Gli ultimi arrivati sono Vetulonia, un tappeto naturale fatto di ottocento esemplari di achillea essiccata raccolti e ripiantati uno a uno nel pavimento della Residenza dell’ambasciatore d’Italia a Copenhagen, e Pietra viva, una collezione di quadri realizzata con inchiostri prodotti a loro volta campionando nelle cave di Carrara la polvere di marmo. Ma ci sono anche lampade dai paralumi fatti di foglie di cavolo o sabbia del Mar Morto, installazioni di piante orchestrate come attori sul palco, sedie e sgabelli di sale…
In Flora fauna, del designer israeliano Erez Nevi Pana, i vegetali creano una sorta di circo dove ogni pianta evoca un animale
Si chiama foraging, è la pratica di chi, come i nostri nonni, si procaccia cibo spontaneo dai sapori inaspettati: “spostato” nel mondo del progetto, il foraging sta nutrendo un’avanguardia di designer (e artisti) capaci di interpretare in maniera originale le nuove istanze ambientali. Un ritorno alla natura senza proclami, sovrastrutture e orpelli, spontaneo come la ricerca di cibo nel secondo Dopoguerra, prima dell’esplosione della società dei consumi e dei suoi effetti deleteri di cui stiamo affannosamente cercando di liberarci. Solo che nel caso di designer e artisti, la ricerca è mirata alla materia prima vegetale per finalità creative.
Veggie Lights sono le lampade del designer israeliano Nir Meir: i paralumi sono realizzati con foglie di cavolo rosso
Prendiamo Sabrina Morreale di Lemonot, duo italiano di stanza a Londra, attivo tra architettura e design, autrice di un’indagine per l’American Academy di Roma interamente dedicata a questa pratica mai sparita dalle nostre città: «Per mesi ho incontrato forager lungo i miei cammini, una sorta di pellegrinaggio alle radici molteplici di numerose antichità: naturali, architettoniche e umane. Ho ascoltato persone, storie e aneddoti che si intrecciano mostrandoci un nuovo modo di intendere e valorizzare il tempo. E mentre mi insegnavano a riconoscere piante ed erbe spontanee, mi hanno fatto immergere in suoni lontani dal traffico, all’interno di una pace solitaria, a pochi passi da raccordi, anelli, sprazzi di viabilità e collegamenti cittadini. Qui, i forager si incontrano spontaneamente, e creano un movimento collettivo, di scambio e di presenza. Elementi umani e più che umani vanno d’accordo, artificio e natura convergono, coincidono, collimano. Si vedono, si incrociano per caso e si adattano ferocemente allo scorrere del tempo».
Nel ciclo Salts del designer vegano Erez Nevi Pana, il sale diventa la materia prima che permette di non usare materiali di origine animale
Ma che cosa succede quando il foraging diventa pratica progettuale? A volte diventa un altro modo di fare design sostenibile, come spiega Nir Meiri, israeliano con studio a Londra, autore di lampade i cui paralumi sono realizzati con foglie di cavolo, stratificazioni di alghe fissate attraverso la resina, sale o sabbia del Mar Morto. Erez Nevi Pana, invece, altro progettista israeliano d’ispirazione vegana, trova nella natura i protagonisti di Flora Fauna, l’installazione che riproduce un giardino come una specie di circo vegetale dove le piante hanno i nomi di animali e sembrano danzare. In Italia, il foraging è alla base della ricerca, tra gli altri, dello studio Flovver di Barbara Mattei e di Marta Abbott, entrambe in scena, di recente, ai 3 Days of Design di Copenhagen nell’allestimento An Italian Affair a cura della galleria Secondome, all’interno della Residenza dell’ambasciatore italiano.
Se Mattei usa la materia prima vegetale per creare tappeti naturali e surreali come Vetulonia, Abbott campiona la terra in giro per il mondo per ricavarne gli inchiostri che finiscono nelle sue creazioni a metà tra design e arte. Forma e funzione: la natura non è mai stata più al centro di così.