“Io non sono un architetto sono un drago”. Nel 2006 Alessandro Mendini, con la sua brillante ironia, per spiegare la complessità della sua figura si disegna come un drago, con testa da designer, corpo da architetto, mani da artigiano, petto da manager, pancia da prete, gambe da grafico, piedi da artista e coda da poeta. A questo autoritratto si ispira il titolo della più completa retrospettiva dedicata al grande progettista, artista e teorico scomparso nel 2019: Io sono un drago. La vera storia di Alessandro Mendini, dal 13 aprile al 13 ottobre alla Triennale di Milano, organizzata dall’istituzione milanese e Fondation Cartier pour l’art contemporain, con Archivio Alessandro Mendini, curata da Fulvio Irace e allestita da Pierre Charpin. «Come cantava Giorgio Gaber ne La ballata del Cerutti, essere un drago è un’espressione milanese che indica una persona eccezionale che risolve ogni problema», spiega il curatore.
«Con questa mostra cerchiamo di raccontare chi è stato veramente Alessandro Mendini, dagli esordi degli anni Sessanta alle recenti installazioni, come Le mie prigioni, l’estremo atto della sua autobiografia, la casa-rifugio che diventa prigione. Spero che emerga non solo il Mendini degli ultimi due decenni, dalla poltrona Proust in poi, spesso ricordato come l’euforico rappresentante di una visione del mondo decorata e colorata, ma l’immagine di un “drago” complesso ricco di sfumature. Un eroe borghese, un po’ come i personaggi di Luchino Visconti, che negli anni Settanta della contestazione e della direzione di Casabella cerca di ribellarsi – senza mai riuscirci davvero – alla classe sociale privilegiata di artisti, collezionisti e industriali cui appartiene. Un artista nato sotto il segno di Saturno, all’insegna della malinconia, crepuscolare».
Una retrospettiva poderosa, nello spazio del Cubo della Triennale: oltre 400 opere su mille metri quadrati espositivi, lavori da collezioni pubbliche e private, testimonianze di amici, clienti e collaboratori, il documentario di Francesca Molteni e video rari, come la performance del Mobile Infinito: «Un evento sconvolgente che ricordo con emozione», dice Irace, «con gli attori della compagnia teatrale Magazzini Criminali che nel cortile del Politecnico di Milano introducevano l’idea di mobile infinito, in cui ogni pezzo era affidato a un creativo diverso, rinnegando il concetto di autorialità». In mostra ritrovamenti unici «come le due sedie disegnate da Mendini da studente ispirandosi alla seduta con le corna di Gaudì, e il tavolino creato da Mendini per casa sua che ci riporta alla sua giovinezza, quando era ancora solo Sandro, con le sue incertezze ma anche la caparbietà di una ricerca che non finirà mai».
«Acuto, sensibilissimo, capace di centellinare il suo genio e di concentrare i suoi miracoli, Alessandro ha lasciato ovunque tracce luminose della sua portentosa presenza: a Domus, Modo, alla Fondazione Cartier, in Triennale, a Milano, Parigi, Tokyo», dice Stefano Boeri, presidente di Triennale Milano. «Con le sue opere, disegnate, scritte o costruite, sapeva produrre formidabili accelerazioni estetiche e concettuali, che avevano anche il sapore sottile e implacabile del paradosso. Penso a progetti differenti e lontani come la poltrona Proust, il “gratta-cielo” per Hiroshima, i cavatappi per Alessi o la Torre del filosofo. Diversamente da altri due giganti del pensiero dissacrante e creativo italiano, come lui, capaci di agire su piani distinti, come Ettore Sottsass e Andrea Branzi, per Mendini il paradosso era una componente essenziale e immediata del progetto, quasi intuitiva. L’“Alchimia” di Mendini, grazie alla quale distillava intelligenza creativa, nasceva forse da questa combinazione tra un’estrema sensibilità estetica e il gusto per un paradosso mai fine a sé».
Sei i nuclei tematici della mostra: Identikit, con gli innumerevoli autoritratti mendiniani; La sindrome di Gulliver, «oggetti fuori scala che spiazzano l’osservatore costringendolo a riflettere e abbandonare la visione dogmatica della vita», continua il curatore; le Architetture dell’Atelier Mendini; Fragilismi, riflessione sulla fragilità della Terra segnata dalla violenza; Radical Melancholy sugli anni del radical design, «quando Mendini trasforma Casabella in una sorta di internazionale di contestatori contro il consumismo»; Stanze, con tre delle camere progettate da Mendini «emblematiche di uno dei filoni più continui e ricorrenti della sua ricerca: l’interno domestico in cui si condensa la rappresentazione del mondo. Ad accogliere il visitatore la poltrona Proust gigantesca e, alle sue spalle, una sagoma che ricorda il cavatappi antropomorfo Alessandro M. di Mendini per Alessi, uno dei suoi tanti oggetti-romanzo portatori di un racconto. Nella sala principale, percorrendo il lungo asse che collega gli episodi del grande e piccolo, in un viaggio iniziatico si giunge all’ultimo Mendini, curioso esploratore delle religioni, un po’ zen, volto alla contemplazione di se stesso nell’universo». A destra, la sezione a cui Irace tiene di più: «Identikit, gli autoritratti di Mendini, come quello, del periodo radical, in cui si ritrae in un fotomontaggio con un prigioniero di Auschwitz, per simboleggiare il “genocidio” dell’architettura da parte del capitalismo. Osservando gli autoritratti di Mendini si coglie l’evoluzione della sua ricerca, ma anche la sua autoanalisi quasi ossessiva, a volte impietosa altre ironica, per indagare la sua vera natura. Gli ultimi autoritratti si riducono a un occhio, una mano, l’organo sessuale, come a voler dire: “Cosa resta di me?”. Un frammento, gli estremi pezzi del drago».