Vetri a murrine. Vetri soffiati. Vetri monocromi e vetri policromi. Vetri pulegosi. Dall’aspetto opaco a fitte bollicine. E ancora: vetri traslucidi, vetri lattiginosi, vetri incorniciati, vetri mescolati. Si fa presto a dire vetro: pronunci la parola e quasi mai ti rendi conto della ricchezza semantica che essa evoca ed esprime. Una buona idea dell’ampiezza e della varietà di possibili declinazioni che la parola vetro può generare la offre la mostra 1912-1930. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, a cura di Marino Barovier, all’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia presso Le Stanze del Vetro, fino al 24 novembre.
L’intervallo temporale analizzato e riproposto è quanto mai interessante: si va dagli anni immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale fino al periodo della piena affermazione in Italia del regime fascista. Sono anni in cui la Biennale, fondata nel 1895, si pone all’avanguardia nella promozione delle nuove tendenze artistiche, con un approccio pluridisciplinare che non esita a mescolare le esposizioni dedicate a Klimt o a Courbet con un’attenzione specifica all’alto artigianato espresso dalle vetrerie di Murano.
Si tratta di un periodo in cui il vetro muranese trova progressivamente spazio all’interno dell’esposizione, prima attraverso gli artisti che scelgono di impiegare questo straordinario materiale per le loro opere, poi grazie all’apertura della Biennale alle arti decorative.
Attraverso una selezione accurata di 135 opere provenienti da importanti istituzioni museali e da collezioni private la mostra esplora l’evoluzione del vetro muranese dalla X alla XVII edizione della Biennale. Per gli anni Dieci vengono presentati soprattutto vetri creati da artisti: si va dallo scultore e ceramista norvegese Hans Stoltenberg Lerche, che sperimenta soluzioni innovative con l’applicazione a caldo di filamenti e polveri policrome, agli smalti del decoratore muranese Vittorio Toso Borella, dalle murrine di pittori come Vittorio Zecchin e Teodoro Wolf Ferrari alle ibridazioni tra ferro battuto e vetro proposte da Umberto Bellotto.
Dopo l’interruzione dovuta alla guerra, negli anni Venti la Biennale ospita anche il lavoro di specifiche vetrerie muranesi, come ad esempio la fornace di Giacomo Cappellin e Paolo Venini, la V.S.M. Cappellin Venini e C, che grazie alla collaborazione artistica di Vittorio Zecchin realizza soffiati monocromi di elegante modernità, ispirati a modelli rinascimentali e destinati a fare scuola.
Nella seconda metà degli anni Venti sono rilevanti i manufatti scultorei in vetro pulegoso e in vetro mescolato di Napoleone Martinuzzi così come le piccole serie di animali e piante in vetro policromo realizzate con spirito giocoso dalla Vetreria artistica Barovier. Raffinati, sorprendenti, formalmente arditi, frutto di un’antica maestria che si coniuga con una visione assolutamente contemporanea, questi vetri segnano l’ingresso di un’arte considerata minore nel pantheon delle arti maggiori, e consacrano la capacità di una tradizione come quella muranese di svolgere anche una funzione di ricerca, di sperimentazione e di avanguardia.