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Il mondo in crisi perenne? Ripensiamolo al museo

Beatrice Leanza, milanese, classe 1978, da quest’anno dirige il Mudac, il museo di design e arti applicate di Losanna. Foto Diana Tinoco 
La nuova direttrice del Mudac di Losanna lo propone come strumento per rispondere all'incertezza permanente di oggi. E intanto programma mostre sugli apocalittici preppers e sull'intelligenza artificiale
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È un orgoglio italiano all’estero, una delle voci più interessanti del panorama curatoriale e critico a livello internazionale: Beatrice Leanza, milanese, classe 1978, da quest’anno direttrice del Mudac, il museo di design contemporaneo e arti applicate di Losanna. Una carriera cosmopolita: diciassette anni a Pechino, dove ha lavorato con l’artista e dissidente politico Ai Weiwei, e dove ha diretto la settimana del design pechinese, e un triennio - dal 2019 al 2022 - alla guida del museo Maat di Lisbona. Per Beatrice Leanza il museo è uno spazio libero di ricerca e confronto, perché, come afferma, «per progettare un futuro collettivo bisogna avere la libertà di poterlo immaginare».

Qual è il contributo, e la visione, che porta a Losanna?
«Per me il Mudac è un luogo di cultura volto al futuro. Chi, come me, ha il privilegio di dirigere un museo, ha il compito di ripensare il ruolo e le responsabilità delle istituzioni di cultura oggi. Viviamo in un momento storico di costante crisi, dove, a mio avviso, si sono assottigliati gli spazi di confronto libero, di riflessione aperta, ma soprattutto di immaginazione e creazione del domani. In questo scenario di perenne incertezza, i musei, soprattutto per i giovani, diventano dei luoghi di aggregazione in cui progettare il mondo, insieme, attraverso visioni plurali e differenti. Tra i miei obiettivi, c’è anche quello di ripensare che cosa si possa fare in un’istituzione culturale, con programmazioni che non si esauriscano nelle mostre, ma che supportino la ricerca, che diventino incubatori di idee praticabili».

Il nuovo Plateforme 10 di Losanna: ospita Mudac (design e arti applicate), Mcba (belle arti) e Photo Elysée (fotografia). Foto Matthieu Gafsou 
A Dropcity, durante il Fuorisalone di Milano, ha presentato due installazioni che anticipano la programmazione futura del Mudac.
«Sono due tra le tante prossime attività: la prima, Prepper’s pantry: objects that save lives di Anniina Koivu è una prima visione di una grande mostra che aprirà a Losanna nell’autunno 2024, racconta il prepperism, il movimento nato nel primo Novecento di chi si prepara in vista di un’imminente catastrofe. Sarà una vasta ricerca che ripercorre la storia dei preppers, e che solleva domande, indagando e problematizzando l’idea di sopravvivenza, la dipendenza umana dai beni materiali e il senso di preservazione della vita. Il secondo tema è quello dell’intelligenza artificiale applicata al museo: con un programma di residenze annuali, che parte da adesso, inviteremo designer ed esperti in diversi campi a esplorare e prototipare formule di collaborazione tra intelligenza artificiale e istituzionale, con il Mudac che diverrà un caso studio. Provocatoriamente, durante la design week milanese dello scorso aprile, con il collettivo oio di Simone Rebaudengo e Matteo Loglio, che saranno i protagonisti della prima residenza, abbiamo proposto The last pencil, cinquecento matite senza grafite, quindi inutilizzabili, che tramite un codice univoco rimandavano a una piattaforma in cui era l’intelligenza artificiale a progettare. Vogliamo valicare l’idea, un po’ assolutistica, di un’intelligenza altra che ci sostituirà, per capire invece come diventare co-creatori con questa nuova realtà».

Prepper’s pantry: objects that save lives di Anniina Koivu racconta i preppers, chi si prepara per un’imminente catastrofe. Foto Melania Della Grave 
Che ruolo ha oggi il design, e in che direzione sta andando?
«Per me il design è scienza e poetica delle relazioni. Il design è ovunque, ha a che fare con qualsiasi aspetto della vita, da come pensiamo al modo in cui ci relazioniamo. Viviamo in una realtà ibrida, prendiamo decisioni con gli algoritmi, interagiamo con macchine, il design esiste e opera in una pluralità di dimensioni, dalla scienza molecolare al giardinaggio. Il design si sta espandendo in aree geografiche che non sono più occidentalo-centriche: nella primavera 2024 lanceremo un grande progetto-manifesto per mappare dove avviene il design oggi e per dare voce ai creativi che non vengono rappresentati nel dibattito contemporaneo».
The last pencil, la provocazione del collettivo oio: matite senza grafite, a progettare ci pensa l’intelligenza artificiale. Foto Khashayar Javanmardi