È diventata un’espressione idiomatica, Danish Modern. Impossibile da tradurre. Ma cosa indica di preciso? Un’epoca, uno stile, un marchio nazionale, un approccio al design? Per scoprirlo, al di là dei clichés, bisogna visitare la mostra permanente che inaugura il 14 giugno al Designmuseum Danmark di Copenaghen sulla storia del design danese dagli anni ’20 agli anni ’70 e oltre. Tanti i pezzi esposti, delle pietre miliari come le sedie di Hans J. Wegner, i mobili di Finn Juhl o le lampade di Verner Panton, ai progetti meno noti di designer molto famosi. «C’è tanta letteratura sul Danish Modern, ma ci viene sempre raccontata la stessa storia», spiega Christian Holmsted Olesen, curatore delle mostre e delle collezioni del museo.
«Il design danese è artigianale, minimalista, funzionale, classicista, poco innovativo, basato sulla tradizione. Ma queste caratteristiche si ritrovano in molti altri design nel mondo. Vorremmo che il visitatore visitasse il museo per chiedersi se questo è vero o falso. Molti clichés sono veri, ma non tutti. Vogliamo raccontare perché il design danese è diventato famoso negli anni ’50, è diventato un brand, in poche parole, grazie a molte esposizioni itineranti, soprattutto negli Stati Uniti».
Questa mostra è, insomma, un invito alla scoperta e alla sorpresa. A partire dalla fondazione del termine Danish Modern, nel 1949 alla mostra annuale Carpenters’ Guild del Designmuseum Danmark – allora Museo di Arti Decorative. Alcuni giornalisti americani lo visitano e scrivono che i mobili e le sedie danesi combinano bellezza, comfort e minimalismo, risultato del metodo innovativo di progettazione e della tradizione locale di buon artigianato. Addio alle case vittoriane, ai salotti arredati con mobili pesanti, tende di velluto, tappeti, vasetti, ninnoli e bric-à-brac. Viva il moderno! «Questi pezzi sono economici, molto popolari tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’90, ma oggi vengono valutati più che negli anni ’50, lo vediamo dalle aste. Perché sono sostenibili, realizzati in materiali naturali come il legno, durano a lungo e sono costruiti sulla tradizione.
La cosa divertente è che abbiamo assimilato molte culture nel design danese, che non è mai rivoluzionario o super radicale. Molto del nostro dna viene dalla Cina o dal Giappone, e si ritrova dovunque nel mondo. Per questo è senza tempo». E così nella mostra si scoprono le epoche e i designer del Danish Modern attraverso arredi, prototipi, fotografie, oggetti personali, disegni e materiali d’archivio, tutti provenienti dalle collezioni del Museo, come il Fish Cabinet fatto da Hans Wegner con le sue mani, o l’universo pop di Nanna Ditzel e Verner Panton. Viene ricostruito anche il famoso “tunnel di sedie” realizzato da pavimento a soffitto con 125 sedute, note e meno note, una sorta di albero genealogico che mette in relazione i pezzi danesi con altri di designer internazionali – Hans J. Wegner, Arne Jacobsen, Charles Eames, Marcel Breuer, Jasper Morrison, per citarne alcuni.
C’è quindi un’evoluzione in questa storia apparentemente immobile? «Anche questa scelta espositiva dimostra che il design danese si ispira a tipologie che provengono da altri Paesi», prosegue il curatore. «All’inizio, negli anni ’20 e ’30, era molto tradizionale, si copiavano vecchi modelli inglesi o cinesi. Ma nel ’49 lo stile cambia. Molti designer traggono ispirazione dall’arte contemporanea e, dal modernismo internazionale, si avvicinano allo stile organico. Sono quasi tutti artigiani, cabinet makers, che studiano poi o alla scuola di arti applicate o alla Royal Academy. Le due scuole lavorano insieme e sono entrambe fortemente influenzate dal professor Kaare Klint, che non professa le idee del Bauhaus ma quelle del ritorno alla tradizione, dello studio dell’antico, dei metodi di produzione del passato, per ridefinirli. Klint era anche un funzionalista, tutto doveva essere misurabile e riferito alle persone. Anche i materiali, come il legno, dovevano essere locali perché meno cari. Questo è il mito che influenzerà tutto il design danese».
Ecco perché il pop di Verner Panton ha più successo all’estero che in patria, dove viene giudicato troppo radicale e troppo industriale. Un parallelismo con la storia politica della Danimarca, infatti, racconta di un Paese senza rivoluzioni, di relativo benessere e industrializzazione tarda e moderata, dove si investe nelle case che diventano il centro di tutto. E un design, il Danish Modern appunto, che rispecchia le qualità artigianali, la vita a misura d’uomo. Oggetti ben fatti. Classici.
Ecosostenibilità, che cosa significa davvero
«Si parla tanto di sostenibilità oggi. Quello che possiamo imparare da questa mostra è proprio questo. Il design che dura nel tempo, fatto di materiali naturali, lo capiscono in ogni parte del mondo», conclude Christian.