design anche delle espressioni politiche, il tentativo di realizzare progetti sinestetici capaci di parlare a tutti i sensi, il gusto della multidisciplinarità e dell’ibridazione dei linguaggi e infine il principio più radicale di tutti: la volontà di parlare un linguaggio irriconoscibile, tanto da sfuggire perfino alla propria identità.
La Rubber di Bahia, del 1998, costruita realizzando materiali locali La Pluralist Tower di San Paolo in uno schizzo, realizzata nel 1987
Come osserva Adamson, Pesce «sembra prosperare nell’impossibile intersezione tra l’estrema individualità da un lato, e la dissipazione dell’autorialità nella liquidità del tempo, dall’altro. Per essere veramente se stesso, in altre parole, deve continuamente diventare altro». Rivisti tutti insieme, questi principi disegnano una sorta di mappa «per accedere alle terre selvagge della sua immaginazione». Ma sono idee e intuizioni che già si conoscevano. È dal capitolo 2 che il libro comincia a vibrare. Quando Pesce si racconta, quando ricorda e confessa, le pagine si accendono e il lettore si trova coinvolto come in un vortice nella narrazione di una vita che si fa arte e pensiero e ferita e riparazione.
Un'immagine promozionale del 1970 per la lampada Moloch
Dall’educazione in una scuola conventuale tutta femminile, dopo che era stato espulso da tutte le altre scuole per indisciplina, alla prematura perdita di Milena, compagna giovanile portata via da un’emorragia cerebrale quando non aveva ancora trent’anni (da cui il sangue che dilaga in creazioni come la performance intitolata Pièce per una Fucilazione, o nel posacenere La Mano di Dio) via via fino alla fuga dall’Italia, al ’68 a Parigi, al rapporto con Francesca Lucco che gli dà due figli, in un crescendo dal sapore più che romanzesco, la biografia diventa un’ulteriore chiave d’accesso per capire le opere di uno dei grandi artisti del nostro tempo: il più incoerente di tutti, ma proprio per questo, forse, anche colui che alla fine ha capito il nostro tempo più di chiunque altro, e ha saputo dargli forma e voce come nessun altro.
L'installazione del 2018 con sedici Pratt chair in resina eseguite da Gaetano Pesce fra il 1984 e il 2018 La reception dell'agenzia pubblicitaria Chiat/Day a New York, del 1991