Fino al 26 novembre in mostra all’Isola di San Giorgio a Venezia i capolavori dei maestri che nel Dopoguerra svilupparono un’arte sperimentale nella Cecoslovacchia dove era salito al potere il Partito comunista
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Prendi un maestro d’arte, costringilo dentro a un limite e otterrai in cambio un capolavoro. È una meravigliosa storia di ostacoli che diventano opportunità creative, quella del vetro boemo del Secondo dopoguerra. Eredi di una tradizione secolare cresciuta nella sfida continua per l’eccellenza ingaggiata con i colleghi di tutta Europa, gli artigiani boemi nel 1948, con l’arrivo al potere in Cecoslovacchia del Partito comunista, si ritrovano a misurarsi con l’estetica socialista e, quindi, a orientarsi in una direzione diversa da quella che avevano percorso fino ad allora.
Dettaglio dell'opera Banchetto di Roubickova
Poteva essere la fine di un retaggio, fu invece l’inizio di una stagione ricchissima di sperimentazione e creatività, che dal 14 maggio Le stanze del vetro porta in mostra fino al 26 novembre all’Isola di San Giorgio a Venezia, con il titolo Vetro boemo: i grandi maestri. Il progetto culturale della Fondazione Giorgio Cini e di Pentagram Stiftung pesca negli archivi e nelle storie degli artisti che usarono il vetro fuori dai canoni indotti del loro tempo, scegliendolo come materia d’elezione per vere e proprie sculture e opere sperimentali che univano l’amore per la tradizione alle pulsioni più innovative.
Le stesse che il socialismo non poté ignorare, finendo per presentare in eventi internazionali come Expo, Biennali e Triennali, quei capolavori usciti dalle fornaci e lavorati in maniera sopraffina dalle maestranze del territorio. C’è, in mostra, l’incredibile ricchezza cromatica del vetro soffiato di Miluše Roubíková e di René Roubíek, coppia nella vita ma non nel lavoro.
L'opera Desiderio di Kopecky
Ci sono le opere, sofisticatissime, in cristallo ottico, di grande impatto per purezza e minimalismo, di Václav Cigler, noto per le sue installazioni e architetture visionarie realizzate alla fine degli anni Sessanta. C’è, ancora, il vetro industriale usato da Vladimír Kopecký come una tela per la sua pittura informale di grande ampiezza cromatica. E ci sono i pionieri della lavorazione cosiddetta a casting, Stanislav Libenský e Jaroslava Brychtová, che a partire dagli anni Quaranta si dedicano sia a ricerche e sperimentazioni sulla fusione a stampo aperto, sia all’insegnamento all’Accademia di Arti Applicate di Praga.
L'opera Funghi di Roubickova
La lavorazione a casting diventerà più avanti il simbolo del vetro moderno cecoslovacco: i due artisti, coppia nella vita, ne indagano ogni possibilità tecnica, arrivando a creare opere maestose nelle dimensioni, oltre che straordinarie nella purezza dei colori e delle trasparenze.In filigrana, dietro le opere, si avvertono il tormento e la forza d’animo di una generazione di talenti che, in pieno regime, tiene il punto della propria arte anche quando, come nel caso di Roubíková, ci si cimenta con bouquet di fiori, vassoi di pasticcini, gomitoli di lane colorate e vasetti di marmellata, tutti realizzati in vetro, che per la società dell’epoca erano l’espressione piena della femminilità.