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La sostenibilità prima della sostenibilità


Il centro Acros di Fukuoka in Giappone, progettato da Emilio Ambasz nel 1995. I suoi giardini terrazzati ne hanno fatto il simbolo ecologico dell’architettura

 
Una mostra al MoMA, con la regia di Emilio Ambasz, raccoglie i progetti che hanno anticipato le attuali questioni ambientali. Architetture visionarie connesse con natura e territorio offrono una riflessione sulla strada per quell’equilibrio che ci appare sempre più indispensabile
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Che rapporto c’è tra ambiente costruito e ambiente naturale? Progettare e costruire un edificio è una sfida alla natura, un’intrusione nel regno vegetale, o un’integrazione funzionale in un habitat comunque antropizzato? Il dibattito sul rapporto fra natura e architettura è vecchio di qualche secolo, ma è più che mai attuale oggi, sullo sfondo di una crisi climatica e di un’emergenza ecologica che interrogano con urgenza i progettisti, chiedendo loro di immaginare edifici che siano in grado di riconciliare naturale e artificiale.

Emilio Ambasz fotografato da Wade Zimmerman

 

Emilio Ambasz, pioniere della bioarchitettura fin dagli anni Settanta, è da sempre uno degli intellettuali più attenti a questo tema e alle sue ricadute sul piano tecnico-progettuale. Da tre anni, con il suo Emilio Ambasz Institute for the Joint Study of the Built and Natural Environment, istituito nel 2020 all’interno del MoMA di New York, studia l’integrazione fra natura e architettura e si batte per una ricalibrazione ecologica radicale. Ed è proprio l’Istituto fondato e diretto da Ambasz ad aver prodotto ora la mostra Emerging Ecologies: Architecture and the Rise of Environmentalism, aperta dal 17 settembre 2023 al 20 gennaio 2024 al MoMA.


Manifestanti contro la discarica PCB ad Afton,  in North Carolina, guidati  dai reverendi Leon White, Joseph Lowery  e Ken Ferruccio nel 1982

 

L’obiettivo dell’esposizione è quello di indagare su tutta una serie di progetti realizzati e non realizzati che affrontano le preoccupazioni ecologiche e ambientali da parte di architetti che hanno esercitato negli Stati Uniti dagli anni Trenta del Novecento sino alla fine del secolo. Ambasz e i suoi collaboratori hanno selezionato 150 opere che secondo la loro visione hanno anticipato, ispirato, sfidato o contribuito a indagare questioni ambientali ed ecologiche nel loro contesto. La mostra ambisce cioè a offrire una retrospettiva che attraversa sei decenni di progetti “sostenibili”: uno sguardo al passato per ricavarne suggestioni e indicazioni utili per il futuro.

Il progetto  di Cambridge Seven Associates del Tsuruhama Rain Forest ad Osaka del 1995

 

Ecco allora modelli, fotografie, diagrammi, schizzi e altri materiali d’archivio, tra cui manifesti, volantini, video e articoli, che attraverso soluzioni innovative, audaci e persino distopiche hanno prefigurato e ispirato l’ascesa della consapevolezza ambientale, anticipando temi come l’inquinamento, l’esaurimento delle risorse naturali e la tutela della biodiversità. In mostra ci sono così pionieri della sostenibilità ambientale, tra cui Frank Lloyd Wright, James Wines, Richard Buckminster Fuller, Beverly Willis e lo stesso Emilio Ambasz, accanto ad architetti contemporanei come Mae-ling Lokko, Jeanne Gang, Meredith Gaglio e Charlotte Malterre-Barthes, tutti accomunati dalla volontà di riflettere su come l’architettura possa contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico.

L'interno di Acros che ospita centri culturali e uffici governativi e ha spazi per concerti e congressi 

 

Un esempio emblematico dell’idea di architettura che la mostra vuole proporre è senz’altro l’Acros Center progettato proprio da Ambasz a Fukuoka, in Giappone, esattamente 25 anni fa: un edificio di 100mila mq, con quattordici giardini terrazzati, piscine, corsi d’acqua e un belvedere panoramico sul tetto aperto al pubblico. Una “piramide verde” che ospita oggi oltre 120 specie floreali con una popolazione di 50 mila piante e si pone come esempio paradigmatico di simbiosi fra architettura e natura, smentendo il luogo comune secondo cui il verde dovrebbe essere relegato nelle periferie delle città.

Acrilico di Don Davis. Stanford torus interior view del 1975. Commissioned by NASA for Richard D. Johnson and Charles Holbrow

 

La visione di Ambasz, in Italia noto soprattutto per la storica mostra del 1972 Italy: the New Domestic Landscape, è lucida e radicale: «Dobbiamo concepire un’architettura che sia l’incarnazione di un patto di riconciliazione tra natura e costruzione, progettando edifici così intrinsecamente connessi con l’ambiente circostante da non riuscire a districarsi gli uni dagli altri». Una visione oggi non solo possibile, ma quanto mai urgente e necessaria.

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