Le loro architetture sono sparse in tutto il mondo. A Londra, dove nel 2000 hanno firmato il progetto per la Tate Modern, riconvertendo la vecchia stazione elettrica di Bankside In apertura, foto di Iwan Baan). A Madrid, con la CaixaForum. A Monaco di Baviera, con l’Allianz Arena, sollevata quattro metri da terra e rivestita da un involucro carico di possibili declinazioni cromatiche e simboliche.
Herzog & de Meuron. Elbphilharmonie Hamburg, 2001-16. Model. © Herzog & de Meuron
E a Pechino, dove in occasione delle Olimpiadi del 2008 hanno stupito con il Bird’s Nest stadium su un disegno dell’artista cinese Ai Weiwei: un’architettura che presenta la forma circolare e schiacciata di un nido, con una struttura che ricorda gli intrecci operati dagli uccelli. Uno stadio che, pur nell’ostentazione tecnologica, tenta il recupero di una relazione ancestrale tra uomo e natura, secondo una visione che spesso pone l’architettura al confine tra le forme artificiali e l’universo delle manifestazioni naturali.
Herzog & de Meuron. M+, Hong Kong, 2012-21. Photo © Kevin Mak
Un po’ come accade con la biblioteca di Cottbus, presso Berlino, che è stata denominata dagli stessi progettisti “l’ameba”: all’esterno si offre come un edificio privo di angoli e spigoli, ricco di curve e movimento, che, proprio come un’ameba, sembra cambiare la propria forma in relazione alle diverse angolazioni di osservazione, al clima e ai colori che via via il cielo assume. La creatività di Jacques Herzog e Pierre de Meuron, frutto di un intenso e riuscito lavoro di coppia, si declina in una molteplicità di stili, che li rende liberi di adattare di volta in volta i progetti alle diverse situazioni spaziali e territoriali.
Herzog & de Meuron. Extension of the Stadtcasino Basel, 2012-20. Photo © Ruedi Walti
Nel progetto per la VitraHaus di Weil am Rhein, per esempio, partendo da una forma basica – la casa con tetto a spiovente, quella che ogni bambino impara presto a disegnare – i due progettisti generano una struttura complessa e quasi scultorea, con molte case basiche, tutte con pareti blu scuro, appoggiate una sull’altra e incastrate l’una nell’altra, in una composizione che coniuga essenzialità della forma e sorprese spaziali che il visitatore scopre all’interno.
Herzog & de Meuron. Elbphilharmonie Hamburg, 2001-16. Model. © Herzog & de Meuron
È il paradosso della semplicità caro ai due architetti svizzeri che hanno reinventato l’architettura contemporanea. A loro e alla loro collaborazione ormai più che quarantennale (il loro studio è stato fondato a Basilea nel 1978 e oggi conta più di 600 collaboratori in tutto il mondo) è dedicata la mostra ospitata dal 14 luglio al 15 ottobre alla Royal Academy of Arts di Londra e curata da Vicky Richardson e Drue Heinz in stretta collaborazione con i due architetti (nati entrambi nel 1950).
Herzog & de Meuron. Royal College of Art, London, 2016-21. Photo © Iwan Baan
L’esposizione si articola in tre grandi sale: nella prima, alti scaffali in legno mostreranno circa 400 oggetti, tra modelli, materiali, stampe, fotografie e filmati, che raccontano i tanti progetti realizzati da Herzog e de Meuron. Progetti che, attraverso la realtà aumentata e animazioni 3D, i visitatori potranno scoprire anche digitalmente.
Herzog & de Meuron. New North Zealand Hospital, Hillerød, 2013 - planned completion 2024. Drawing. © Herzog & de Meuron
La seconda sala sarà invece uno spazio con un grande schermo su cui sarà proiettato il nuovo film di Bêka & Lemoine, sulla vita quotidiana del progetto Rehab a Basilea, in Svizzera. Dall’altro lato dello schermo, un’installazione video metterà in scena il modo in cui le persone esplorano i progetti H&deM, nella convinzione che l’architettura generi artefatti dinamici.
Herzog & de Meuron. Laban Dance Centre, London, 1997-2003. Photo © Margherita Spiluttini
Infine, l’ultima sala sarà dedicata all’architettura curativa e si concentrerà su un unico progetto attualmente in costruzione, il Kinderspital Zürich. Osservando il lavoro di umanizzazione del design degli ospedali che H&dM stanno perseguendo da tempo, emerge la concezione dell’architettura come pratica sociale ed emozionale, con progetti da vedere, da sentire e toccare, capaci di coinvolgere tutti i nostri sensi.