“Abbiamo iniziato questa ricerca nel 2018. Da allora alcune case sono state vendute, altre demolite, molte ristrutturate. Del resto, trasformarsi è il destino di tutti gli spazi abitati, a partire dal mutare di chi ci vive, dei suoi bisogni e desideri”. Così gli autori Enrico Morteo e Orsina Simona Pierini introducono il libro Nelle case. Milan Interiors 1928-1978, un viaggio all’interno delle abitazioni milanesi più sorprendenti e significative, spesso autobiografiche, case-ritratto come diceva Ponti, progettate dagli architetti come nidi privati e luoghi di sperimentazione.
Oltre duecento interni, cinque anni di lavoro, più di milleseicento immagini di cui centotrenta planimetrie, dodici case fotografate così come sono oggi e una moltitudine di scatti in bianco e nero, a colori, schizzi e disegni originali: «Siamo partiti dal 1928», spiega Enrico Morteo, «anno di nascita delle riviste Domus e Casabella, che sono state, insieme agli archivi degli architetti, preziose fonti per la nostra indagine, perché molti appartamenti non esistono più o negli anni sono stati profondamente modificati. Alla fine, la casa milanese emerge diversa da quella che ci aspettavamo: non un’abitazione borghese, convenzionale e patinata, ma coraggiosa, innovativa, non scontata».
"Nelle case. Milan interiors 1928-1978" è il libro di Enrico Morteo e Orsina Simona Pierini, ed. Hoepli, 704 pagine, 120 euro
Il libro, con le sue oltre settecento pagine, testimonia come si è trasformato il modo di immaginare, arredare e vivere lo spazio domestico: «In mezzo secolo è cambiato tutto, ma in modo evolutivo, senza eccessive fratture. Certo, dei salti ci sono stati: quando, negli anni Sessanta, gli interni si sono rimpiccioliti e a risolvere le funzioni ci hanno pensato nuovi arredi, come le pareti attrezzate e i grandi contenitori che prendono il posto di quelle che una volta erano stanze: il guardaroba, la biblioteca, la stireria». Le case ci restituiscono il sentire del tempo: «Non è un caso se, ad annunciare gli anni della guerra, siano la pesantezza delle radiche e l’opacità dei velluti moiré color marrone, appena trafitti dal brillare di qualche metallo cromato, mentre l’ottimismo della ricostruzione si ritrovi nelle stanze per bambini, curate, colorate, coccolate, disegnate un po’ da tutti: Marco Zanuso, Vittoriano Viganò, Cini Boeri, lo studio Gpa Monti».
La casa a colori di Ettore Sottsass e Fernanda Pivano, del 1957 (foto Iuav-Archivio Casali)
Nel maxi volume ci sono le case di Ignazio Gardella, «al contempo rassicuranti e innovative, naturalmente moderne, dove i mobili d’epoca abitano felicemente spazi aperti e luminosi; gli appartamenti di Ettore Sottsass disegnati con la stessa struttura di un quadro, con campiture nette e contrapposizioni cromatiche, come nella casa dove l’architetto vive con Fernanda Pivano, arredata con semplici mobili in legno, stoffe etniche e decorazioni inventate con rotoli di tappezzeria. E c’è la casa di Joe Colombo, in cui il designer restituisce tutta la sua passione per la modernità ideando soffitti luminosi, dislivelli per separare le varie zone, dove esclude o riduce la luce naturale per accendere con le sue lampade atmosfere sempre diverse».
L’appartamento trasformista di Joe Colombo del 1969, con letto-abitacolo con capote gialla (foto Domus)
Un capitolo è dedicato a Gio Ponti: «La casa per Ponti è lontana dalla semplice soddisfazione quantitativa dei bisogni, ma è la casa dello spirito, di un uomo che aspira alla grazia della poesia e al calore degli affetti».
Interni che a distanza di decenni sono incredibilmente attuali: «Forse oggi le abitazioni si somigliano un po’ tutte, seguono stili e mode ben riconoscibili. Allora non c’erano formule e la casa era un terreno sperimentale. Se c’è una lezione che si può trarre dal percorso di questo libro, è il coraggio di essere originali, che non significa fare progetti bizzarri, ma riportare dentro la casa sguardi diversi, che siano le passioni o le manie di chi la abita, o gli interessi e la cultura di chi la progetta».